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giovedì 11 ottobre 2012

11 OTTOBRE 1983, UNA DATA DUE OMICIDI: IGNAZIO DE FLORIO E FRANCO IMPOSIMATO

L'agguato a Franco Imposimato

Una data, l’11 ottobre 1983, due omicidi:  Ignazio De Florio e Francesco Imposimato. Il primo, guardia carceraria a Carinola, ucciso poco dopo le 16, appena uscito dal carcere. Il secondo ucciso a Maddaloni, poco dopo le 17, a circa 50 chilometri di distanza, appena uscito dalla Face standard, la fabbrica dove lavorava come impiegato. Due storie che si intrecciano. Per l’omicidio di De Florio si autoaccusò il collaboratore di giustizia, Antonio Abbate, affiliato al clan Lubrano-Nuvoletta di Pignataro Maggiore. Disse che  era lui l’autista del commando che uccise De Florio. Ma Abbate venne riconosciuto come uno dei killer sul luogo dell’omicidio di Imposimato da Maria Luisa Rossi, moglie di Franco Imposimato e ferita in quell’agguato. I giudici di primo grado al processo Imposimato presero per buona la sua versione. Abbate non poteva stare materialmente  in due posti diversi distanti 50 chilometri e percorrere quella distanza in meno di un’ora. In secondo grado, i giudici hanno accolto, invece,  la tesi del PM Federico Cafiero De Raho, condannandolo all’ergastolo per l’omicidio Imposimato. Non è stato mai processato per l’omicidio di De Florio. E, pertanto, gli assassini della guardia carceraria sono ancora sconosciuti.

L’omicidio De Florio

Ignazio De Florio
Finito il turno di servizio nel carcere di Carinola, Ignazio De Florio, 24 anni, verso le 16,10 sale sulla sua Peugeot 304 di colore grigio-azzurro per avviarsi verso casa. Abitava  a qualche chilometro di distanza, dove lo aspettavano sua moglie, Angelina Cozza, 24 anni e sua figlia Luisa, di appena 16 mesi. Fuori dal carcere lo aspettava un commando di camorristi. Erano in attesa in una ford Fiesta pronti ad entrare in azione per uccidere, a caso, il primo agente che usciva dal penitenziario. C’era in atto una campagna di aggressioni nei confronti delle guardie carcerarie, accusati di maltrattamenti nei confronti dei detenuti. Però c'era anche l’ala cutoliana della camorra che voleva  affermare, attraverso il terrore, il dominio nelle carceri. Facevano di tutto per far entrare nei luoghi di detenzione coltelli, pistole, droga, soldi,con la complicità delle guardie carcerarie. Chi non si piegava, veniva ucciso.  Quel giorno il primo ad uscire dal carcere è Ignazio De Florio. Dopo di lui esce un  altro agente, Carlo De Nunzio, a bordo di una Fiat 128. L'agguato avviene dopo pochi minuti. La Panda affianca l'auto di De Florio. I killer sparano a ripetizione.  L’agente De Nunzio assiste terrorizzato alla scena. Sparano anche contro di lui. Due colpi passano di striscio sul tetto della sua fiat 128. Si ferma. Ingrana la retromarcia, ma finisce nel fosso a lato della strada. Per uscire dall’auto e scappare, si infila dal finestrino anteriore. Dopo pochi minuti riesce ad arrivare al carcere per dare l’allarme. Quando arrivano i carabinieri, Ignazio De Florio mostra ancora segni di vita. Un ambulanza lo trasporta all’ospedale di Teano, ma muore poco dopo. Sono le 17 dell’11 ottobre del 1983.  A Maddaloni, a cinquanta chilometri di distanza, un altro commando ammazza Francesco Imposimato, il fratello del giudice Ferdinando.

L’omicidio di Franco Imposimato

“Quel giorno – dice Giuseppe Imposimato, il primogenito di Francesco – in macchina con i miei genitori c’era anche Puffi, un barboncino che regalarono qualche anno prima a mia mamma. Non voleva stare a casa e così lo portavano in fabbrica con loro. Era sdraiato sui sedili posteriori. Quando i killer spararono, lui uscì dalla macchina e corse sotto la portineria della Face Standard, che distava trecentocinquanta metri dal luogo dell’agguato. La gente capì che era successo qualcosa. Accorsero molti colleghi di lavoro di papà e mamma. Ma sul posto, prima di ogni altro, giunsero dei militari che stavano passando proprio in quel momento da quelle parti e che sentirono i colpi. Videro mia mamma uscire dall’auto, nonostante fosse gravemente ferita. La osservarono fare solo pochi passi e poi cadere a terra svenuta. I killer scapparono a tutta velocità. I militari, invece, si avvicinarono a mia mamma, la presero e la portarono all’ospedale sulloro mezzo. Se non fosse stato così rapido il soccorso, mamma sarebbe morta dissanguata. Il capo di quei militari era un suo compaesano, Pasquale Brignola. Fu lui che riuscì a individuare la targa dell’auto: una Fiat Ritmo bianca che fu trovata nellecampagne di Briano, nei dintorni di San Leucio, la città della seta. Mamma lo rivide solo al processo e lo volle ringraziare».

Maria Luisa Rossi
«… era un giorno lavorativo  - racconta Maria Luisa Rossi, la moglie di Franco - e con mio marito stavamo uscendo dalla fabbrica.Potevano essere le 17,20. Salimmo nella nostra Ford Escort di colore verde per andare a prendere i bambini a scuola. A pochi metri dall’uscita della fabbrica trovammo una macchina parcheggiata in curva che ci impediva quasi di girare. Mio marito nel fare la manovra di sorpasso rallentò. La macchina, una Fiat Ritmo, era ferma. Chiunque fosse passato di lì, doveva per forza rallentare. A quel punto intravidi delle persone. Si avvicinavano a piedi, di corsa. Di uno ho visto solo le gambe, perché stava davanti alla macchina. Un altro si è messo dalla parte di mio marito. È stata questione di attimi. Non ci eravamo resi conto di quello che stava succedendo. In auto con noi avevamo il nostro barboncino, Puffi che abbaiava come un ossesso. Forse aveva percepito il pericolo. All’improvviso questi due tizi cominciarono a sparare. Si sentivano solo colpi di pistola, e tanto fumo che non riuscivamo più a respirare. Nell’attimo stesso che mi girai per guardare il cane, mio marito mi chiese: “Ma che sta succedendo?”. Ci incrociammo con gli sguardi. E fu anche l’ultima volta che ci guardammo negli occhi. Franco venne colpitoda undici colpi di pistola. Morì quasi subito. Nell’autopsia è scritto che morì per shock emorragico e traumatico. Il killer che era davanti non l’ho visto bene in faccia. Ma l’altro sì. Era un uomo non molto alto, giovane, grassottello, piuttosto scuro di pelle, con due rughe che solcavano le guance, con i capelli di colore nero tirati all’indietro. Venni colpita al petto. Un colpo mi perforò tutti e due i polmoni. Riuscii appena ad aprire lo sportello,perché in macchina non respiravo. Ricordo solo che il fumo aveva invaso la Ford Escort. Non riuscivo a vedere più niente. Aprii lo sportello e caddi a terra svenuta… non ricordo altro».

La testimonianza del Procuratore Cafiero De Raho

Antonio Abbate non venne ritenuto credibile.. “C’erano molte incongruenze nelle cose dette da Antonio Abbate  – ricorda Federico Cafiero De Raho, PM al processo per l’uccisione di Franco Imposimato -  evidentemente aveva raccolto quelle informazioni tramite qualcuno che aveva veramente partecipato all’omicidio. E non poteva essere vero che risultava come uno del commando, perché la moglie di Francesco Imposimato lo aveva riconosciuto come uno dei killer. E così nel processo di Appello feci presente quello che secondo me non poteva essere vero e la Corte ha accolto la mia tesi, condannando Abbate all’ergastolo per l’omicidio Imposimato, confermato dalla Cassazione. Ovviamente se il pentito era stato dichiarato non credibile, anche le cose dette sul delitto di Ignazio De Florio non sono vere. Così il processo non si è mai fatto, perché gli autori del delitto sono rimasti ignoti.”

mercoledì 10 ottobre 2012

LE VITTIME INNOCENTI ANCHE NELLA FICTION "UN POSTO AL SOLE"


Si parlerà di vittime innocenti della criminalità e beni confiscati stasera e domani nelle puntate di "UN POSTO AL SOLE" (RaiTre, ore 20.30). La trama delle due puntate racconta di una giovane a cui la camorra ha ammazzato un'amica. La ragazza si reca nella sede della Fondazione Pol.i.s., strumento operativo della Regione Campania che si occupa  di familiari di vittime innocenti e beni confiscati, per chiedere sostegno nella costituzione di una cooperativa sociale. Qui trova ad accoglierla non attori ma uomini e donne duramente colpiti dall'illegalita: sono 21 familiari di vittime innocenti della criminalità, persone alle quali la violenza criminale ha sottratto gli affetti più cari in maniera brutale e che ogni giorno insieme agli altri  familiari e ai componenti della Fondazione si recano nelle scuole, nelle carceri minorili per ricordare i loro cari e per diffondere la cultura della legalità. 

Con loro c'è  don Tonino Palmese, vicepresidente della Fondazione Pol.i.s. e referente regionale dell'associazione Libera, fondata nel 1995 da don Luigi Ciotti, da anni  riferimento dell'antimafia sociale. 
Qui di seguito i nomi  dei  familiari delle vittime innocenti della criminalità intervenuti durante le riprese: Anna Buglione, Pina Buonocore, Lorena Cappuccio, Vincenzo Castaldi, Assunta Cimminiello, Francesco Clemente, Gennaro Del Prete, Salvatore Di Bona, Giovanni Durante, Vincenza Granata, Serena Simonetta Lamberti, Raffaella Landieri, Anna Miele, Veronica Montanino, Massimo Noviello, Maria Romanò, Emanuela Scamardella, Maria Scamardella, Pasquale Scherillo, Gianmario Siani, Goffredo Torre.

giovedì 4 ottobre 2012

OMICIDIO FORTUGNO: CASSAZIONE CONFERMA 3 ERGASTOLI SU 4


La Cassazione ha confermato tre delle quattro condanne all'ergastolo inflitte, dalla Corte di Assise di Appello di Reggio Calabria, per i mandanti e per gli esecutori materiali dell'omicidio del vice presidente del Consiglio Regionale della Calabria, Francesco Fortugno. È stata annullata con rinvio solo la condanna di Alessandro Marcianò, uno dei mandanti.

La Sesta Sezione Penale della Cassazione, dunque, ha confermato il carcere a vita per il mandante del delitto Giuseppe Marcianò, e per gli esecutori materiali Salvatore Ritorto e Domenico Audino, che uccisero Fortugno in un agguato a Locri il 16 ottobre del 2005 all'interno di palazzo Nieddu, dove era stato allestito il seggio per le primarie dell'Unione di Prodi. Una circostanza, questa, che aveva fatto pensare al delitto politico-mafioso 'sconfessato', adesso in via definitiva, dalla Suprema Corte. Secondo i giudici di merito, infatti, Giuseppe Marcianò con il padre Alessandro - la cui posizione è però da riesaminare - avrebbero ordinato il delitto per motivi di rancore, provati da Alessandro Marcianò, dipendente dell'ospedale di Locri, verso Fortugno. La 'colpa di Fortugno' sarebbe stata quella di essere stato eletto al posto di un altro candidato, Domenico Crea, sostenuto dallo stesso Marcianò e che nell'inchiesta sul delitto non è mai stato coinvolto. Fortugno era iscritto alla 'Margherita'. Oggi, il pm di Locri, Giuseppe Adornato, ha chiesto la condanna a tre anni di reclusione per la deputata del Pd, Maria Grazia Laganà, vedova di Fortugno, imputata di truffa e falso quando era vice direttore sanitario dell'Azienda Sanitaria di Locri nel procedimento per una presunta truffa ai danni della Asl in relazione a forniture di materiale.

venerdì 21 settembre 2012

ROSARIO LIVATINO "IL GIUDICE RAGAZZINO" UCCISO 22 ANNI FA. LE MANIFESTAZIONI PER RICORDARLO


Ricorre oggi il 22/mo anniversario dell'assassinio del giudice del Tribunale di Agrigento Rosario Angelo Livatino, ucciso dalla mafia. Nella sua città, Canicattì, viene ricordato per iniziativa dell' associazione d'impegno civico ed antimafia «Tecnopolis» e di quella culturale «Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino» con una celebrazione eucaristica nella chiesa di San Domenico, in contrada Gasena, luogo dell'agguato. L'omaggio avverrà presso la stele fatta erigere a proprie spese, e con tanto di concessione edilizia, dagli anziani genitori del magistrato di cui una anno l'Arcivescovo di Agrigento ha avviato il processo di canonizzazione. Ad Agrigento sempre oggi prende il via il corso di formazione organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura dedicato a giovani magistrati e giovani avvocati sul tema «La tutela del lavoratore, tra novità e revirements giurisprudenziali». Le iniziative proseguiranno nei prossimi giorni con il programma della «Settimana della legalità in memoria dei giudici Saetta e Livatino», che domani alle 10 nel Teatro Sociale di Canicattì prevede il convegno «Non di pochi, ma di tanti. esempi, valori ed azioni per la democrazia e la Giustizia», con monsignor Giovanni D'Ercole, il direttore della Dia Alfonso D’Alfonso, Antonello Montante presidente di Confindustria Sicilia, Roberto Scarpinato, procuratore generale di Caltanissetta, e don Giuseppe Livatino, postulatore della causa di canonizzazione. (ANSA).

lunedì 17 settembre 2012

QUATTRO ANNI FA LA STRAGE DI CASTEL VOLTURNO

Il 18 settembre 2012, ricorre il quarto anniversario della “strage di Castel Volturno” in cui vennero uccisi dalla camorra sei immigrati ghanesi. La strage avvenne attorno alle 21, in un negozio di sartoria, al km. 43 della domiziana. Fu un gruppo di 5 persone, capeggiate dal boss Giuseppe Setola, che riversò su 7 inermi cittadini, oltre 125 proiettili di kalashnikov e mitragliatrici varie. Uno solo se la cavò, Joseph Ayimbora, perché fece finta di essere morto. Grazie alla sua testimonianza gli autori della strage sono stati condannati all’ergastolo. Joseph Ayimbora è prematuramente scomparso lo scorso febbraio, per problemi di cuore, ma anche per le gravi ferite alle gambe e all'addome. Aveva un permesso di soggiorno dal 1998. La sua collaborazione con le forze dell'ordine fu decisiva per la ricostruzione dei fatti e l'individuazione degli assassini. Il “Comitato don Peppe Diana” ha lanciato una raccolta di firme da consegnare al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per assegnare una medaglia d’oro al merito civile a Joseph Ayimbora per il coraggio dimostrato nel denunciare e poi testimoniare al processo contro il clan dei casalesi. La raccolta firme, cominciata a giugno, con la rassegna del Festival dell’Impegno Civile, ha già avuto centinaia di adesioni.

 
Intanto la sentenza di primo grado, che ha accertato anche che Setola e i suoi uomini erano spinti da un sentimento di avversione nei confronti di persone dalla pelle nera, è stata impugnata dagli avvocati difensori degli imputati, compreso il capo relativo alla aggravante dell’odio razziale.


Il 18 settembre due appuntamenti ricorderanno la strage. Uno alle 9, presso il comune di Castel Volturno, indetto dalle associazioni sindacali e di categoria che sono riuniti attorno al Comitato antiracket “Mò basta!” (Consorzio Agrorinasce, Cgil, Cisl, Uil, Camera di Commercio, Coldiretti, Cia, ecc.) e un’altra presso il luogo della strage, alle per 11,30, indetta dalle associazioni di volontariato che operano con i migranti (Padri comboniani, centro sociale ex canapificio, Libera, Caritas, ecc.) qui il magistrato della DDA, Cesare Sirignano, terrà una “lezione anticamorra”.

domenica 2 settembre 2012

I GIORNALISTI ITALO TONI E GRAZIELLA DE PALO, SCOMPARSI IN LIBANO IL 2 SETTEMBRE 1980, ASPETTANO ANCORA GIUSTIZIA

Se fosse accaduto in Sicilia, sarebbe stato un caso di lupara bianca. Invece Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti, sono scomparsi in Libano il 2 settembre 1980. Da allora sono passati trentadue anni e della loro sorte non se n’è saputo più nulla. E non sono annoverati tra le vittime che hanno avuto giustizia. Sullo sfondo della loro scomparsa un intreccio di affari, misteri e traffici di armi, inconfessabili. Uno scenario simile a quello in cui maturò l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Italo Toni e Graziella De Palo erano arrivati a Beirut il 22 agosto 1980, su invito del rappresentante romano dell’Olp, Nemer Hammad. Esattamente dieci giorni prima di quel 2 settembre, per documentare le condizioni di vita dei profughi palestinesi. Graziella, 24 anni, collaborava con “Paese Sera” e “L’Astrolabio”, la testata fondata e diretta da Ferruccio Parri. Aveva già pubblicato diverse inchieste sui traffici di armi. Italo, invece, 50 anni, giornalista professionista, era redattore dell’Agenzia “Notizie”. Erano partiti da Roma alla volta di Damasco con un volo Syrian Arab Airlines. Il visto d’ingresso era stato fornito dall’Olp, come pure il biglietto aereo e l’ospitalità in un albergo di Beirut. Erano giunti a Damasco la sera del 22 agosto, accolti da un rappresentante locale dell'OLP. Si registrarono a Beirut in qualità di giornalisti ospiti della resistenza palestinese. Stabilirono la loro base in un albergo dell'organizzazione palestinese situato nella zona Ovest della capitale libanese: l'hotel Triumph.


Italo Toni, dopo qualche giorno, chiese di poter visitare le postazioni militari palestinesi del Sud. Quelle più attive nella guerra contro gli israeliani. Ma bisognava rivolgersi al "Fronte Democratico" di Nayef Hawatmeh (uno dei gruppi minori che costituiscono l'organizzazione palestinese). La visita viene organizzata per il 2 settembre. Il giorno prima i due giornalisti si recano all'ambasciata d'Italia, per segnalare la loro presenza in Libano. Li riceve il Primo Consigliere Tonini. Spiegano il motivo per cui sono in Libano e lo informano che il giorno dopo saranno accompagnati da esponenti del "Fronte Democratico", per la visita nelle zone più calde della guerra. Italo Toni sa che quella visita può essere pericolosa, perciò, dopo aver chiesto la protezione dell'ambasciata: raccomanda al consigliere: "Se tra tre giorni noi non siamo rientrati in albergo date l'allarme, venite a cercarci". "Sì, sì, senz'altro - risponde Tonini - Faremo di tutto".

 La mattina del 2 settembre 1980, Italo e Graziella escono dall’albergo e salgono su una jeep. Destinazione: la linea di fuoco nei pressi del castello di Beaufort, dove si consumava una delle battaglie più cruenti tra palestinesi e israeliani. Da quel momento si perdono le loro tracce.

 Dopo tre giorni, nonostante i due giornalisti italiani non rientrino in albergo, l’allarme non scatta. Nessuno li cerca. Si allerta la famiglia di Graziella, perché il 15 settembre, data fissata per il rientro in Italia, la ragazza non si fa viva. I familiari contattano gli uffici dell’Olp che danno notizie rassicuranti. Ma non corrisponderanno al vero. Il 4 ottobre tre italiani iscritti ad una loggia massonica tra cui una giornalista de “La Nuova Cucina”, Edera Corrà, si recano in Libano per intervistare il capo delle forze falangiste libanesi, Béchir Gemayel. Prima di partire, i massoni libanesi cui la Corrà si è rivolta, informano i tre italiani che i cadaveri dei due giornalisti scomparsi sono stati appena ritrovati e portati all'obitorio dell'ospedale americano, situato nella zona occidentale della città. Ma nonostante un appuntamento preso per assistere al riconoscimento dei cadaveri, i tre non li faranno mai avvicinare all’ospedale. Si fa strada l’ipotesi che i due giornalisti siano stati uccisi dal “Fronte popolare palestinese” una delle fazioni che fa capo a capo George Habbash, perché una segnalazione da Roma agli agenti di “Forza 17” il servizio segreto palestinese, asseriva che Italo Toni fosse un giornalista legato ai servizi israeliani. Da quel momento in poi inizia un depistaggio continuo, con la comparsa di personaggi siriani e palestinesi risultati non affidabili e personaggi dei servizi segreti, come il generale Giuseppe Santovito, iscritto alla P2. Faranno di tutto per non far scoppiare “il caso Toni - De Palo”. Quale verità si doveva coprire? Ai famigliari verrà ripetutamente detto di non recarsi in Libano alla ricerca di Graziella e di Italo. La mamma di Graziella, nel giugno del 1983, scrive una lettera al presidente della Repubblica, Sandro Pertini: “Sono convinta che il crimine si è consumato con la connivenza di alcuni settori dei servizi dello Stato italiano – scrive la signora de Palo - divenuti strumento di loschi interessi e traffici a diverso livello, servizi nella cui buona fede avevamo creduto, quando fingevano di adoperarsi per riportarci nostra figlia, ingannandoci nel più cinico dei modi…”.

Solo di fronte al rischio di un' incriminazione per falsa testimonianza, il generale Santovito e poi il colonnello Stefano Giovannone, uomo del sismi a Beirut, opposero il segreto di Stato, evitando così di rivelare quali fossero i rapporti tra lo Stato italiano e i gruppi palestinesi. Verrà incriminato ufficialmente George Habbash per la scomparsa dei due giornalisti, ma poi sarà assolto al processo. Quindi nessun colpevole per la scomparsa di Italo e Graziella.

Nel frattempo, a dicembre nel 2009, la presidenza del Consiglio ha deciso di rendere consultabili parte dei documenti che compongono il dossier dei servizi segreti militari. Si tratta di 1000 pagine su 1200. Ma i familiari di Graziella sono convinti che anche quelle pagine non contengano la verità. Il fratello minore di Graziella, Fabio De Paolo, intervistato da Repubblica il 17 dicembre del 2009, dichiara: "Non vorremmo che questa svolta si riveli una vittoria di Pirro. Se i pregressi rapporti tra Olp e Sismi continuano a prevalere sulla verità della scomparsa di mia sorella, temo che avremo accesso solo ai documenti che ci vogliono fare vedere. (…) A noi non interessa svelare o denunciare vecchi accordi internazionali. Noi cerchiamo solo la verità. Dopo tanti misteri e tanti depistaggi, ne abbiamo diritto. Vogliamo ancora credere nella giustizia".

sabato 1 settembre 2012

IL 3 SETTEBRE DI 30 ANNI FA, L'OMICIDIO DALLA CHIESA

Il 30 aprile del 1982 il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, viene nominato Prefetto di Palermo. E' la sua terza volta in Sicilia. C'era stato come giovane ufficiale dei Carabinieri nel 1949 a combattere il separatismo di Giuliano di Montelepre e poi nel 1966 con il grado di Colonnello, per combattere Cosa Nostra. Ora ci torna da Prefetto. Lo ammazzeranno la sera del 3 settembre del 1982, esattamente dopo cento giorni di permanenza nel capoluogo siciliano.
Quella sera il nuovo prefetto di Palermo, insieme alla giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro, trentadue anni, aveva deciso di uscire per andare a cena. Erano pochi i momenti intimi vissuti in quei mesi concitati nella lotta contro la mafia. Era stato fatto tutto così in fretta. Carlo Alberto fu nominato prefetto di Palermo sull’onda emotiva dell’uccisione del segretario regionale del Pci, Pio La Torre. Poi il matrimonio, il 12 luglio dello stesso anno, e dunque il trasferimento a Palermo. E poi l’isolamento in cui si era venuto a trovare il prefetto. Lo aveva denunciato anche attraverso i giornali in una intervista a Giorgio Bocca sulle colonne del quotidiano «la Repubblica». Emmanuela quella sera lo voleva tutto per sé il generale. Tanto che si mise a guidare lei l’auto, come per dire: «Stasera esisto solo io». Era una delle poche volte che poteva godersi il marito.
Normalmente le sue giornate il prefetto le cominciava alle sette del mattino e le finiva dopo la mezzanotte. A fargli da scorta c'era Domenico Russo, “Mimì”, faceva da autista e da scorta al generale. Era l’unico agente di scorta perché all’epoca non esisteva un servizio come quello di adesso. E l’auto non era nemmeno blindata. A scortare il prefetto ci doveva essere uno dei suoi uomini di fiducia, un giovane carabiniere di Marano, Gennaro Nuvoletta. Ma aveva ritardato la il suo arrivo a Palermo perché il 2 luglio dello stesso anno, la camorra aveva ucciso a Marano il fratello, Salvatore Nuvoletta, 20 anni, anche lui carabiniere in servizio a Casal di Principe.
Uscirono da villa Whitaker, dov’è ospitata la prefettura, attorno alle ventuno. Dietro di loro si avviarono anche due auto e una moto. Una Bmw, una Fiat 132 e una moto Suzuki. In quelle macchine c’erano gli uomini che alcuni minuti dopo li massacreranno a colpi di mitra. Alle ventuno e quindici, in via Isidoro Carini, i sicari si materializzano. Affiancano l’A112 con dentro il generale e la moglie Emmanuela Setti Carraro e un’altra auto affianca l’Alfetta guidata da Domenico Russo. I kalashnikov cominciano a crepitare. Emmanuela è colpita. L’auto sbanda. Finisce la corsa vicino ad un marciapiede. Per lei e per il generale non c’è più niente da fare.
Anche per Mimì, sventagliate di kalashnikov. Piovono proiettili. Per lui entra in azione la motocicletta che, secondo i pentiti, era guidata da Pino Greco, detto “Scarpuzzedda”. La sua auto va a sbattere dietro la A112 con dentro i corpi del generale e della moglie. Mimì scende dall’auto per difendere il prefetto e la giovane consorte. Si rende subito conto che il gruppo di fuoco era troppo numeroso e con la sua pistola d’ordinanza avrebbe potuto fare ben poco. Nonostante ciò, non esitò a sparare e a cercare di fermare i killer. Non resistette a lungo. Il volume di fuoco che misero in campo i mafiosi ebbe subito ragione del povero agente scelto. In due minuti il massacro era compiuto.
I killer si fermano. Volevano essere certi che il prefetto rompiscatole, la moglie e il carabiniere di scorta fossero morti. Nel giro di pochi minuti è tutto finito. Le auto dei killer partono a tutta velocità. Le troveranno poco dopo incendiate e quasi irriconoscibili. Domenico Russo, però, non è morto, è ferito gravemente. Trasportato in ospedale, i medici lo dichiareranno clinicamente morto. Morirà dopo tredici giorni di agonia.

«Cosa mi sento di poter dire a distanza di 30 anni? Che quello di mio padre fu un delitto chiaramente, spudoratamente, politico». Nando Dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, ucciso sotto i colpi di kalashnikov da un commando mafioso il 3 settembre del 1992, in via Carini a Palermo, non usa mezzi termini. La sua analisi è lucida. Un atto d'accusa fermo contro una politica che cerca altrove le «ragioni evidenti» di una condanna a morte. Ma la verità sta lì. In quei cento giorni trascorsi a Palermo. Nell'isolamento e nella delegittimazione del generale che aveva colpito a morte il terrorismo. «Vidi mio padre - racconta all'Adnkronos Nando Dalla Chiesa - telefonare e cercare risposte che non arrivarono mai. Vidi pezzi dello Stato non farsi trovare pronti. All'epoca della lotta al terrorismo aveva dimostrato la sua autorevolezza, la capacità di farsi sentire, ma in Sicilia c'era attorno a lui un senso di vuoto. Mio padre non sentiva la presenza dello Stato dietro di sè». Di più. C'era nei suoi confronti una «resistenza sorda da parte di un potere che si sentiva minacciato, perchè sapeva di avere a che fare con un uomo caparbio, autorevole, dalle grandi doti investigative». Un'ostilità, che si tramutò in tentativo di delegittimazione e in progressivo isolamento. «Quello che stava accadendo era palese - dice ancora Nando Dalla Chiesa -. Una parte della politica viveva mio padre come un corpo estraneo. Ma mai potevo pensare, e di questo me ne faccio una colpa, che potessero ucciderlo. Sarebbe stato, mi dicevo, un omicidio plateale con la firma. Ho capito con gli anni che un assassinio può essere firmato, ma la gente può anche rifiutarsi di leggere quella firma e cercare altrove le ragioni. Così avvenne per mio padre».

Carlo Alberto Dalla Chiesa lo aveva capito. A sue spese purtroppo. Il 10 agosto in un'intervista a Giorgio Bocca, l'ultima, disse: «Credo di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide il potente quando avviene questa combinazione fatale, è diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perchè è isolato». Lui era partito per Palermo il giorno stesso (30 aprile 1982) in cui la mafia aveva ucciso Pio La Torre, segretario siciliano del Pci. Era arrivato con procedura d'urgenza perchè lo Stato aveva scelto lui per combattere la battaglia contro Cosa nostra. Non era la sua prima volta in Sicilia. Il generale c'era già stato nel 1949 da giovane ufficiale con l'incarico di comandante del gruppo squadriglie delle Forze Repressione banditismo di Corleone (Palermo). Agli ordini del generale Ugo Luca, fu impegnato nella durissima guerra contro il bandito Giuliano di Montelepre e in dieci mesi di lotta al banditismo riuscì a scompaginare e debellare numerosi gruppi criminali. Un impegno importante che gli valse una Medaglia d'argento al valor militare. A Corleone ereditò tra l'altro, 64 indagini su omicidi ad opera di ignoti, fra cui quello di Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro, scomparso il 10 marzo del 1948. Dalla Chiesa giunse ad indagare e incriminare, per primo, l'allora boss emergente Luciano Liggio.

Dal 1966 al 1973 tornò nell'Isola con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo. Furono gli anni dello scontro interno tra le famiglie mafiose per la conquista del potere e dei morti eccellenti. Dalla Chiesa si trovò ad indagare sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, sulla morte del procuratore Pietro Scaglione. Il risultato di queste indagini fu il dossier dei 114, nel quale si fecero per la prima volta i nomi di Gerlando Alberti e Tommaso Buscetta come elementi centrali di molti fatti di sangue, oltre che quelli di Luciano Liggio e Michele Greco. Scattarono così decine di arresti di boss. Nel 1982 il Consiglio dei ministri lo nominò prefetto di Palermo. È lui l'uomo chiave in grado di vincere la sfida contro Cosa nostra che aveva ripreso ad insanguinare le strade di Palermo. L'allora ministro Virginio Rognoni lo convinse: per combattere la sua battaglia contro i boss avrebbe avuto poteri speciali. Ma le promesse rimasero tali. «Mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì» disse amareggiato. La lotta a Cosa nostra doveva essere fatta strada per strada, lo Stato doveva far sentire la sua presenza, servivano uomini e mezzi. Eppure nonostante la carenza di risorse il generale dei cento giorni elaborò una sorta di mappa dei boss della nuova mafia: è il rapporto dei 162. Poi iniziò una lunga serie di arresti, di indagini, anche in collaborazione con la Guardia di Finanza, per appurare eventuali collusioni tra politica e Cosa nostra. È la sua condanna a morte.


«Qui è morta la speranza dei palermitani onesti» recitava una scritta comparsa il giorno seguente vicino al luogo dell'eccidio. «Da allora di strada se ne è fatta tanta - dice Nando Dalla Chiesa- Molti hanno contribuito a farla dalla società civile alle associazioni, dall'Università a Confindustria. Oggi non è più un tabù parlare di mafia. Eppure questi stessi passi avanti non si vedono nel mondo politico. Per una parte della politica - denuncia - la mafia non è un problema, ma al contrario una risorsa. C'è una contrattazione continua, come in un grande mercato in cui scambiano voti e favori. Credo - dice amaramente - che se i politici avessero nel contrasto a Cosa nostra la stessa spinta che hanno nel mantenimento delle proprie posizioni di privilegio, nell'interesse per la legge elettorale, oggi avremmo completamente debellato la mafia. Purtroppo non è così e Cosa nostra non viene vista come un problema di sopravvivenza». Nell'ambito delle celebrazioni per ricordarlo in occasione del trentennale della sua uccisione a Corleone (Palermo) è stata scoperta una targa. Alla cerimonia, organizzata dal Comando Legione Carabinieri Sicilia e dalla Prefettura di Palermo, hanno partecipato le massime autorità civili e militari.

Il programma delle commemorazioni, che si svolgeranno anche a Parma e Milano, prevede poi il 3 settembre alle 9 nella Caserma a lui intitolata a Palermo, sede del Comando Legione Carabinieri Sicilia la deposizione di una corona di fiori. A seguire alle 10 sul luogo dell'eccidio alla presenza del ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri, delle massime autorità civili e militari e della figlia Rita Dalla Chiesa, saranno deposte delle corone d'alloro anche sul luogo dell'eccidio in via Isidoro Carini. Subito dopo don Salvatore Falzone officerà la Santa Messa nella chiesa di San Giacomo dei militari e a seguire ci sarà la visita alla Sala della Memoria, sempre all'interno della Caserma Carlo Alberto Dalla Chiesa. Mentre alle 18.30 a Palazzo delle Aquile, sede del Comune di Palermo, Luciano Mirone, presenterà il libro «A Palermo per morire. I cento giorni che condannarono il generale Dalla Chiesa. All'incontro parteciperanno anche il sindaco del capoluogo siciliano, Leoluca Orlando, il pm antimafia Antonio Ingroia, Riccardo Orioles e Giuseppe Casarrubea. Un altro momento commemorativo è in programma martedì 4 settembre alle 18 presso Sala De Seta ai Cantieri culturali alla Zisa, sempre a Palermo. Nando Dalla Chiesa, Alfonso Giordano, Vito Lo Monaco, Piergiorgio Morosini si confronteranno su »Carlo Alberto Dalla Chiesa: mafia e politica. Una scia di sangue lunga 30 anni. Consuelo Lupo e Gabriello Montemagno leggeranno poi l'intervista del 10 agosto 1982 di Giorgio Bocca al prefetto Dalla Chiesa. Mentre Dora Dalla Chiesa presenterà il docufilm «Generale» per la regia di Lorenzo Rossi Espagnet, dedicato al nonno. Porterà i suoi saluti il sindaco di Palermo Leoluca Orlando.


Dino Russo, il figlio di Domenico, l’agente di scorta di Dalla Chiesa: «A Palermo erano certi che sarebbe successo, tutti si aspettavano quello che poi è accaduto. Si può dire che in qualche modo il destino di Dalla Chiesa era segnato. La mafia, che lo ha ucciso insieme a mio padre, c'è ancora oggi anche se ha abbandonato la tattica stragista. La verità è che c'è ancora tanto da fare prima di poter dire di avere vinto la battaglia contro cosa nostra». Dino Russo, figlio di Domenico, capo scorta di Carlo Alberto Dalla Chiesa, ripercorre con l'Adnkronos gli attimi seguiti alla strage di via Carini, che vide il prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente Domenico Russo morire sotto i colpi dei killer mafiosi. «All'epoca ero un bambino, lo venni a sapere dal telegiornale. Dalla Chiesa era un grande uomo, che ha sconfitto le Brigate Rosse, una persona di cuore. Era deciso a contrastare la mafia, di certo -rileva- lui e mio padre si sarebbero opposti a qualsiasi eventuale ipotesi di trattative con la mafia da parte delle istituzioni».
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