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venerdì 1 novembre 2013

UN MONUMENTO PER LE VITTIME DELLA STRAGE DI "ERBA ROSSA"


"Erba rossa", la strage dimenticata di Conca della Campania. Settant’anni fa, il primo novembre del 1943,  i tedeschi in fuga  uccisero per rappresaglia trentanove persone. Stamani nella frazione di “Cave” è stato inaugurato un monumento davanti alla chiesa e una croce in contrada “Faeta" con i nomi delle vittime. Di quell’eccidio non c’era una lapide, un ricordo. Niente. Se la strage è venuta fuori, lo si deve soprattutto a Graziella Di Gasparro e alla sua caparbietà. Graziella ha ottant’anni, all’epoca ne aveva 10. I tedeschi le uccisero il padre. Lo vide uscire quel primo novembre del ’43 con un secchio d’acqua e avviarsi verso una postazione tedesca, perché la loro casa era occupata dai nazisti. Fu tra coloro che non  tornarono più a casa. E’ seduta in prima fila su una sedia a rotelle e mostra tutta la sua soddisfazione per una battaglia cominciata tantissimi anni fa.

 “Finalmente qualcosa che ricordi le vittime dei tedeschi. Sono contenta davvero e lo sarebbe anche il mio papà”. In tutti questi anni, nonostante una disabilità che le limita la mobilità, non si è data pace per non far  dimenticare la morte di tanti innocenti. Una strage che non ha mai avuto riscontri ufficiali. Se n’è trovata traccia solo “nell’armadio della vergogna”. Un armadio che è stato trovato  pochi anni fa in un palazzo romano del cinquecento, in via degli Acquasparta, sede della Procura generale militare, dove venivano depositati fascicoli di tutte le stragi naziste. C’erano i nomi delle vittime e anche quelli dei carnefici. Ma fu deciso di salvare i criminali nazisti. Potevano essere utili per informazioni contro il nemico. Salvarono i criminali, ma uccisero nuovamente le vittime.

“Fu una rappresaglia – racconta lo storico Felicio Corvese che da anni cerca di ricostruire la strage di Conca della Campania – in località Orchi  un ufficiale americano travestito da frate, uccide un soldato tedesco. La rappresaglia nazista non si fa attendere. In tutta la zona ci furono morti ammazzati tra i civili dopo veri e propri rastrellamenti . La loro sete di vendetta li fa girare per le case sparse nelle campagne, prelevano diciannove uomini, tra cui anche due ragazzi di quindici e sedici anni. In contrada “Faeta” obbligano  prima a scavarsi la fossa l’uno per l’altro e poi li ammazzano a  tre alla volta”.

La strage di Conca della Campania, che  in questi anni è rimasta viva solo nella memoria di chi era stato testimone o  di quelli che hanno perso i fratelli, i padri, gli zii, ha avuto almeno un riconoscimento delle istituzioni locali. L’iniziativa del monumento,  infatti, è stata del Sindaco di Conca. Con lui c’erano anche  l’avvocato Carlo Sarro, parlamentare Pdl, che difende il Comune nella causa contro lo Stato italiano  per il riconoscimento della medaglia d’oro al valor civile; c’erano i primi cittadini dei numerosi comuni dell’alto casertano, Mignano Montelungo in testa,  dove gli anglo-americani sbarcati a Salerno,  rimasero impantanati per alcuni mesi prima di annientare la resistenza dei tedeschi in fuga. E, soprattutto, c’era tantissima gente.  “Caro papà – è la lettera che Graziella di Gasparro ha scritto al padre  -  io non so dove tu sia perché non riesco ad immaginare l'aldilà che dovrebbe accogliere gli esseri che non ci sono più. Eppure ti parlo. Ti parlo e so che tu mi ascolti, perché tu vivi da sempre nei miei pensieri…” Graziella ha letto la lettera davanti alla croce installata sul sentiero che porta al luogo della strage. “Volli vedere dov’era mio padre – ricorda tra le lacrime l’anziana donna – lo trovai in una pozza di sangue. Aveva il cranio sfondato da un proiettile e tutt’intorno l’erba era diventata rossa. Rossa del sangue del mio papà. Vorrei che si diffondesse in ogni valle l'orrore della guerra, perché mai più cresca nei prati un'erba tinta di rosso”.


GIOVANNI POMPONIO MORTO PER DIFENDERE LE PAGHE DEI FERROVIERI



Giovanni Pomponio
Il brano che segue è tratto dal mio libro "Come nuvole nere" (Melampo editore)
 
Giovanni Pomponio morirà il 30 ottobre 1975 dopo 3 giorni di agonia.
 
Quel giorno, il vice brigadiere di Polizia Giovanni Pomponio ha il turno di riposo. Ma i suoi superiori la sera prima lo hanno pregato di andare ugualmente al lavoro. “Ci sono gli stipendi da pagare e non abbiamo molti uomini per la sicurezza. Domani serve anche la sua presenza come responsabile di scorta”. Il mattino seguente, Giovanni ha un impegno importante: partecipare alla messa in ricordo di una giovane nipote della moglie. La ragazza era morta il 28 di ottobre di sei anni prima, a 16 anni, a seguito di un incidente. Giovanni vuole assolutamente andare alla funzione religiosa, ma la moglie lo rassicura: “Non ti preoccupare. Dirò a mia sorella che non sei potuto mancare dal servizio. Io andrò con l’autobus e al ritorno prenderò un taxi”. Quel consiglio dato al marito, Antonietta Vigliotti non se lo perdonerà mai, fi no alla morte. Il 28 ottobre del 1975, il vice brigadiere di Polizia Giovanni Pomponio è puntualmente al lavoro alla stazione ferroviaria di Napoli-Gianturco per scortare le paghe dei dipendenti delle Ferrovie. Sa che fra quattro giorni avrà tutto il tempo libero che vuole, perché andrà finalmente in pensione, dopo 37 anni di servizio in Polizia.


 


“E invece – racconta Sergio, il secondo figlio di Giovanni – la pensione non se la godrà mai, perché quella mattina mio padre verrà colpito a morte durante una rapina. Una banda di criminali assalta l’ufficio cassa. Sono armati di mitra e pistole per portare via 500 milioni che servono per pagare gli stipendi dei ferrovieri. Mio padre, ferito alla gola, morirà in ospedale, dopo tre giorni di agonia. Poteva rifiutarsi di rientrare in servizio quel giorno, ma lui era un servitore dello Stato, non sapeva dire di no”. Giovanni Pomponio il 28 ottobre parte presto dalla sua casa al Vomero, vuole evitare il traffico mattutino. Le strade sono quasi deserte a quell’ora, Napoli ancora dorme, ma presto si animerà di gente, di colori e di frastuoni. Poco dopo le sette è nella sede della Polizia Ferroviaria della stazione di Napoli-Gianturco. Giovanni non sa che ci sono anche altre persone che si sono alzate presto e che sono interessate agli stessi soldi che gli hanno chiesto di proteggere. Sono una banda di spietati criminali torinesi che fanno rapine in serie, negli ultimi diciotto mesi ne hanno messe a segno ben sedici. Sono arrivati a Napoli da qualche giorno, si spostano col treno, oppure in aereo, per evitare al massimo i controlli delle forze dell’ordine. Non si fanno vedere troppo in giro e non frequentano altre persone, solo quelle strettamente necessarie per organizzare nei minimi particolari le rapine. Colpiscono e spariscono senza lasciare tracce. Hanno saputo che a Gianturco il bottino è appetibile. Hanno avuto una soffiata da un basista e vogliono a tutti i costi mettere le mani sulle paghe dei ferrovieri.


 
Con Giovanni Pomponio ci sono altri sette agenti per difendere la cassa. Il vice brigadiere incarica cinque di essi di provvedere al trasferimento di 450 milioni alla stazione ferroviaria di Napoli Centrale, dove verranno pagati la gran parte degli stipendi. Abitualmente il trasporto delle paghe avviene intorno a mezzogiorno. Stavolta Giovanni Pomponio decide di anticipare questa incombenza. Appena in tempo. I rapinatori entrano in azione poco dopo le nove del mattino. Quattro banditi, armati di tutto punto, scavalcano il terrapieno di Rione Luzzatti e arrivano da un cancello laterale dell’ufficio cassa. Un cancello che sino ad allora è stato sempre chiuso.


 
Giovanni si accorge di una persona sconosciuta vicino all’ufficio paghe e forse vede anche un’arma che lo mette in allerta. Non ha notato che alle sue spalle ci sono altri due banditi. Carica il mitra e si gira verso lo sconosciuto: “Dove vai, fermati!”, gli intima. Quella mossa è la sua condanna a morte, perché da dietro gli sparano a bruciapelo per ucciderlo. Mirano alla testa, lo colpiscono alla nuca. Il proiettile fuoriesce dalla gola. Il colpo gli trancia la vena giugulare. Il vice brigadiere di Polizia cade a terra in una pozza di sangue. Un ferroviere ha visto tutto. Corre vicino a Giovanni cercando di soccorrerlo: “Bisogna portarlo in ospedale o morirà”. “Non lo toccare altrimenti farai la stessa fi ne”, gli grida uno dei banditi. Non si fanno scrupoli. Sono spietati. Si avvicinano al poliziotto a terra, gli sfilano il mitra e la pistola e continuano la rapina come se nulla fosse accaduto (…)”

domenica 13 ottobre 2013

GENNARO DE ANGELIS UCCISO 31 ANNI FA. A RICORDARLO DON LUIGI CIOTTI, SIRIGNANO E TANTI ALTRI



CESA - Simularono una rapina per ammazzarlo, ma il motivo vero della sua uccisione è da ricercare nel fatto che non si volle piegare al clan di Raffaele Cutolo. Gennaro De Angelis, agente di custodia nel carcere di Poggioreale, fu ucciso la sera del 15 ottobre del 1982. E’ stato ricordato stamani, in una cerimonia tenuta nella scuola media “Bagno” di Cesa, alla presenza di don Luigi Ciotti, il presidente di Libera,  dell’atleta Marco Maddaloni, del magistrato della DDA, Cesare Sirignano, familiari delle vittime di innocenti della camorra,  Valerio Taglione del Comitato don Diana, il Questore di Caserta Giuseppe Gualtieri e numerose altre autorità. Gennaro De Angelis era addetto alla spesa dei detenuti. Gli avevano chiesto di far passare armi e di chiudere un occhio durante i controlli. Disse di no. Il suo diniego lo condannò a morte. Quella sera di trentuno anni fa due giovani entrano armati e a volto coperto nel Circolo della Madonna dell’Arco nella piazza centrale di Cesa, a pochi passi da Aversa. Dentro ci sono una trentina di persone che giocano a carte a vari tavolini. “Fermi tutti, altrimenti vi ammazziamo”, gridano i due  a volto coperto. Tutti pensano ad una rapina. Invece i due giovani si dirigono decisi verso il tavolo dove sta giocando Gennaro De Angelis e gli sparano alla testa a bruciapelo. Alcuni colpi feriscono anche un’altra persona che era vicino alla vittima. Si tratta di Pasquale Marino, sessanta anni, pensionato. Morirà qualche giorno dopo in ospedale. Tutta la sparatoria dura meno di un paio di minuti. Fuori c’è l’auto ancora in moto guidata da un altro complice. I due escono in fretta dal circolo e salgono sulla vettura che li stava aspettando. Fuggono in direzione di Aversa. Sono le venti e quindici del 15 ottobre 1982.
 
“Quei colpi di pistola – ha detto don Luigi Ciotti  – non hanno ucciso solo Gennaro De Angelis e Pasquale Marino, ma hanno ucciso dentro anche la giovane moglie Adele, e i figli, Vincenzo, Marianna e Annamaria. Allora – ha proseguito -  quei colpi  o li sentiamo che hanno sparato anche a noi, se no, non ha senso nulla. Voi troverete tanta gente che si commuove e poi dimentica in fretta. Non basta commuoversi. Bisogna muoversi di più, tutti”. Sul palco sono  saliti testimoni importanti della lotta contro la criminalità, chiamati ad uno ad uno da Salvatore Cuoci, coordinatore della manifestazione. Davanti a centinaia di studenti, Marco Maddaloni, che insieme ai suoi parenti a Scampia sta provando da un po’ di tempo a recuperare ragazzi difficili, ha cercato di spiegare che il bullismo può essere l’anticamera  del camorrista. “Essere furbetti è una cosa, essere delinquenti è un’altra. Bisogna cominciare dalle scuole ad aiutare i bambini più deboli per farli diventare grandi, esattamente come noi”. Ha premiato poi le squadre che hanno partecipato ad un torneo di calcio in memoria di Gennaro De Angelis.
 
Per Valerio Taglione, del Comitato don Diana, ricordare Gennaro De Angelis significa anche ricordare anche tutte le vittime che in questi anni sono state ammazzate dalle mafie. “Proviamo a dire  ai familiari, noi stiamo con voi. Ce la possiamo fare a costruire un territorio completamente diverso. Ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare”. Per il magistrato della DDA, Cesare Sirignano bisogna aiutare quelli che hanno più difficoltà. “Ho visto troppi giovani nella aule di tribunale ricevere condanne molto serie e tanti di quei giovani sono di queste terre. Non è bello che persone dell’età dei miei figli debbano essere  condannati a pene così dure. E’ una sensazione molto brutta per un magistrato. Però  - ha aggiunto - è importante diffondere messaggi di speranza. Non bisogna cedere alle facile ricchezze. Non bisogna seguire messaggi di prepotenza, ma bisogna aiutare le persone che hanno bisogno di più. Altrimenti solo con le parole non riusciamo a cambiare molto”. Alla fine della manifestazione, per tutti una grande torta,  preparata dai ragazzi dell’alberghiero di Cesa. Sopra c’era l’immagine di Gennaro de Angelis e i nomi di tutte le vittime della camorra della provincia di Caserta.

La manifestazione in ricordo di Gennaro De Angelis è stata promossa da Libera, "Comitato don Peppe Diana", coop. "Carla Laudante", la Pro Loco di Cesa, e le associazioni "Vinci", "Cesarinasce", Labor Mentis", "Attiviamocinsieme", Coordinamento Campano familiari vittime innocenti e Fondazione Polis 

sabato 5 ottobre 2013

RICORDATO ANTONIO CANGIANO A 25 ANNI DALL'AGGUATO DI CAMORRA CHE LO PARALIZZO'



Don Ciotti fa visita a Tonino Cangiano
CASAPESENNA - La sera del 4 ottobre del 1988 lo ferirono in un agguato di camorra costringendolo a vivere su una sedia a rotelle. Antonio Cangiano, assessore ai lavori pubblici e vice sindaco a Casapesenna, paese del boss Michele Zagaria, doveva essere punito perché aveva rifiutato di sottostare ai ricatti del clan per l'affidamento di un appalto. Cangiano, che è deceduto il 23 ottobre del 2009, a 60 anni,  anche in seguito a quelle ferite, è stato ricordato nel centro sociale cittadino, alla presenza della moglie e dei suoi tre figli. “Vogliamo la verità su quella vicenda che ha segnato la nostra comunità – ha detto Pasquale Cirillo, di Legambiente che ha promosso l’iniziativa – perché a distanza di tanti anni non si conoscono né i killer, né i mandanti di quell’agguato”. Il commando che sparò alcuni colpi di pistola a Cangiano in piazza Petrillo, gli spezzò anche la colonna vertebrale. Da allora rimase paralizzato.
 
Don Luigi Petrillo
A commemorare Cangiano anche don Luigi Petrillo, parroco di Casapesenna da 50 anni. Don Luigi ha ricordato come  Cangiano aveva tentato di riprendersi una rivincita nei confronti della camorra. “Lo convinsi a candidarsi a Sindaco della città. Era il 1993 – ha detto il parroco – Mi recai a casa sua insieme ad una delegazione di un comitato cittadino. Tonino accettò, nonostante le sue condizioni di salute e divenne Sindaco il 21 novembre 1993, con quasi 4000 preferenze”. Ma fu di nuovo costretto alle dimissioni in seguito a nuove minacce da parte della camorra. Il 23 gennaio del 1996 il consiglio comunale fu sciolto, ancora una volta, per condizionamenti di camorra. La prima volta avvenne a settembre del 1991. Nel 1995 gli amputarono anche le gambe e comunicava solo attraverso un computer. Il 19 marzo del 2009, in occasione del quindicesimo anniversario della morte di don Giuseppe Diana, gli fece visita don Luigi Ciotti. “Per noi sei un simbolo vivente del movimento anticamorra” gli aveva detto il presidente di Libera. 
 
 
“Apprendo solo ora che Antonio Cangiano non è stato riconosciuto vittima di camorra – dice Gianni Solino, responsabile provinciale di Libera Caserta – l’umiltà, la dignità e la riservatezza della sua famiglia non devono essere di ostacolo al suo riconoscimento, perché sappiamo tutti che Tonino Cangiano è una vittima della camorra. La sua è una storia di resistenza che è avvenuta in questo territorio. Una resistenza non di massa, di pochi, ma che c’è stata. Cangiano ha pagato come don Peppe Diana la sua scelta di non piegarsi alla camorra”.
 
Gianni Zara, ex sindaco di Casapesenna, che con le sue dichiarazioni ha fatto scattare una nuova indagine sugli amministratori della città, ha ricordato di quando incontrò  Tonino Cangiano a casa sua. “Era il natale del 2008 ero ancora sindaco in quel periodo. In quell’incontro Tonino mi ha trasmesso  la sua forza, la sua intelligenza e il suo coraggio. Mi ha detto: “Non mollare. Qualunque sia il pericolo che hai davanti, qualunque  sia il sistema che rappresenta l’illegalità, lo devi combattere senza avere paura e con grande determinazione”.
 
E’ toccato infine a Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e suo amico personale, ricordare le battaglie comuni contro la camorra. “Tonino era uno di noi. Insieme abbiamo denunciato i rischi di un sistema camorristico che stava conquistando pezzi della nostra economia, che conquistava anche pezzi delle nostre istituzioni, candidandosi direttamente alla gestione della cosa pubblica e stabilendo una vera e propria dittatura militare. Lui ha pagato il prezzo più alto. Come don Diana, come il sindacalista della CGIL, Tammaro Cirillo a Villa Literno.  Abbiamo fatto una promessa a noi stessi – ha concluso Natale -  tutti questi morti per mano della camorra, non devono essere dimenticati, perciò siamo qui ancora a parlare di Tonino Cangiano”. Dopo il saluto dei familiari di Cangiano, e la lettura di alcuni passi in suo ricordo da parte di ragazzi delle medie di Casapesenna, una corona di fiori è stata deposta alla fine della cerimonia all’ingresso del centro sociale che porta il suo nome.



Alla manifestazione hanno partecipato, tra le tante persone, anche una delegazione del coordinamento familiari di vittime innocenti della camorra (Salvatore Di Bona, Pasquale Scherillo, Carmen del Core), Valerio Taglione, portavoce del Comitato don Peppe Diana, il sindaco di San Marcellino, Pasquale Carbone, esponenti di Legambiente e del movimento 5 stelle.


sabato 14 settembre 2013

"CAMBIATE LA TABELLA SU DON DIANA". IL VESCOVO RAFFAELE NOGARO PRIMO FIRMATARIO DI UN APPELLO AL SINDACO DI CASERTA


“Cambiate la tabella su don Diana”. Un appello è stato consegnato stamattina al sindaco di Caserta, Pio del Gaudio, affinché rimuova  e modifichi la tabella apposta all’inizio dello slargo che il  6 settembre scorso è stato dedicato a don Giuseppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso il 19 marzo del 1994. Sulla tabella, infatti, non è scritto che è stato ucciso dalla camorra: “Largo Giuseppe Diana, sacerdote – medaglia d’oro al valor civile 1958 – 1994”. Come invece è riportato correttamente sulla tabella dello slargo intitolato a don Puglisi  e inaugurato nello stesso giorno: Largo Giuseppe Puglisi, sacerdote – vittima della mafia 1937 – 1993”.


L’appello che chiede la modifica della tabella, è stato firmato da diverse personalità cittadine, primo fra tutti, Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, amico fraterno di don Diana e tra i più strenui difensori della sua memoria. Alla cerimonia di inaugurazione, erano presenti, tra gli altri, lo stesso sindaco di Caserta e il vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. Il giorno dopo l’inaugurazione, voluta fortemente dai padri Sacramentini, è stato lo stesso fratello di don Diana, Emilio, a sottolineare questa omissione così palese, precisando che il fratello non era morto per un incidente sul lavoro. “Omettere di scrivere che è stato ucciso dalla camorra  - aveva aggiunto Emilio Diana - è occultare la verità. Non riesco a capire come ancora adesso c’è chi ha paura di pronunciare la parola camorra”. I due preti, don Puglisi e don Diana, furono uccisi a distanza di sei mesi l’uno dall’altro: Don Puglisi il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, mentre don Diana fu ammazzato il 19 marzo 1994, quando aveva 36 anni, nel giorno del suo onomastico. Insieme a Nogaro hanno firmato l’appello anche  le suore orsoline di “Casa Rut”, Pasquale Iorio (Le Piazze del Sapere),Maria Carmela Caiola (Italia Nostra), Carlo De Michele (Carta 48), don Nicola Lombardi (Diocesi di Caserta), Elisabetta Luise        (Auser Caserta), Nicola Melone (Ordinario SUN), Andrea Mongillo (Confederdia Campania), Biagio Napolano (Arci Caserta), Pasquale Sarnelli (Acli Caserta) e Gianfranco Tozza (Legambiente Caserta).

lunedì 9 settembre 2013

IL PRIMO CIACK PER LA FICTION SU DON DIANA



Alessandro Preziosi
Sono cominciate stamattina a Frignano le riprese per la fiction su don Giuseppe Diana, “Per amore del mio popolo”, che andrà in onda su Rai1 il 19 marzo del 2014. Il primo ciak alle 8,30 dentro lo spazio della fiera settimanale. Uno spazio che è diventato per l’occasione una stazione di autobus. Sul set, che è stato attrezzato sin dalle primi luci dell’alba, la numerosissima troupe guidata dal regista Antonio Frazzi, insieme al produttore, Giannandrea Pecorelli, responsabile dell’Aurora film che produce la fiction e, ovviamente, l’attore protagonista, Alessandro Preziosi, che interpreta il ruolo di don Diana. Sul posto anche tantissimi cittadini armati di telefonini che per tutto il tempo hanno cercato di fotografare Preziosi, ma sono stati tenuti a debita distanza da vigili urbani e carabinieri.
Nel pomeriggio di ieri l’attore protagonista si era recato a casa della famiglia di don Diana, in via Garibaldi a Casal di Principe, accompagnato dal regista e dal produttore, per incontrare i fratelli e la mamma del sacerdote ucciso. Voleva capire ulteriormente una personalità così semplice, ma al tempo stesso così dirompente, come quella di don Diana. “Ha visitato la stanza di don Peppe che è ancora intatta –  spiega Valerio Taglione responsabile del Comitato don Diana, presente all’incontro -  e ha parlato a lungo con i familiari. Preziosi è venuto per interpretare con lo spirito giusto un sacerdote che con la sua morte ha cambiato il corso della storia di queste terre. Anche per un attore bravo come lui non deve essere facile affrontare questo ruolo. Siamo convinti  - ha aggiunto Taglione - che la scelta di girare buona parte del film nelle terre di don Diana avrà delle ricadute positive, sia economiche che sociali, a partire dall’incremento della presenza di tanti giovani che già da alcuni anni arrivano qui per partecipare ai campi di lavoro di Libera”. Poco dopo le 10 c’è stato il trasferimento della troupe dentro il cantiere di una ditta di autotrasporto di materiali edili, tra Frignano e Casaluce, per girare altre scene. La lavorazione del film andrà avanti per almeno quattro settimane e coinvolgerà anche numerose comparse locali. “Mi auguro – dice Emilio Diana, il fratello di don Giuseppe – che questo film possa dare più forza a quelli che si battono per cambiare questa terra. Solo così potremo dire che il suo sacrificio non è stato invano”.

sabato 7 settembre 2013

"RIMUOVETE QUELLA TARGA". IL FRATELLO DI DON PEPPE DIANA, EMILIO, CONTRO IL COMUNE DI CASERTA


Il Comune di Caserta intesta una strada a don Pino Puglisi e una a don Giuseppe Diana, ma nella tabella del prete ucciso a Casal di Principe, omette di scrivere che è stato ucciso dalla camorra. Una scelta criticata dalle associazioni  anticamorra e soprattutto dalla famiglia di don Diana che chiede di sostituirla. L’iniziativa di dedicare due strade a due preti uccisi dalle mafie, è stata fortemente voluta dai padri Sacramentini di Caserta che gestiscono la parrocchia di Sant’Augusto Vescovo, ospitata nella struttura dalla Tenda di Abramo in via Borsellino. Il Comune ha aderito alla richiesta, scegliendo due piccoli slarghi nei pressi di via Borsellino, che distano circa 500 metri tra di loro. Alla cerimonia di inaugurazione, avvenuta venerdì sera alla presenza del Sindaco di Caserta, Pio del Gaudio, e del vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, sono state scoperte le due tabelle stradali dove sulla prima c’è scritto: Largo Giuseppe Puglisi, sacerdote – vittima della mafia 1937 – 1993, mentre sulla seconda c’è scritto Largo Giuseppe Diana, sacerdote – medaglia d’oro al valor civile 1958 – 1994”.
 
“Mio fratello non è certo caduto dal terzo piano di un fabbricato in costruzione – dice con un amaro filo d’ironia Emilio Diana, il fratello di don Peppe, dopo aver appreso della notizia – omettere di scrivere che è stato ucciso dalla camorra è occultare la verità. Non riesco a capire come ancora adesso c’è chi ha paura di pronunciare la parola camorra”. I due preti, don Puglisi e don Diana, furono uccisi a distanza di sei mesi l’uno dall’altro. Don Puglisi il 15 settembre 1993, nel giorno del suo 56° compleanno, mentre don Diana fu ammazzato il 19 marzo 1994, quando aveva 36 anni, nel giorno del suo onomastico. Ma per don Diana questa è una vicenda che ritorna. Nel giorno dei suoi funerali, il 21 marzo del 1994, fu l’allora vescovo di Aversa, Lorenzo Chiarinelli, a omettere la parola camorra nella sua omelia funebre. Qualcuno gli aveva suggerito di stare attento a sbilanciarsi perché don Diana “era stato ucciso per una vicenda di donne”. Un depistaggio messo in atto dagli stessi uomini della camorra per infangare la memoria del prete di Casal di Principe. Da più parti, intanto, si sono levate voci per rimuovere quella tabella e modificarla. Emilio Diana è d’accordo e dice: “Quella tabella così anonima rischia di offendere la memoria di mio fratello. Mi appello al Sindaco della città di Caserta affinché la faccia sostituire con la scritta esatta: “Giuseppe Diana, sacerdote – vittima della camorra  1958 – 1994”. Intanto lunedì mattina cominceranno le riprese per la fiction su don Diana: “Per amore del mio popolo”, che andrà in onda su rai1 il 19 marzo dell’anno prossimo.  Il primo ciak nella piazza di Frignano, a pochi passi da Casal di Principe.
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