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sabato 17 maggio 2014

DOMENICO NOVIELLO UCCISO PERCHE' LASCIATO SOLO. FRANCO ROBERTI: "CASALESI SCONFITTI, MA NON ABBASSIAMO LA GUARDIA"


Fu ucciso sei anni fa, il 16 maggio 2008  e stamattina,  Domenico Noviello, è stato commemorato a Castel Volturno, a Baia Verde,  proprio a pochi passi dal luogo dell’agguato, nella piazzetta che ora porta il suo nome. Domenico, “Mimmo” Noviello, titolare di una autoscuola, nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione da parte del clan Bidognetti. Noviello fece condannare i suoi estorsori testimoniando al processo contro i camorristi che avevano chiesto il pizzo. Sette anni dopo la denuncia, il 16 maggio 2008, l’agguato ad opera di un commando di camorristi, guidati dal boss Giuseppe Setola. Alla cerimonia, molto sobria, hanno partecipato i figli e la moglie di Noviello. Con loro Tano Grasso, presidente onorario della Federazione Antiracket, il prefetto Antonio Contarino, a capo della terna commissariale del Comune di Castel Volturno, Il capo della squadra mobile di Caserta, Alessandro Tocco, il  capitano dei Carabinieri di Mondragone, Lorenzo Iacobone, Valerio Taglione del Comitato don Diana, Gianni Solino responsabile di Libera Caserta, Paolo Miggiano della Fondazione Polis, alcuni familiari di vittime della criminalità, Francesco Clemente, Emilio Diana,  Luciana di Mauro, Gennaro del Prete, Carmen del Core, il testimone di giustizia, Augusto di Meo.

C’erano anche molti studenti delle scuole medie di Castel Volturno, che hanno letto componimenti fatti nelle classi per ricordare il sacrificio di Domenico Noviello. Tre corone di fiori sono state deposte davanti alla stele in marmo che ricorda Noviello, dopodiché, Massimiliano, il figlio di Mimmo, ha letto una lettera che gli hanno consegnato i ragazzi di Libera di Ivrea, dove il 10  maggio scorso  gli è stato intitolato il presidio dell’associazione presieduta da don Luigi Ciotti. “Ciao Mimmo – hanno scritto i ragazzi piemontesi -  vogliamo farti sentire la nostra vicinanza. Vogliamo esserci almeno con te con le parole, giacché fisicamente non è possibile. Per quanto lontane le strade si sono incontrate e abbiamo trovato in te una figura di riferimento. Abbiamo intitolato la nostra sede  a te affinché la gente conoscono la tua storia. Perché le persone sappiano che il tuo gesto è servito per infondere nuovo coraggio ad altri imprenditori che hanno  che hanno dato vita alla prima associazione antiracket di Castel Volturno.”
«Il ricordo di  Domenico Noviello -  ha detto  a margine della cerimonia Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione -  per noi è doveroso. In qualche modo dobbiamo riparare ad un grave errore che fece la comunità. Noviello fu lasciato solo, esattamente così come era successo con Libero Grassi in Sicilia. Ricordare Noviello vuol dire continuare anche  dire no al racket. Vogliamo dimostrare  che da quel 16 maggio di sei anni fa, c’è un vento nuovo da queste parti».
Ma la giornata è appena iniziata.  Dopo la cerimonia, l’incontro tra la Consulta Provinciale degli Studenti di Caserta e il movimento antimafia e antiracket, presso il Centro di Formazione Nazionale del Corpo Forestale sul tema “Legalità e Ambiente”.  Vi  hanno partecipato, tra gli altri, Tano Grasso, il prefetto Antonio Contarino, il Presidente della Comunità Senegalese Mamadou Sy, Gianni Solino, referente provinciale  di “Libera”, Valerio Taglione, coordinatore del “Comitato Don Peppe Diana”.

 A seguire, nel pomeriggio, invece l’inaugurazione della sede dell’associazione antiracket intitolata a Domenico Noviello, in un bene confiscato in via Ostia. Tra gli intervenuti, Rosario D’Angelo coordinatore regionale delle associazioni antiracket, Carmela Pagano Prefetto di Caserta, Franco Malvano, commissario antiracket presso la Regione Campania, Luigi Ferrucci, presidente associazione antiracket “Domenico Noviello”, il prefetto Antonio Contarino e Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia.
“Il 16 maggio del 2008 io ero in quel quadrivio di Baia Verde – ha ricordato il procuratore Roberti che Tano Grasso ha indicato come il vero padre del movimento antiracket in Campania – A terra c’era il corpo senza vita di Domenico Noviello. In quell’occasione  capimmo finalmente quale era la strategia di quella banda di assassini di cui avevamo difficoltà a capire le mosse. Ci organizzammo e così cominciò la disarticolazione di quel gruppo criminale. Da allora è cominciata la crisi, il collasso, del clan dei casalesi. Ed oggi possiamo dire che quel fenomeno criminale come l’abbiamo conosciuto, con la sua articolazione anche militare e contro il quale abbiamo combattuto per 20 anni, non esiste più sul territorio. Ma non dobbiamo abbassare la guardia. Perché le condizioni socio ambientali non sono cambiate rispetto al passato e potrebbero riprodurre un nuovo fenomeno di criminalità organizzata”.

La giornata in ricordo di Domenico Noviello è stata conclusa da Massimiliano Noviello, il figlio di Mimmo. “Mio padre, è stato ucciso come Federico del Prete, come don Peppe Diana, perché come loro è stato lasciato solo. Oggi a Castel Volturno c’è l’associazione antiracket che porta il nome di mio padre. Il mio sogno è di vedere in questa sede la partecipazione di tanta gente affinché da questo posto parta il riscatto del territorio. Vorrei che non ci fossero più eroi, ma solo imprenditori  che non debbano pagare più alcun tipo di pizzo”.

lunedì 12 maggio 2014

A IVREA PRESIDIO DI LIBERA INTESTATO A DOMENICO NOVIELLO. IL16 MAGGIO LA FAI, LIBERA E IL COMITATO DON DIANA LO RICORDANO A CASTEL VOLTURNO


E’ stato intitolato a Domenico Noviello, l’imprenditore originario di San Cipriano di Aversa ucciso dalla camorra, il presidio di Libera di Ivrea (To). La cerimonia è avvenuta sabato scorso alla presenza del figlio Massimiliano, in via Arduino,  dove è stata scoperta una targa con la scritta: “Domenico Noviello: un uomo libero e dignitoso che si rifiutò di inchinarsi alla prepotenza della camorra”. Domenico, “Mimmo” Noviello, titolare di una autoscuola, nel 2001 aveva denunciato un tentativo di estorsione da parte del clan Bidognetti. Noviello fece condannare i suoi estorsori testimoniando al processo contro i camorristi che avevano chiesto il pizzo. Sette anni dopo la denuncia, il 16 maggio 2008, poco dopo le sette del mattino,  l’imprenditore fu ucciso a Castel Volturno, nei pressi di Baia Verde, da un commando di camorristi, tra cui anche alcuni di quelli denunciati nel 2001.
“Quando ci venne fatta la richiesta estorsiva, ne parlammo in famiglia – dice il figlio Massimiliano Noviello -  ricordo anche la sofferenza  di mia madre che 33 anni prima le fu ammazzato un fratello proprio perché si era ribellato ad un tentativo di estorsione. Decidemmo entrambi di denunciare, sia io che mio padre. Papà è stato assassinato per dare un messaggio sul territorio: questa è la sorte che tocca a chi denuncia. E’ stata dura. Ma mi conforta il fatto che dopo solo due anni a Castel Volturno è nata un’associazione antiracket di imprenditori  nel nome di Domenico Noviello”.
Intanto Venerdì 16 maggio, la Federazione nazionale delle Associazioni Antiracket (FAI),  ricorderà  proprio a Castel Volturno  Mimmo Noviello, in un evento promosso in collaborazione con Libera Caserta e con Il “Comitato don Peppe Diana”.
La commemorazione avrà inizio alle ore 10,30 in Piazzetta Domenico Noviello, località Baia Verde, con la presenza dei familiari. Alle ore 11,30 è previsto l’incontro tra il movimento antiracket con la Consulta degli studenti di Caserta.  Alle ore 18 ci sarà, invece, l’inaugurazione del bene confiscato assegnato all’associazione antiracket Castel Volturno “Domenico Noviello”.

«Ricordare Domenico Noviello - spiega Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione -  vuol dire riparare ad un grave errore che fece la comunità quando lo lasciò solo, esattamente così come era successo con Libero Grassi in Sicilia. Il ricordo di Noviello vuol dire continuare ad esprimere il nostro convinto no al racket e vuol dire mostrare l’evidente cambio di mentalità che da quel tragico 16 maggio del 2008 si è generato a Castel Volturno. Tutto, poi, concorre ad incoraggiare sempre di più imprenditori, commercianti, operatori economici a denunciare qualsiasi forma di estorsione».

All’incontro del pomeriggio, oltre a Luigi Ferrucci, interverranno  Rosario D’Angelo coordinatore regionale delle associazioni antiracket, Antonio Contarino commissario prefettizio del comune di Castel Volturno, Tano Grasso presidente onorario della FAI, Giuseppe Borrelli Procuratore Aggiunto della DDA di Napoli, Carmela Pagano Prefetto di Caserta, Elisabetta Belgiorno commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura, Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia.

giovedì 24 aprile 2014

SPOSTATA LA LAPIDE CHE RICORDA GAETANO MONTANINO IN PIAZZA DEL CARMINE A NAPOLI

L’avevano ridotta ad un immondezzaio, ma  il Comune di Napoli ha dato nuovamente il decoro che merita alla targa in piazza del Carmine che ricorda Gaetano Montanino, la guardia giurata uccisa da due rapinatori la notte del 4 agosto 2009.  

Il cippo commemorativo è stato spostato su un’aiuola a pochi metri dalla strada e inaugurato con una cerimonia semplice, dall’assessore  alle politiche giovanili  del Comune di Napoli, Alessandra Clemente,  alla presenza della moglie di Montanino, Luciana di Mauro, della figlia, Veronica, di Don Tonino Palmese e Geppino Fiorenza coordinatori regionali di Libera, insieme a don Luigi Ciotti, presidente di Libera,  di numerosi familiari delle vittime innocenti della criminalità e Paolo Miggiano della Fondazione Polis.

Gaetano Montanino, 45 anni, guardia giurata e dipendente dell'istituto "La vigilante",  la notte del quattro agosto di cinque anni fa, era in auto con il suo collega, Fabio De Rosa, di 25 anni. I due vigilanti erano davanti ad un negozio di giocattoli in piazza del Carmine quando all’improvviso arrivano su uno scooter due giovani con i volti coperti da un casco. Sono Davide Cella e Salvatore Panepinto, giovani che girano intorno al Clan Contini che opera nella zona.  Colgono di sorpresa Montanino e De Rosa.  "Non vi muovete e dateci le pistole". Gaetano Montanino reagisce. Tira la pistola dalla fondina e fa fuoco. Anche i due  rapinatori sparano. Montanino viene raggiunto da otto colpi di pistola. Muore subito. Fabio De Rosa è più fortunato, viene solo ferito nonostante sei colpi lo raggiungono in varie parti del corpo. Uno dei due aggressori, Davide Cella, rimane ferito a sua volta. Per i due aggressori ci sarà  una condanna a vent’anni di carcere.

 “Non si poteva più permettere di mantenere questa lapide abbandonata tra i rifiuti  -  ha detto Antonio D’amore, referente provinciale di Libera -  in un posto dove lo scempio e il degrado erano quotidiano e non consentivano ai famigliari di Gaetano nemmeno di portare un fiore”.

“Questa cerimonia è anche una risposta all’indifferenza che ha dimostrato il quartiere nei confronti di  mio padre – ha sottolineato polemicamente Veronica Montanino, la figlia di Gaetano  – speriamo che cambiando posto alla lapide ridaremo ad essa la dignità che ha sempre avuto, anche ricoperta dall’immondizia”.


“Non sarà mai abbastanza quello che potrà fare la città per le nostre vittime innocenti – ha detto Alessandra Clemente, che a sua volta è figlia di Silvia Ruotolo, un’altra vittima innocente – oggi, però, c’è un risultato collettivo, perché abbiamo un obiettivo collettivo: la memoria e la giustizia. Napoli è una città che deve chiedere scusa a tanti, ma è anche una città generosa che si è presa cura di alcune ferite. E lo facciamo oggi che è la giornata di San Giorgio, patrono delle guardie giurate. Gaetano Montanino deve diventare un punto di riferimento soprattutto per i ragazzi di questa città che devono scegliere ogni giorno da che parte stare”.


 “Le lapidi vanno bene  - ha detto don Luigi Ciotti  durante la celebrazione della messa per Montanino nella basilica del santuario del Carmine Maggiore - Giusto dare più decoro e visibilità, ma tutti quei nomi delle vittime innocenti devono essere scritti nelle nostre coscienze, o rischiamo che diventino solamente retorica”.

Stamattina, intanto, presso la sala giunta del Comune di Napoli è stato presentato lo spettacolo "Mater Camorra" dedicato proprio a Gaetano Montanino e curato dell'Accademia Vesuviana del Teatro e del TIN, Teatro Instabile Napoli. Nel cast degli attori anche Veronica Montanino.

sabato 15 marzo 2014

LO STATO RICONOSCA IL TESTIMONE DI GIUSTIZIA CHE FECE CONDANNARE IL KILLER DI DON DIANA. UN APPELLO DEI FAMILIARI DEL PRETE UCCISO DALLA CAMORRA

Augusto di Meo  tra Alessandro Preziosi e Pierluigi Cuomo
Lo Stato riconosca il testimone di giustizia che fece arrestare il killer di don Giuseppe Diana". Un appello in tal senso è stato rivolto al Presidente della Repubblica, al Premier, Matteo Renzi, ai ministri dell’Interno e della Giustizia e ai presidenti di Camera e Senato, affinché venga riconosciuto ad Augusto di Meo, il fotografo che riconobbe il killer e testimoniò nel processo per la morte di don Diana, lo status di Testimone di Giustizia, per riparare ad un torto durato vent’anni. A firmare l’appello sono i familiari di don Diana, il vescovo di Aversa, il  “Consiglio dell’Ordine degli avvocati” di Santa Maria Capua Vetere, il “Comitato don Peppe Diana”, l’associazione “Libera” e il “Collegamento campano contro le camorre”. 

Di Meo riconobbe in fotografia la persona che aveva sparato contro don Diana quella mattina del 19 marzo 1994: “Si è lui, è Giuseppe Quadrano – disse deciso il fotografo ai carabinieri che lo interrogarono -  è entrato in chiesa e prima di sparare ha chiesto: “Chi è don Peppe?”. Fu grazie al suo coraggio se gli inquirenti cominciarono da subito la caccia all’assassino di don Diana. 

“Chiediamo un atto concreto – è scritto nella lettera inviata agli organi istituzionali e che sarà pubblicata sui social network per raccogliere quante più adesioni possibili - per rendere omaggio alla memoria del sacerdote ucciso, mediante la concessione ad  Augusto Di Meo, testimone dell’omicidio, il  riconoscimento che la legge prevede per i testimoni di giustizia e che tutt’oggi, a vent’anni di distanza, non è, purtroppo, ancora avvenuto”.
Augusto  di Meo con Marisa Diana e Iolanda di Tella

Dopo la scelta di testimoniare nel processo per  la morte di don Diana, Augusto Di Meo  dovette abbandonare San Cipriano di Aversa, dove abitava e lavorava, perché temeva ritorsioni. Fu costretto a chiudere  la sua attività di fotografo e si recò in Umbria, insieme con la moglie e i due figli piccoli. Tentò di trasferire qui l’attività di fotografo professionale, ma con scarso successo.  Di Meo, oggi 54enne, è ritornato  da più di quindici anni a vivere di nuovo nel suo paese. Ha riaperto l’attività, ma sconta ancora il peso di quegli anni in cui ha dovuto inabissarsi. Ha contratto diversi debiti con Equitalia ai quali non riesce a far fronte, anche perché nel frattempo ha dovuto mantenere due figli a scuola, un ragazzo e una ragazza, entrambi da poco laureati.

Augusto Di Meo
“La testimonianza di Di Meo – scrivono ancora i promotori dell’appello -  come ha riconosciuto la Corte di assise di appello di Napoli e, in via definitiva, la Corte di Cassazione, è stata fondamentale per individuare l’esecutore materiale dell’omicidio e per condannarlo, unitamente ai mandanti e complici, alle pene di giustizia, ma anche per determinare l’assoluzione di due soggetti che in primo grado vennero condannati, erroneamente, alla pena dell’ergastolo, ma comunque non è stata sufficiente ad ottenere il meritato riconoscimento che la legge prevede per i testimoni di giustizia  (D.L 8/91, L. 45/2001)”.

Per vent'anni, intanto, il coraggio e lo slancio civico in un territorio dove l’omertà è fortemente radicata, ad Augusto di Meo non gli sono valsi un granché. Il fotografo di San Cipriano ha dovuto denunciare lo Stato per cercare di vedere riconosciuti i propri diritti.. Il 16 gennaio 2013 ha presentato un atto di citazione al tribunale di Napoli contro il Ministero dell’Interno per un giudizio che è cominciato il 13 maggio 2013 ed è tuttora in corso.

 “Uno Stato di diritto – conclude l’appello  -  non può negare questo riconoscimento ai suoi cittadini più meritevoli. Si tratta di un debito morale che lo Stato ha con Augusto Di Meo”.

giovedì 27 febbraio 2014

LA LAUREA "HONORIS CAUSA" PER DON GIUSEPPE DIANA CONSEGNATA AI FRATELLI EMILIO E MARISA

Fu ucciso prima di poter conseguire la laurea in Teologia Biblica a cui teneva tanto. Stamattina il riconoscimento “post mortem” per don Giuseppe Diana con la consegna della “Licenza” da parte della commissione d’esami nelle mani dei fratelli, Emilio e Marisa. La cerimonia, sobria ma molto partecipata, si è tenuta presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale a Napoli, nella prestigiosa sede di Via Petrarca, alla presenza dei familiari di  don Diana, di tanti amici e sacerdoti arrivati da Casal di Principe, e di numerosi studenti dell’istituto.

Al tavolo dei  relatori il  preside decano,  don Sergio Bastianel,  uno dei suoi professori dell’epoca, don Ettore Franco;  don Giovanni di Napoli, suo compagno di seminario  e il vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Angelo Spinillo.

“Questa giornata ha luogo perché nel 2011 – ha spiegato don Ettore Franco – il professor Sergio Tanzarella  prese l’iniziativa di richiedere la ricomposizione  del curriculum accademico di don Peppino Diana. Il consiglio accademico ha discusso e valutato la richiesta e ha deciso che c’erano le condizioni per concedere la laurea “post mortem”.

A don Diana, già laureato in lettere e filosofia, mancavano pochi  esami per la laurea in Teologia Biblica. “Aveva raggiunto 29 crediti doveva arrivare a 36 compresa la tesi finale. Don Diana – ha ricordato don Ettore – citava spesso i profeti. Insieme agli altri parroci, aveva prodotto il documento: “Una religione della responsabilità”, in vista delle elezioni del 1993: “Stavolta il coraggio della ipocrisia e la coscienza di essere lievito nella pasta, ci impongono di non tacere”.  Intervistato da Repubblica il 24 ottobre ’93, don diana esplicitò meglio il suo pensiero: “Non sono un politico, ma un uomo di chiesa che si limita a lottare accanto alla gente che abita in questi luoghi nel tentativo di affermare quei diritti che il malgoverno e la camorra hanno sempre negato”.
“Gli avevo affidato una tesi dal titolo: “L’affidabilità del profeta” – ha ricordato don  Ettore -  Quella tesi non è mai stata consegnata in segreteria, ma è stata scritta con l’amore più grande, quella che dona la vita ed è stata firmata col sangue”.

Don Giovanni di Napoli ha tratteggiato il profilo di Don Diana, ragazzo di paese, compagno di seminario,  ragazzo di provincia e uomo coraggioso. “Si stabilì tra noi  un’amicizia  sincera. In lui cresceva a vista d’occhio anche la dimensione spirituale. Spesso mi capitava di sorprenderlo in preghiera. Due esperienze lo avevano segnato in modo particolare:  il contato con gli ammalati e il rapporto con gli scout dell’Agesci. Mi confidava che la sua spontaneità lo faceva apparire  agli altri come un superficiale. Ma non era così. Era attaccato alla terra. Alla sua terra, Nell’estate del 1969 tre di noi vivemmo con lui anche un’esperienza di lavoro nel suo terreno raccogliendo pesche per almeno  quindici giorni.  Fu l’occasione per conoscere la sua solidità di legami familiari e parrocchiali. Tutta la sua esuberanza la incarnava al servizio della chiesa e della sua missione. Parafrasando il profeta, diceva: “Impara da me che sono mite e umile di cuore”.

A consegnare la laurea nelle mani di Marisa ed  Emilio, i fratelli di don Diana,  nella commozione generale, è stato il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo. “La pergamena di laurea, interamente scritta in latino – ha spiegato  il preside Don Bastianel -  porta scritto in alto “in memoria”, ricordando così che si tratta appunto di un titolo rilasciato ad “Honorem”.


Monsignor Spinillo nel suo saluto finale,  ha voluto  ringraziare la Pontificia Facoltà  per questo riconoscimento. “Noi lo accogliamo non solo come commemorazione – ha detto -  ma come un gesto che ci richiama ad un percorso da continuare nella nostra storia personale. La citazione di scritti di don Diana e il racconto di episodi di vita vissuta, dimostrano la ricchezza del suo cammino, un percorso a volte anche faticoso con cui ha risposto alla vocazione. Mi piace pensare che le citazioni bibliche fatte, tutte prese nell’ambito della profezia, annuncino che non c’è compimento nella nostra vista se non si è partecipi nell’annunzio del nuovo. Mai come nel caso di don Diana il chicco di grano che è morto, ha  generato vita nuova”.

OMICIDIO DI ATTILIO ROMANO'. CONDANNA ALL'ERGASTOLO PER MARCO DI LAURO, IL MANDANTE


Attilio Romanò
Nonostante gli sforzi del suo avvocato difensore, lo hanno condannato all'ergastolo. Questa è la pena comminata in appello Marco Di Lauro, elemento di vertice dell'omonima cosca di Secondigliano, accusato di essere il mandante dell'omicidio costato la vita ad Attilio Romanò, commesso in un negozio di telefoni cellulari, durante la faida di Scampia tra il clan Di Lauro e gli scissionisti degli Amato-Pagano a Napoli.  Attilio non c'entrava nulla con la camorra. I sicari cercavano un'altra persona

La sentenza conferma in pieno quella emessa in Corte d'Assise in primo grado. Carcere a vita anche per Mario Buono, considerato invece l'esecutore materiale del delitto. In aula ad ascoltare il verdetto anche la mamma di Attilio, Rita e la sorella Maria, insieme ad altri familiari delle vittime innocenti che hanno voluto far sentire la loro vicinanza alla famiglia Romanò presenziando al dibattimento finale nell'aula 320 del tribunale di Napoli.

L'omicidio avvenne il 24 gennaio del 2005 alla periferia di Napoli, a Miano, poco distante dal quartiere di Scampia. L'obiettivo dei killer era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante, ma nel negozio c'era solo Romanò.

L'inchiesta è nata grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno ricostruito tutte le fasi del delitto.


Buono è detenuto mentre Di Lauro è ricercato da dieci anni ed è inserito nella lista dei trenta latitante più pericolosi d'Italia.

martedì 18 febbraio 2014

UNA PIAZZA PER FEDERICO DEL PRETE A CASAL DI PRINCIPE LA CHIEDE IL "COMITATO DON PEPPE DIANA"

Una piazza da intitolare a Federico del Prete, il sindacalista degli ambulanti ucciso a Casal di principe il 18 febbraio del 2002. E’ la richiesta fatta dal “Comitato don Peppe Diana” alla commissione straordinaria del Comune, nel dodicesimo anniversario del suo omicidio. Del Prete, sindacalista dello Snaa, aveva ingaggiato una vera e propria battaglia contro il business del racket e dell’abusivismo nei mercati casertani e napoletani. Aveva fatto diverse denunce, tutte firmate di suo pugno. Il giorno dopo sarebbe cominciato il processo contro il vigile urbano di Mondragone, Mattia Sorrentino, arrestato perché accusato di riscuotere il pizzo nella fiera settimanale per conto del clan La Torre. L’aveva denunciato proprio Federico Del Prete. Il 18 febbraio di dodici anni fa, Federico del Prete stava parlando al telefono nella sede del sindacato in via Baracca. Una stanza a piano terra con una porta a vetri.  Erano da poco passate le 19,30. Poco prima alcuni commercianti ambulanti avevano lasciato il piccolo ufficio di Federico. Li voleva convincere a denunciare. La porta dell’ufficio non era chiusa. Nessuna serratura di sicurezza, nessun filtro per le presenze indesiderate. A un certo punto entrò di botto una persona dando una spinta violenta alla porta. Gli si parò davanti. Aveva in mano una pistola calibro 7,65. Federico lo guardò impietrito. Cinque colpi in rapida successione lo colpirono allo stomaco e al torace, lasciandolo a terra senza vita. Accadde tutto in pochi istanti.

L’obiettivo della camorra era stato raggiunto. Il segnale, per tutti quelli che avevano deciso di seguire Federico, era chiaro: fatevi i fatti vostri. Al processo al Vigile di Mondragone gli effetti furono immediati: tutti i testimoni dissero di non ricordare. Lo lasciarono solo anche dopo morto.

“Vogliamo fargli intitolare la piazza davanti all’ufficio dove fu ucciso, in via Baracca – spiega Valerio Taglione, portavoce del Comitato don Peppe Diana - L’obiettivo della nostra richiesta è quello di non disperdere la memoria di chi ha scritto la storia delle Terre di don Diana. Un obiettivo continueremo  a perseguire anche nei prossimi giorni, come passi di avvicinamento verso il 19 marzo, ventennale dell’omicidio di don Giuseppe Diana, prevedendo la lettura della storia di Del Prete nella sede associativa di Assovoce, in corso Umberto I a Casal di Principe, già a lui intitolata.”

Sempre per ricordare Federico del Prete, Venerdì 21 febbraio, nella sede del Teatro per la legalità, verrà presentato il libro sulla figura del sindacalista ucciso, “A testa Alta” di Paolo Miggiano.
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