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sabato 5 ottobre 2013

RICORDATO ANTONIO CANGIANO A 25 ANNI DALL'AGGUATO DI CAMORRA CHE LO PARALIZZO'



Don Ciotti fa visita a Tonino Cangiano
CASAPESENNA - La sera del 4 ottobre del 1988 lo ferirono in un agguato di camorra costringendolo a vivere su una sedia a rotelle. Antonio Cangiano, assessore ai lavori pubblici e vice sindaco a Casapesenna, paese del boss Michele Zagaria, doveva essere punito perché aveva rifiutato di sottostare ai ricatti del clan per l'affidamento di un appalto. Cangiano, che è deceduto il 23 ottobre del 2009, a 60 anni,  anche in seguito a quelle ferite, è stato ricordato nel centro sociale cittadino, alla presenza della moglie e dei suoi tre figli. “Vogliamo la verità su quella vicenda che ha segnato la nostra comunità – ha detto Pasquale Cirillo, di Legambiente che ha promosso l’iniziativa – perché a distanza di tanti anni non si conoscono né i killer, né i mandanti di quell’agguato”. Il commando che sparò alcuni colpi di pistola a Cangiano in piazza Petrillo, gli spezzò anche la colonna vertebrale. Da allora rimase paralizzato.
 
Don Luigi Petrillo
A commemorare Cangiano anche don Luigi Petrillo, parroco di Casapesenna da 50 anni. Don Luigi ha ricordato come  Cangiano aveva tentato di riprendersi una rivincita nei confronti della camorra. “Lo convinsi a candidarsi a Sindaco della città. Era il 1993 – ha detto il parroco – Mi recai a casa sua insieme ad una delegazione di un comitato cittadino. Tonino accettò, nonostante le sue condizioni di salute e divenne Sindaco il 21 novembre 1993, con quasi 4000 preferenze”. Ma fu di nuovo costretto alle dimissioni in seguito a nuove minacce da parte della camorra. Il 23 gennaio del 1996 il consiglio comunale fu sciolto, ancora una volta, per condizionamenti di camorra. La prima volta avvenne a settembre del 1991. Nel 1995 gli amputarono anche le gambe e comunicava solo attraverso un computer. Il 19 marzo del 2009, in occasione del quindicesimo anniversario della morte di don Giuseppe Diana, gli fece visita don Luigi Ciotti. “Per noi sei un simbolo vivente del movimento anticamorra” gli aveva detto il presidente di Libera. 
 
 
“Apprendo solo ora che Antonio Cangiano non è stato riconosciuto vittima di camorra – dice Gianni Solino, responsabile provinciale di Libera Caserta – l’umiltà, la dignità e la riservatezza della sua famiglia non devono essere di ostacolo al suo riconoscimento, perché sappiamo tutti che Tonino Cangiano è una vittima della camorra. La sua è una storia di resistenza che è avvenuta in questo territorio. Una resistenza non di massa, di pochi, ma che c’è stata. Cangiano ha pagato come don Peppe Diana la sua scelta di non piegarsi alla camorra”.
 
Gianni Zara, ex sindaco di Casapesenna, che con le sue dichiarazioni ha fatto scattare una nuova indagine sugli amministratori della città, ha ricordato di quando incontrò  Tonino Cangiano a casa sua. “Era il natale del 2008 ero ancora sindaco in quel periodo. In quell’incontro Tonino mi ha trasmesso  la sua forza, la sua intelligenza e il suo coraggio. Mi ha detto: “Non mollare. Qualunque sia il pericolo che hai davanti, qualunque  sia il sistema che rappresenta l’illegalità, lo devi combattere senza avere paura e con grande determinazione”.
 
E’ toccato infine a Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e suo amico personale, ricordare le battaglie comuni contro la camorra. “Tonino era uno di noi. Insieme abbiamo denunciato i rischi di un sistema camorristico che stava conquistando pezzi della nostra economia, che conquistava anche pezzi delle nostre istituzioni, candidandosi direttamente alla gestione della cosa pubblica e stabilendo una vera e propria dittatura militare. Lui ha pagato il prezzo più alto. Come don Diana, come il sindacalista della CGIL, Tammaro Cirillo a Villa Literno.  Abbiamo fatto una promessa a noi stessi – ha concluso Natale -  tutti questi morti per mano della camorra, non devono essere dimenticati, perciò siamo qui ancora a parlare di Tonino Cangiano”. Dopo il saluto dei familiari di Cangiano, e la lettura di alcuni passi in suo ricordo da parte di ragazzi delle medie di Casapesenna, una corona di fiori è stata deposta alla fine della cerimonia all’ingresso del centro sociale che porta il suo nome.



Alla manifestazione hanno partecipato, tra le tante persone, anche una delegazione del coordinamento familiari di vittime innocenti della camorra (Salvatore Di Bona, Pasquale Scherillo, Carmen del Core), Valerio Taglione, portavoce del Comitato don Peppe Diana, il sindaco di San Marcellino, Pasquale Carbone, esponenti di Legambiente e del movimento 5 stelle.


sabato 14 settembre 2013

"CAMBIATE LA TABELLA SU DON DIANA". IL VESCOVO RAFFAELE NOGARO PRIMO FIRMATARIO DI UN APPELLO AL SINDACO DI CASERTA


“Cambiate la tabella su don Diana”. Un appello è stato consegnato stamattina al sindaco di Caserta, Pio del Gaudio, affinché rimuova  e modifichi la tabella apposta all’inizio dello slargo che il  6 settembre scorso è stato dedicato a don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso il 19 marzo del 1994. Sulla tabella, infatti, non è scritto che è stato ucciso dalla camorra: “Largo Giuseppe Diana, sacerdote – medaglia d’oro al valor civile 1958 – 1994”. Come invece è riportato correttamente sulla tabella dello slargo intitolato a don Puglisi  e inaugurato nello stesso giorno: Largo Giuseppe Puglisi, sacerdote – vittima della mafia 1937 – 1993”.


L’appello che chiede la modifica della tabella, è stato firmato da diverse personalità cittadine, primo fra tutti, Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, amico fraterno di don Diana e tra i più strenui difensori della sua memoria. Alla cerimonia di inaugurazione, erano presenti, tra gli altri, lo stesso sindaco di Caserta e il vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. Il giorno dopo l’inaugurazione, voluta fortemente dai padri Sacramentini, è stato lo stesso fratello di don Diana, Emilio, a sottolineare questa omissione così palese, precisando che il fratello non era morto per un incidente sul lavoro. “Omettere di scrivere che è stato ucciso dalla camorra  - aveva aggiunto Emilio Diana - è occultare la verità. Non riesco a capire come ancora adesso c’è chi ha paura di pronunciare la parola camorra”. I due preti, don Puglisi e don Diana, furono uccisi a distanza di sei mesi l’uno dall’altro: Don Puglisi il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, mentre don Diana fu ammazzato il 19 marzo 1994, quando aveva 36 anni, nel giorno del suo onomastico. Insieme a Nogaro hanno firmato l’appello anche  le suore orsoline di “Casa Rut”, Pasquale Iorio (Le Piazze del Sapere),Maria Carmela Caiola (Italia Nostra), Carlo De Michele (Carta 48), don Nicola Lombardi (Diocesi di Caserta), Elisabetta Luise        (Auser Caserta), Nicola Melone (Ordinario SUN), Andrea Mongillo (Confederdia Campania), Biagio Napolano (Arci Caserta), Pasquale Sarnelli (Acli Caserta) e Gianfranco Tozza (Legambiente Caserta).

lunedì 9 settembre 2013

IL PRIMO CIACK PER LA FICTION SU DON DIANA



Alessandro Preziosi
Sono cominciate stamattina a Frignano le riprese per la fiction su don Giuseppe Diana, “Per amore del mio popolo”, che andrà in onda su Rai1 il 19 marzo del 2014. Il primo ciak alle 8,30 dentro lo spazio della fiera settimanale. Uno spazio che è diventato per l’occasione una stazione di autobus. Sul set, che è stato attrezzato sin dalle primi luci dell’alba, la numerosissima troupe guidata dal regista Antonio Frazzi, insieme al produttore, Giannandrea Pecorelli, responsabile dell’Aurora film che produce la fiction e, ovviamente, l’attore protagonista, Alessandro Preziosi, che interpreta il ruolo di don Diana. Sul posto anche tantissimi cittadini armati di telefonini che per tutto il tempo hanno cercato di fotografare Preziosi, ma sono stati tenuti a debita distanza da vigili urbani e carabinieri.
Nel pomeriggio di ieri l’attore protagonista si era recato a casa della famiglia di don Diana, in via Garibaldi a Casal di Principe, accompagnato dal regista e dal produttore, per incontrare i fratelli e la mamma del sacerdote ucciso. Voleva capire ulteriormente una personalità così semplice, ma al tempo stesso così dirompente, come quella di don Diana. “Ha visitato la stanza di don Peppe che è ancora intatta –  spiega Valerio Taglione responsabile del Comitato don Diana, presente all’incontro -  e ha parlato a lungo con i familiari. Preziosi è venuto per interpretare con lo spirito giusto un sacerdote che con la sua morte ha cambiato il corso della storia di queste terre. Anche per un attore bravo come lui non deve essere facile affrontare questo ruolo. Siamo convinti  - ha aggiunto Taglione - che la scelta di girare buona parte del film nelle terre di don Diana avrà delle ricadute positive, sia economiche che sociali, a partire dall’incremento della presenza di tanti giovani che già da alcuni anni arrivano qui per partecipare ai campi di lavoro di Libera”. Poco dopo le 10 c’è stato il trasferimento della troupe dentro il cantiere di una ditta di autotrasporto di materiali edili, tra Frignano e Casaluce, per girare altre scene. La lavorazione del film andrà avanti per almeno quattro settimane e coinvolgerà anche numerose comparse locali. “Mi auguro – dice Emilio Diana, il fratello di don Giuseppe – che questo film possa dare più forza a quelli che si battono per cambiare questa terra. Solo così potremo dire che il suo sacrificio non è stato invano”.

sabato 7 settembre 2013

"RIMUOVETE QUELLA TARGA". IL FRATELLO DI DON PEPPE DIANA, EMILIO, CONTRO IL COMUNE DI CASERTA


Il Comune di Caserta intesta una strada a don Pino Puglisi e una a don Giuseppe Diana, ma nella tabella del prete ucciso a Casal di Principe, omette di scrivere che è stato ucciso dalla camorra. Una scelta criticata dalle associazioni  anticamorra e soprattutto dalla famiglia di don Diana che chiede di sostituirla. L’iniziativa di dedicare due strade a due preti uccisi dalle mafie, è stata fortemente voluta dai padri Sacramentini di Caserta che gestiscono la parrocchia di Sant’Augusto Vescovo, ospitata nella struttura dalla Tenda di Abramo in via Borsellino. Il Comune ha aderito alla richiesta, scegliendo due piccoli slarghi nei pressi di via Borsellino, che distano circa 500 metri tra di loro. Alla cerimonia di inaugurazione, avvenuta venerdì sera alla presenza del Sindaco di Caserta, Pio del Gaudio, e del vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, sono state scoperte le due tabelle stradali dove sulla prima c’è scritto: Largo Giuseppe Puglisi, sacerdote – vittima della mafia 1937 – 1993, mentre sulla seconda c’è scritto Largo Giuseppe Diana, sacerdote – medaglia d’oro al valor civile 1958 – 1994”.
 
“Mio fratello non è certo caduto dal terzo piano di un fabbricato in costruzione – dice con un amaro filo d’ironia Emilio Diana, il fratello di don Peppe, dopo aver appreso della notizia – omettere di scrivere che è stato ucciso dalla camorra è occultare la verità. Non riesco a capire come ancora adesso c’è chi ha paura di pronunciare la parola camorra”. I due preti, don Puglisi e don Diana, furono uccisi a distanza di sei mesi l’uno dall’altro. Don Puglisi il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, mentre don Diana fu ammazzato il 19 marzo 1994, quando aveva 36 anni, nel giorno del suo onomastico. Ma per don Diana questa è una vicenda che ritorna. Nel giorno dei suoi funerali, il 21 marzo del 1994, fu l’allora vescovo di Aversa, Lorenzo Chiarinelli, a omettere la parola camorra nella sua omelia funebre. Qualcuno gli aveva suggerito di stare attento a sbilanciarsi perché don Diana “era stato ucciso per una vicenda di donne”. Un depistaggio messo in atto dagli stessi uomini della camorra per infangare la memoria del prete di Casal di Principe. Da più parti, intanto, si sono levate voci per rimuovere quella tabella e modificarla. Emilio Diana è d’accordo e dice: “Quella tabella così anonima rischia di offendere la memoria di mio fratello. Mi appello al Sindaco della città di Caserta affinché la faccia sostituire con la scritta esatta: “Giuseppe Diana, sacerdote – vittima della camorra  1958 – 1994”. Intanto lunedì mattina cominceranno le riprese per la fiction su don Diana: “Per amore del mio popolo”, che andrà in onda su rai1 il 19 marzo dell’anno prossimo.  Il primo ciak nella piazza di Frignano, a pochi passi da Casal di Principe.

mercoledì 28 agosto 2013

INTERVISTA DELLA FIGLIA DI RIINA AD UNA TV SVIZZERA. FACEVA MEGLIO A STARSENE ZITTA


La figlia di Totò Riina, Lucia, la terzogenita,  in una intervista alla tv svizzera Rts,  dichiara di essere  dispiaciuta per le vittime della mafia, ma di essere onorata di portare il cognome del padre. Un video che ha  già suscitato molte polemiche e, soprattutto le stizzite reazioni della presidente dell’associazione vittime di via Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli.


 «La smetta di rilasciare interviste a tanto il chilo - scrive Maggiani Chelli -, suo padre non ha ucciso qualcuno durante un raptus, ma ha macellato e fatto macellare scientificamente centinaia di poveri cristi che si sono trovati anche solo sulla sua strada come i nostri figli. Inorridisca una buona volta Lucia Riina davanti a tanto sangue innocente versato perché quelle come lei potessero fare la bella vita». «La prossima volta che rilascia una intervista del genere - scrive Maggiani Chelli - penseremo seriamente a cercare la possibilità di querelarla per lesa memoria dei nostri morti torturati e massacrati come cani dal macellaio di via dei Georgofili Salvatore Rina. Inoltre bastano le nostre di televisioni che esaltano i figli dei criminali , non ci si mettano anche quelle svizzere, guardino in casa loro e scopriranno così che capi mafia come Riina Salvatore non ne hanno mai avuti e che non è il caso di dare voce alla loro progenie».


Il commento della sociologa Alessandra Dino. «Nulla di nuovo. Ancora una volta la strategia comunicativa della mafia, e in particolare quella della famiglia Riina, passa attraverso l'utilizzo di rassicuranti figure femminili, come accade in questo caso in cui a parlare è la figlia minore del boss». Così la sociologa Alessandra Dino, docente dell'università di Palermo e autrice di numerosi saggi sul rapporto tra la mafia e le donne, commenta l'intervista rilasciata a una Tv svizzera da Lucia Riina. «Quello che più mi ha colpito - sottolinea la studiosa - è la continuità familiare: nell'intervista in studio Lucia ha la stessa facies, lo stesso look, perfino la stessa pettinatura che aveva la madre, Antonietta Bagarella, quando negli anni '70 fu intervistata dal giornalista Mario Francese, poi ucciso dalla mafia. Ed anche gli argomenti sono gli stessi, come il richiamo alla tradizione cattolica familiare e la difesa del cognome che porta. Insomma, lascia riflettere non poco il fatto che una donna di 32 anni usi gli stessi clichè della madre, a quarant'anni di distanza». Riferendosi infine alla frase di Lucia Riina che si è detta «dispiaciuta» per le vittime di mafia ma «onorata» di portare il cognome del padre, la sociologa osserva: «C'è un corto circuito logico in queste dichiarazioni, un forte distacco emotivo, come se nessuno fosse responsabile della morte di queste persone. Una separazione tra sfera privata e responsabilità pubbliche. Il fatto che Lucia Riina non riesca a condurre una vita 'normale’ non dipende certo dallo Stato ma è legato alla storia della famiglia cui appartiene»


Maria Falcone  - «Provo sconcerto e biasimo per le dichiarazioni di Lucia Riina. Pur rispettando il suo ruolo di figlia e consapevole che le colpe dei padri non possano per nessuna ragione ricadere sui figli, non accetto che una donna cattolica praticante, come lei sottolinea più volte nell'intervista, non prenda le distanze da un padre assassino. Un padre che ha provocato lacrime e dolore disumano alle tante famiglie delle vittime colpite dalla sua efferata violenza e ferocia». Così Maria Falcone, sorella di Giovanni, il giudice antimafia ucciso da Cosa nostra nel 1992, commenta l'intervista rilasciata a una tv svizzera dalla figlia di Totò Riina, Lucia. «Sarebbe stato meglio, per etica, moralità e discrezione verso gli italiani - prosegue -, non sbandierare il proprio 'onorè di portare un cognome tanto scomodo e relegare al proprio privato i sentimenti che si nutrono verso un genitore. Così come è altrettanto grave che per facile audience una tv svizzera si interessi alla figlia di un boss italiano, raccogliendo le sue opinioni su fatti tanto drammatici per la storia del nostro Paese e per le famiglie dei martiri colpiti dalle azioni mafiose ordite dal boss Salvatore Riina».


Sonia Alfano - «Lucia Riina proprio non ce la fa a stare lontana dalle luci della ribalta. È più forte di lei. E non ce la fanno giornali e tv a mantenere la decenza evitando di darle spazio» commenta Sonia Alfano, presidente della Commissione Antimafia Europea. «È francamente esasperante e disgustoso assistere a tale reiterato spettacolino da parte di Lucia Riina: - aggiunge - si dice dispiaciuta per le vittime del padre, ma al contempo orgogliosa del cognome che porta, perché corrisponde alla sua identità. Una contraddizione in termini, senza dubbio. Del resto Lucia Riina non è nuova a queste uscite e da lei non mi aspetto nulla di meglio di quanto fino ad ora fatto (o non fatto) e detto (o non detto)».

«È figlia di uno dei più cruenti mafiosi che la storia ricordi ed orgogliosa di esserlo. - prosegue - Questo, per me, basta a qualificarla. Mi aspetterei però maggiore prudenza e dignità da parte dei media. I familiari delle vittime, loro sì giustamente orgogliosi dei nomi che portano, vengono spesso ignorati. Si riesce a dare maggiore spazio e visibilità ai figli dei mafiosi che ai figli degli eroi civili che i mafiosi li hanno combattuti con coraggio e sprezzo del pericolo, rimettendoci la vita».


Intanto,  è sparito dal sito della tv svizzera TSR il video dell'intervista a Lucia, la figlia di Totò Riina. Lo annuncia Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell' Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. «Ci aspettiamo ora - aggiunge l'associazione - che quanti, nel mondo, hanno in queste ore divulgato il video contenente l'intervista alla figlia del Capo di »Cosa nostra«, facciano altrettanto». «L'enormità della strage di Firenze in via dei Georgofili il 27 Maggio 1993 ha fatto il giro del mondo , perché erano stati colpiti gli Uffizi , ma quella notte morirono sotto 277 chili di tritolo distribuito da Salvatore Riina per salvaguardare i suoi affari e quelli dei suoi eredi, due bambine piccolissime, un ragazzo di venti anni e due giovani di poco più di 30 anni. Va tolta quindi ogni voce ai mafiosi terroristi eversivi del 1993 e ai suoi eredi, a meno che non vogliono verbalizzare ciò che sanno nella procura della Repubblica di Firenze» conclude l'associazione.

TESTIMONI DI GIUSTIZIA ASSUNTI NELLA P.A. UNA NUOVA BEFFA PER AUGUSTO DI MEO CHE FECE CONDANNARE IL KILLER DI DON DIANA

Augusto Di Meo
“Il Decreto che assume i testimoni di giustizia nella Pubblica Amministrazione? Una buona norma, ma per me sfuma anche questa possibilità di aiuto, perché lo Stato non mi ha mai riconosciuto come testimone di Giustizia”. Augusto Di Meo, il fotografo di Casal di Principe che fece condannare il killer di don Giuseppe Diana, è amareggiato e deluso, perché nonostante la sua testimonianza sia stata determinante ai fini del processo e delle condanne comminate, non è stato mai riconosciuto come “testimone di giustizia”. Ora, con l’approvazione del decreto da parte del governo di norme che prevedono l’assunzione per “chiamata diretta nominativa” e che dovrebbe riguardare circa 80 persone in tutt’Italia, Di Meo rischia di perdere un altro treno che potrebbe contribuire a rendere meno difficoltosa la sua attuale condizione lavorativa e familiare, penalizzata dai problemi derivanti della crisi economica. Augusto Di Meo ha  citato in giudizio il Ministero dell’Interno per ottenere un riconoscimento che a diciannove anni da quei fatti, non è mai arrivato.  Fu grazie al suo coraggio se gli inquirenti cominciarono da subito la caccia a colui che aveva osato profanare una chiesa con l’uccisione di un prete.  Appena dopo il delitto, Di Meo riconobbe in fotografia la persona che aveva sparato quella mattina: “Si è lui, è Giuseppe Quadrano"  disse deciso il fotografo ai carabinieri che lo interrogavano.
Dopo quella testimonianza, Augusto Di Meo,  temendo probabili ritorsioni, fu costretto a chiudere  la sua attività di fotografo a Villa di Briano. Si recò in Umbria, insieme con la moglie e i due figli piccoli, dove tentò di trasferire la propria attività di fotografo professionale, ma senza successo. “Negli anni passati in Umbria – racconta Di Meo -  ho dovuto attingere a tutti i miei risparmi per poter continuare a svolgere la mia attività anche dopo il trasferimento e  mantenere la mia famiglia. Nel frattempo ho maturato anche diversi debiti, perché lo Stato non mi ha mai fornito alcuna protezione, nè mi ha mai aiutato dal punto di vista economico”.  
 
         Di Meo, oggi 52enne,  è ritornato  da quindici anni a vivere facendo il fotografo nei suoi luoghi di origine. La moglie Silvana 55 anni,  insegna nelle scuole materne del Comune di Roma. Tutte le mattine parte da Villa di Briano da casa poco prima delle 5  e torna a sera, poco prima delle 20, con un disagio familiare non indifferente. I figli, Antonio  (laureato in ingegneria) è disoccupato. La ragazza,  Livia Rosa,  è laureata in scienze della formazione ed è anche lei disoccupata. Per di più, Di Meo si trova anche a fronteggiare un forte un debito con Equitalia dovuto proprio al fatto di non aver avuto la possibilità di far fronte a tutte le scadenze economiche perché per anni non ha potuto svolgere pienamente la propria attività.
 Augusto, intanto, continua a raccontare come sono andati i fatti quella mattina del 19 marzo del 1994. Lo fa con  centinaia di ragazzi che passano nelle “terre di don Diana”, per i campi di lavoro promossi da Libera. Per questa sua attività , il 30 novembre del 2012 gli è stato assegnato il “premio Nazionale don Giuseppe Diana”, insieme al procuratore della DDA, Federico Cafiero De Raho e al padre comboniano, Giuseppe Zanotelli.
 
Il suo legale, l’avvocato Alessandro Marrese, per ottenere il riconoscimento da parte dello Stato quale testimone di Giustizia, ha scritto una prima lettera  alla Commissione Centrale che definisce e applica le misure di protezione presso il Ministero dell’Interno,  il 6 febbraio del 2012. Ma non ha ottenuto risposta. Ho sollecitato   tre mesi dopo un nuovo intervento, ma niente. E così il 16 gennaio 2013 ha presentato un atto di citazione al tribunale di Napoli contro il Ministero dell’Interno per un giudizio che è cominciato il 13 maggio, perché Di Meo e la sua famiglia non possono essere abbandonati così.
“Il Ministero dell’Interno si è opposto con motivazioni che se conosciute pubblicamente – spiega l’avvocato Marrese -  sicuramente non invoglierebbero altre persone a testimoniare contro la criminalità organizzata”.
 
La prossima udienza del giudizio contro il Ministero dell’Interno è stata fissata per il mese di dicembre 2013.
“Non mi fermo – dice Augusto con un volto che diventa rosso dalla rabbia – aspetto giustizia. Ho ancora fiducia nello Stato anche perché so che don Diana da lassù non mi abbandonerà”.

martedì 27 agosto 2013

LIBERO DI NOME E DI FATTO



L'imprenditore palermitano Libero Grassi
29 Agosto 1991, un killer aspetta sotto casa un imprenditore che si era rifiutato di pagare il pizzo. Il killer è Salvatore Madonia. L’imprenditore è Libero Grassi, non un eroe, ma un uomo qualunque, un uomo Libero di nome e di fatto. Anzi, la libertà l'aveva nel dna Libero Grassi. La portava con sé ogni giorno, scolpita in quel nome che i genitori, convinti antifascisti, gli avevano dato in ricordo del sacrificio di Giacomo Matteotti. Libero Grassi, l'imprenditore tessile che disse di no al pizzo, che non si piegò all'imposizione mafiosa, perché, spiegò a Michele Santoro durante una puntata di Samarcanda dell'aprile del 1991, «non mi piace pagare. È una rinuncia alla mia dignità d'imprenditore». La sua impresa, la Sigma, era sana, produceva biancheria intima ed aveva un bilancio in attivo. «La prima volta mi chiesero i soldi per i 'poveri amici carcerati’, i 'picciotti chiusi all'Ucciardone’ - scrive Grassi in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera -. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: 'Attento al magazzino’, 'Guardati tuo figliò, 'Attento a tè. Il mio interlocutore - racconta - si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli». Libero Grassi denuncia agli investigatori e pubblicamente. Chiede l'aiuto degli altri industriali, cerca solidarietà, sostegno, ma trova silenzio ed indifferenza. Di più ostilità. La mafia non esiste, gli imprenditori siciliani non pagano il pizzo, dice il presidente di Confindustria. Ma lui, quell'uomo austero, convinto sostenitore della libertà d'impresa non ci sta. Non si piega, non accetta, non ammicca.


E la sua ribellione la grida. Forte e chiara perché possa varcare i confini di Palermo e della Sicilia. Prende carta e penna e il 10 gennaio del 1991 scrive al Giornale di Sicilia. È una lettera indirizzata al suo «Caro estortore». «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore - dice Libero Grassi - di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al 'Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui». Poche semplici parole, che hanno l'effetto, però, di una deflagrazione. Troppo per Cosa nostra. Un affronto da punire con la morte, perché non sia di esempio ad altri, perché la ribellione non diventi contagiosa. Il 29 agosto del 1991 Salvatore Madonia lo attende sotto casa, in via Alfieri, e lo uccide sparandogli alle spalle. Per quell'omicidio molti anni dopo fu condannato all'ergastolo e, come lui, altri boss del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Ad uccidere materialmente Libero Grassi è stata la violenza del piombo mafioso, ma le colpe, le responsabilità di quella tragica morte vanno ricercate altrove: nel silenzio, nell'indifferenza di una città troppo compiacente, abituata a convivere con la prepotenza mafiosa. Una città fragile squassata dall'esempio eversivo della dignità e del rispetto delle regole. Ci sono voluti 13 anni perché Palermo si risvegliasse, perché nascesse il primo comitato antiracket, AddioPizzo, e a distanza di tre anni 'LiberoFuturo’, la prima associazione di imprenditori e liberi professionisti che hanno detto no al pizzo.
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