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giovedì 27 febbraio 2014

LA LAUREA "HONORIS CAUSA" PER DON GIUSEPPE DIANA CONSEGNATA AI FRATELLI EMILIO E MARISA

Fu ucciso prima di poter conseguire la laurea in Teologia Biblica a cui teneva tanto. Stamattina il riconoscimento “post mortem” per don Giuseppe Diana con la consegna della “Licenza” da parte della commissione d’esami nelle mani dei fratelli, Emilio e Marisa. La cerimonia, sobria ma molto partecipata, si è tenuta presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale a Napoli, nella prestigiosa sede di Via Petrarca, alla presenza dei familiari di  don Diana, di tanti amici e sacerdoti arrivati da Casal di Principe, e di numerosi studenti dell’istituto.

Al tavolo dei  relatori il  preside decano,  don Sergio Bastianel,  uno dei suoi professori dell’epoca, don Ettore Franco;  don Giovanni di Napoli, suo compagno di seminario  e il vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Angelo Spinillo.

“Questa giornata ha luogo perché nel 2011 – ha spiegato don Ettore Franco – il professor Sergio Tanzarella  prese l’iniziativa di richiedere la ricomposizione  del curriculum accademico di don Peppino Diana. Il consiglio accademico ha discusso e valutato la richiesta e ha deciso che c’erano le condizioni per concedere la laurea “post mortem”.

A don Diana, già laureato in lettere e filosofia, mancavano pochi  esami per la laurea in Teologia Biblica. “Aveva raggiunto 29 crediti doveva arrivare a 36 compresa la tesi finale. Don Diana – ha ricordato don Ettore – citava spesso i profeti. Insieme agli altri parroci, aveva prodotto il documento: “Una religione della responsabilità”, in vista delle elezioni del 1993: “Stavolta il coraggio della ipocrisia e la coscienza di essere lievito nella pasta, ci impongono di non tacere”.  Intervistato da Repubblica il 24 ottobre ’93, don diana esplicitò meglio il suo pensiero: “Non sono un politico, ma un uomo di chiesa che si limita a lottare accanto alla gente che abita in questi luoghi nel tentativo di affermare quei diritti che il malgoverno e la camorra hanno sempre negato”.
“Gli avevo affidato una tesi dal titolo: “L’affidabilità del profeta” – ha ricordato don  Ettore -  Quella tesi non è mai stata consegnata in segreteria, ma è stata scritta con l’amore più grande, quella che dona la vita ed è stata firmata col sangue”.

Don Giovanni di Napoli ha tratteggiato il profilo di Don Diana, ragazzo di paese, compagno di seminario,  ragazzo di provincia e uomo coraggioso. “Si stabilì tra noi  un’amicizia  sincera. In lui cresceva a vista d’occhio anche la dimensione spirituale. Spesso mi capitava di sorprenderlo in preghiera. Due esperienze lo avevano segnato in modo particolare:  il contato con gli ammalati e il rapporto con gli scout dell’Agesci. Mi confidava che la sua spontaneità lo faceva apparire  agli altri come un superficiale. Ma non era così. Era attaccato alla terra. Alla sua terra, Nell’estate del 1969 tre di noi vivemmo con lui anche un’esperienza di lavoro nel suo terreno raccogliendo pesche per almeno  quindici giorni.  Fu l’occasione per conoscere la sua solidità di legami familiari e parrocchiali. Tutta la sua esuberanza la incarnava al servizio della chiesa e della sua missione. Parafrasando il profeta, diceva: “Impara da me che sono mite e umile di cuore”.

A consegnare la laurea nelle mani di Marisa ed  Emilio, i fratelli di don Diana,  nella commozione generale, è stato il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo. “La pergamena di laurea, interamente scritta in latino – ha spiegato  il preside Don Bastianel -  porta scritto in alto “in memoria”, ricordando così che si tratta appunto di un titolo rilasciato ad “Honorem”.


Monsignor Spinillo nel suo saluto finale,  ha voluto  ringraziare la Pontificia Facoltà  per questo riconoscimento. “Noi lo accogliamo non solo come commemorazione – ha detto -  ma come un gesto che ci richiama ad un percorso da continuare nella nostra storia personale. La citazione di scritti di don Diana e il racconto di episodi di vita vissuta, dimostrano la ricchezza del suo cammino, un percorso a volte anche faticoso con cui ha risposto alla vocazione. Mi piace pensare che le citazioni bibliche fatte, tutte prese nell’ambito della profezia, annuncino che non c’è compimento nella nostra vista se non si è partecipi nell’annunzio del nuovo. Mai come nel caso di don Diana il chicco di grano che è morto, ha  generato vita nuova”.

OMICIDIO DI ATTILIO ROMANO'. CONDANNA ALL'ERGASTOLO PER MARCO DI LAURO, IL MANDANTE


Attilio Romanò
Nonostante gli sforzi del suo avvocato difensore, lo hanno condannato all'ergastolo. Questa è la pena comminata in appello Marco Di Lauro, elemento di vertice dell'omonima cosca di Secondigliano, accusato di essere il mandante dell'omicidio costato la vita ad Attilio Romanò, commesso in un negozio di telefoni cellulari, durante la faida di Scampia tra il clan Di Lauro e gli scissionisti degli Amato-Pagano a Napoli.  Attilio non c'entrava nulla con la camorra. I sicari cercavano un'altra persona

La sentenza conferma in pieno quella emessa in Corte d'Assise in primo grado. Carcere a vita anche per Mario Buono, considerato invece l'esecutore materiale del delitto. In aula ad ascoltare il verdetto anche la mamma di Attilio, Rita e la sorella Maria, insieme ad altri familiari delle vittime innocenti che hanno voluto far sentire la loro vicinanza alla famiglia Romanò presenziando al dibattimento finale nell'aula 320 del tribunale di Napoli.

L'omicidio avvenne il 24 gennaio del 2005 alla periferia di Napoli, a Miano, poco distante dal quartiere di Scampia. L'obiettivo dei killer era Salvatore Luise, nipote del boss degli scissionisti Rosario Pariante, ma nel negozio c'era solo Romanò.

L'inchiesta è nata grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che hanno ricostruito tutte le fasi del delitto.


Buono è detenuto mentre Di Lauro è ricercato da dieci anni ed è inserito nella lista dei trenta latitante più pericolosi d'Italia.

martedì 18 febbraio 2014

UNA PIAZZA PER FEDERICO DEL PRETE A CASAL DI PRINCIPE LA CHIEDE IL "COMITATO DON PEPPE DIANA"

Una piazza da intitolare a Federico del Prete, il sindacalista degli ambulanti ucciso a Casal di principe il 18 febbraio del 2002. E’ la richiesta fatta dal “Comitato don Peppe Diana” alla commissione straordinaria del Comune, nel dodicesimo anniversario del suo omicidio. Del Prete, sindacalista dello Snaa, aveva ingaggiato una vera e propria battaglia contro il business del racket e dell’abusivismo nei mercati casertani e napoletani. Aveva fatto diverse denunce, tutte firmate di suo pugno. Il giorno dopo sarebbe cominciato il processo contro il vigile urbano di Mondragone, Mattia Sorrentino, arrestato perché accusato di riscuotere il pizzo nella fiera settimanale per conto del clan La Torre. L’aveva denunciato proprio Federico Del Prete. Il 18 febbraio di dodici anni fa, Federico del Prete stava parlando al telefono nella sede del sindacato in via Baracca. Una stanza a piano terra con una porta a vetri.  Erano da poco passate le 19,30. Poco prima alcuni commercianti ambulanti avevano lasciato il piccolo ufficio di Federico. Li voleva convincere a denunciare. La porta dell’ufficio non era chiusa. Nessuna serratura di sicurezza, nessun filtro per le presenze indesiderate. A un certo punto entrò di botto una persona dando una spinta violenta alla porta. Gli si parò davanti. Aveva in mano una pistola calibro 7,65. Federico lo guardò impietrito. Cinque colpi in rapida successione lo colpirono allo stomaco e al torace, lasciandolo a terra senza vita. Accadde tutto in pochi istanti.

L’obiettivo della camorra era stato raggiunto. Il segnale, per tutti quelli che avevano deciso di seguire Federico, era chiaro: fatevi i fatti vostri. Al processo al Vigile di Mondragone gli effetti furono immediati: tutti i testimoni dissero di non ricordare. Lo lasciarono solo anche dopo morto.

“Vogliamo fargli intitolare la piazza davanti all’ufficio dove fu ucciso, in via Baracca – spiega Valerio Taglione, portavoce del Comitato don Peppe Diana - L’obiettivo della nostra richiesta è quello di non disperdere la memoria di chi ha scritto la storia delle Terre di don Diana. Un obiettivo continueremo  a perseguire anche nei prossimi giorni, come passi di avvicinamento verso il 19 marzo, ventennale dell’omicidio di don Giuseppe Diana, prevedendo la lettura della storia di Del Prete nella sede associativa di Assovoce, in corso Umberto I a Casal di Principe, già a lui intitolata.”

Sempre per ricordare Federico del Prete, Venerdì 21 febbraio, nella sede del Teatro per la legalità, verrà presentato il libro sulla figura del sindacalista ucciso, “A testa Alta” di Paolo Miggiano.

lunedì 9 dicembre 2013

IL PREMIO NAZIONALE "MARCELLO TORRE" A LUCIA ANNUNZIATA E COMUNE DI LAMPEDUSA

 
 
Il Premio nazionale per l’impegno civile dedicato a Marcello Torre, il sindaco democristiano di Pagani ucciso dalla camorra l’11 di dicembre del 1980, quest'anno è stato assegnato al Comune di Lampedusa e alla giornalista Lucia Annunziata. La consegna del premio avverrà nel corso della manifestazione ufficiale prevista per la mattina di mercoledì 11 dicembre, presso l’aula magna del Liceo Scientifico “Bartolomeo Mangino” di Pagani, dove da 33 anni si rinnova il ricordo dell’avvocato Torre, grazie all’associazione che porta il suo nome e presieduta da Lucia De Palma e Annamaria Torre, rispettivamente moglie e figlia del sindaco di Pagani. Marcello Torre fu ammazzato poco dopo le 7 del mattino di quel tragico 11 dicembre. Aveva 48 anni. Non volle piegarsi ai diktat della politica e della camorra per gli appalti della ricostruzione post terremoto. Nel suo manifesto politico ai paganesi, aveva promesso di lottare per “una Pagani libera e civile”. Mantenne l’impegno pagando con la vita. I killer lo aspettarono sulla strada provinciale a bordo di una Fiat 127, proprio di fronte alla sua abitazione. Lo trucidarono
con una scarica di pallettoni di lupara e con otto colpi di pistola. Fu come una fucilazione. Il suo collaboratore, Franco Bonaduce, che guidava l’auto, fu ferito alle spalle dopo essere riuscito ad aprire la portiera. “Dopo tanti anni – dice la figlia Annamaria Torre - mancano all’appello i mandanti politici dell’omicidio del mio papà. Non ci sarà giustizia fin quando non verranno fuori i nomi”.
 
Annanaria Torre
L’edizione 2013 del Premio, che si avvale, tra l’altro,  dell’Alto Patrocinio del Presidente della Repubblica, sarà incentrata sul tema della corruzione. Si comincia martedì sera con un concerto di Luca Bassanese e la piccola orchestra popolare, presso l’Auditorium Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.  Il ricavato della vendita dei biglietti sarà devoluto al Comune di Lampedusa per le iniziative di sostegno e accoglienza ai migranti. Ma il clou della manifestazione  è previsto per  l’11 mattina, con un dibattito sulla corruzione, a cui parteciperanno Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, Nando dalla Chiesa, presidente onorario di Libera, Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia,  Alberto Vannucci, Docente di Scienza Politica e l’onorevole Rosy Bindi, presidente della Commissione Parlamentare Antimafia. Nel corso della manifestazione saranno anche consegnati attestati di merito per l’impegno civile a don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, a Vincenzo Montemurro, Magistrato Antimafia e alla memoria di Simonetta Lamberti, giovanissima vittima innocente della camorra. La manifestazione avrà anche una coda napoletana. Alle ore 21, infatti, al Modernissimo sarà proiettato “La mafia uccide solo d’estate” e la serata dedicata alla memoria di Marcello Torre. Alla proiezione presenzieranno il regista del film, PIF e la moglie e la figlia di Marcello Torre.
 

venerdì 1 novembre 2013

UN MONUMENTO PER LE VITTIME DELLA STRAGE DI "ERBA ROSSA"


"Erba rossa", la strage dimenticata di Conca della Campania. Settant’anni fa, il primo novembre del 1943,  i tedeschi in fuga  uccisero per rappresaglia trentanove persone. Stamani nella frazione di “Cave” è stato inaugurato un monumento davanti alla chiesa e una croce in contrada “Faeta" con i nomi delle vittime. Di quell’eccidio non c’era una lapide, un ricordo. Niente. Se la strage è venuta fuori, lo si deve soprattutto a Graziella Di Gasparro e alla sua caparbietà. Graziella ha ottant’anni, all’epoca ne aveva 10. I tedeschi le uccisero il padre. Lo vide uscire quel primo novembre del ’43 con un secchio d’acqua e avviarsi verso una postazione tedesca, perché la loro casa era occupata dai nazisti. Fu tra coloro che non  tornarono più a casa. E’ seduta in prima fila su una sedia a rotelle e mostra tutta la sua soddisfazione per una battaglia cominciata tantissimi anni fa.

 “Finalmente qualcosa che ricordi le vittime dei tedeschi. Sono contenta davvero e lo sarebbe anche il mio papà”. In tutti questi anni, nonostante una disabilità che le limita la mobilità, non si è data pace per non far  dimenticare la morte di tanti innocenti. Una strage che non ha mai avuto riscontri ufficiali. Se n’è trovata traccia solo “nell’armadio della vergogna”. Un armadio che è stato trovato  pochi anni fa in un palazzo romano del cinquecento, in via degli Acquasparta, sede della Procura generale militare, dove venivano depositati fascicoli di tutte le stragi naziste. C’erano i nomi delle vittime e anche quelli dei carnefici. Ma fu deciso di salvare i criminali nazisti. Potevano essere utili per informazioni contro il nemico. Salvarono i criminali, ma uccisero nuovamente le vittime.

“Fu una rappresaglia – racconta lo storico Felicio Corvese che da anni cerca di ricostruire la strage di Conca della Campania – in località Orchi  un ufficiale americano travestito da frate, uccide un soldato tedesco. La rappresaglia nazista non si fa attendere. In tutta la zona ci furono morti ammazzati tra i civili dopo veri e propri rastrellamenti . La loro sete di vendetta li fa girare per le case sparse nelle campagne, prelevano diciannove uomini, tra cui anche due ragazzi di quindici e sedici anni. In contrada “Faeta” obbligano  prima a scavarsi la fossa l’uno per l’altro e poi li ammazzano a  tre alla volta”.

La strage di Conca della Campania, che  in questi anni è rimasta viva solo nella memoria di chi era stato testimone o  di quelli che hanno perso i fratelli, i padri, gli zii, ha avuto almeno un riconoscimento delle istituzioni locali. L’iniziativa del monumento,  infatti, è stata del Sindaco di Conca. Con lui c’erano anche  l’avvocato Carlo Sarro, parlamentare Pdl, che difende il Comune nella causa contro lo Stato italiano  per il riconoscimento della medaglia d’oro al valor civile; c’erano i primi cittadini dei numerosi comuni dell’alto casertano, Mignano Montelungo in testa,  dove gli anglo-americani sbarcati a Salerno,  rimasero impantanati per alcuni mesi prima di annientare la resistenza dei tedeschi in fuga. E, soprattutto, c’era tantissima gente.  “Caro papà – è la lettera che Graziella di Gasparro ha scritto al padre  -  io non so dove tu sia perché non riesco ad immaginare l'aldilà che dovrebbe accogliere gli esseri che non ci sono più. Eppure ti parlo. Ti parlo e so che tu mi ascolti, perché tu vivi da sempre nei miei pensieri…” Graziella ha letto la lettera davanti alla croce installata sul sentiero che porta al luogo della strage. “Volli vedere dov’era mio padre – ricorda tra le lacrime l’anziana donna – lo trovai in una pozza di sangue. Aveva il cranio sfondato da un proiettile e tutt’intorno l’erba era diventata rossa. Rossa del sangue del mio papà. Vorrei che si diffondesse in ogni valle l'orrore della guerra, perché mai più cresca nei prati un'erba tinta di rosso”.


GIOVANNI POMPONIO MORTO PER DIFENDERE LE PAGHE DEI FERROVIERI



Giovanni Pomponio
Il brano che segue è tratto dal mio libro "Come nuvole nere" (Melampo editore)
 
Giovanni Pomponio morirà il 30 ottobre 1975 dopo 3 giorni di agonia.
 
Quel giorno, il vice brigadiere di Polizia Giovanni Pomponio ha il turno di riposo. Ma i suoi superiori la sera prima lo hanno pregato di andare ugualmente al lavoro. “Ci sono gli stipendi da pagare e non abbiamo molti uomini per la sicurezza. Domani serve anche la sua presenza come responsabile di scorta”. Il mattino seguente, Giovanni ha un impegno importante: partecipare alla messa in ricordo di una giovane nipote della moglie. La ragazza era morta il 28 di ottobre di sei anni prima, a 16 anni, a seguito di un incidente. Giovanni vuole assolutamente andare alla funzione religiosa, ma la moglie lo rassicura: “Non ti preoccupare. Dirò a mia sorella che non sei potuto mancare dal servizio. Io andrò con l’autobus e al ritorno prenderò un taxi”. Quel consiglio dato al marito, Antonietta Vigliotti non se lo perdonerà mai, fi no alla morte. Il 28 ottobre del 1975, il vice brigadiere di Polizia Giovanni Pomponio è puntualmente al lavoro alla stazione ferroviaria di Napoli-Gianturco per scortare le paghe dei dipendenti delle Ferrovie. Sa che fra quattro giorni avrà tutto il tempo libero che vuole, perché andrà finalmente in pensione, dopo 37 anni di servizio in Polizia.


 


“E invece – racconta Sergio, il secondo figlio di Giovanni – la pensione non se la godrà mai, perché quella mattina mio padre verrà colpito a morte durante una rapina. Una banda di criminali assalta l’ufficio cassa. Sono armati di mitra e pistole per portare via 500 milioni che servono per pagare gli stipendi dei ferrovieri. Mio padre, ferito alla gola, morirà in ospedale, dopo tre giorni di agonia. Poteva rifiutarsi di rientrare in servizio quel giorno, ma lui era un servitore dello Stato, non sapeva dire di no”. Giovanni Pomponio il 28 ottobre parte presto dalla sua casa al Vomero, vuole evitare il traffico mattutino. Le strade sono quasi deserte a quell’ora, Napoli ancora dorme, ma presto si animerà di gente, di colori e di frastuoni. Poco dopo le sette è nella sede della Polizia Ferroviaria della stazione di Napoli-Gianturco. Giovanni non sa che ci sono anche altre persone che si sono alzate presto e che sono interessate agli stessi soldi che gli hanno chiesto di proteggere. Sono una banda di spietati criminali torinesi che fanno rapine in serie, negli ultimi diciotto mesi ne hanno messe a segno ben sedici. Sono arrivati a Napoli da qualche giorno, si spostano col treno, oppure in aereo, per evitare al massimo i controlli delle forze dell’ordine. Non si fanno vedere troppo in giro e non frequentano altre persone, solo quelle strettamente necessarie per organizzare nei minimi particolari le rapine. Colpiscono e spariscono senza lasciare tracce. Hanno saputo che a Gianturco il bottino è appetibile. Hanno avuto una soffiata da un basista e vogliono a tutti i costi mettere le mani sulle paghe dei ferrovieri.


 
Con Giovanni Pomponio ci sono altri sette agenti per difendere la cassa. Il vice brigadiere incarica cinque di essi di provvedere al trasferimento di 450 milioni alla stazione ferroviaria di Napoli Centrale, dove verranno pagati la gran parte degli stipendi. Abitualmente il trasporto delle paghe avviene intorno a mezzogiorno. Stavolta Giovanni Pomponio decide di anticipare questa incombenza. Appena in tempo. I rapinatori entrano in azione poco dopo le nove del mattino. Quattro banditi, armati di tutto punto, scavalcano il terrapieno di Rione Luzzatti e arrivano da un cancello laterale dell’ufficio cassa. Un cancello che sino ad allora è stato sempre chiuso.


 
Giovanni si accorge di una persona sconosciuta vicino all’ufficio paghe e forse vede anche un’arma che lo mette in allerta. Non ha notato che alle sue spalle ci sono altri due banditi. Carica il mitra e si gira verso lo sconosciuto: “Dove vai, fermati!”, gli intima. Quella mossa è la sua condanna a morte, perché da dietro gli sparano a bruciapelo per ucciderlo. Mirano alla testa, lo colpiscono alla nuca. Il proiettile fuoriesce dalla gola. Il colpo gli trancia la vena giugulare. Il vice brigadiere di Polizia cade a terra in una pozza di sangue. Un ferroviere ha visto tutto. Corre vicino a Giovanni cercando di soccorrerlo: “Bisogna portarlo in ospedale o morirà”. “Non lo toccare altrimenti farai la stessa fi ne”, gli grida uno dei banditi. Non si fanno scrupoli. Sono spietati. Si avvicinano al poliziotto a terra, gli sfilano il mitra e la pistola e continuano la rapina come se nulla fosse accaduto (…)”

domenica 13 ottobre 2013

GENNARO DE ANGELIS UCCISO 31 ANNI FA. A RICORDARLO DON LUIGI CIOTTI, SIRIGNANO E TANTI ALTRI



CESA - Simularono una rapina per ammazzarlo, ma il motivo vero della sua uccisione è da ricercare nel fatto che non si volle piegare al clan di Raffaele Cutolo. Gennaro De Angelis, agente di custodia nel carcere di Poggioreale, fu ucciso la sera del 15 ottobre del 1982. E’ stato ricordato stamani, in una cerimonia tenuta nella scuola media “Bagno” di Cesa, alla presenza di don Luigi Ciotti, il presidente di Libera,  dell’atleta Marco Maddaloni, del magistrato della DDA, Cesare Sirignano, familiari delle vittime di innocenti della camorra,  Valerio Taglione del Comitato don Diana, il Questore di Caserta Giuseppe Gualtieri e numerose altre autorità. Gennaro De Angelis era addetto alla spesa dei detenuti. Gli avevano chiesto di far passare armi e di chiudere un occhio durante i controlli. Disse di no. Il suo diniego lo condannò a morte. Quella sera di trentuno anni fa due giovani entrano armati e a volto coperto nel Circolo della Madonna dell’Arco nella piazza centrale di Cesa, a pochi passi da Aversa. Dentro ci sono una trentina di persone che giocano a carte a vari tavolini. “Fermi tutti, altrimenti vi ammazziamo”, gridano i due  a volto coperto. Tutti pensano ad una rapina. Invece i due giovani si dirigono decisi verso il tavolo dove sta giocando Gennaro De Angelis e gli sparano alla testa a bruciapelo. Alcuni colpi feriscono anche un’altra persona che era vicino alla vittima. Si tratta di Pasquale Marino, sessanta anni, pensionato. Morirà qualche giorno dopo in ospedale. Tutta la sparatoria dura meno di un paio di minuti. Fuori c’è l’auto ancora in moto guidata da un altro complice. I due escono in fretta dal circolo e salgono sulla vettura che li stava aspettando. Fuggono in direzione di Aversa. Sono le venti e quindici del 15 ottobre 1982.
 
“Quei colpi di pistola – ha detto don Luigi Ciotti  – non hanno ucciso solo Gennaro De Angelis e Pasquale Marino, ma hanno ucciso dentro anche la giovane moglie Adele, e i figli, Vincenzo, Marianna e Annamaria. Allora – ha proseguito -  quei colpi  o li sentiamo che hanno sparato anche a noi, se no, non ha senso nulla. Voi troverete tanta gente che si commuove e poi dimentica in fretta. Non basta commuoversi. Bisogna muoversi di più, tutti”. Sul palco sono  saliti testimoni importanti della lotta contro la criminalità, chiamati ad uno ad uno da Salvatore Cuoci, coordinatore della manifestazione. Davanti a centinaia di studenti, Marco Maddaloni, che insieme ai suoi parenti a Scampia sta provando da un po’ di tempo a recuperare ragazzi difficili, ha cercato di spiegare che il bullismo può essere l’anticamera  del camorrista. “Essere furbetti è una cosa, essere delinquenti è un’altra. Bisogna cominciare dalle scuole ad aiutare i bambini più deboli per farli diventare grandi, esattamente come noi”. Ha premiato poi le squadre che hanno partecipato ad un torneo di calcio in memoria di Gennaro De Angelis.
 
Per Valerio Taglione, del Comitato don Diana, ricordare Gennaro De Angelis significa anche ricordare anche tutte le vittime che in questi anni sono state ammazzate dalle mafie. “Proviamo a dire  ai familiari, noi stiamo con voi. Ce la possiamo fare a costruire un territorio completamente diverso. Ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare”. Per il magistrato della DDA, Cesare Sirignano bisogna aiutare quelli che hanno più difficoltà. “Ho visto troppi giovani nella aule di tribunale ricevere condanne molto serie e tanti di quei giovani sono di queste terre. Non è bello che persone dell’età dei miei figli debbano essere  condannati a pene così dure. E’ una sensazione molto brutta per un magistrato. Però  - ha aggiunto - è importante diffondere messaggi di speranza. Non bisogna cedere alle facile ricchezze. Non bisogna seguire messaggi di prepotenza, ma bisogna aiutare le persone che hanno bisogno di più. Altrimenti solo con le parole non riusciamo a cambiare molto”. Alla fine della manifestazione, per tutti una grande torta,  preparata dai ragazzi dell’alberghiero di Cesa. Sopra c’era l’immagine di Gennaro de Angelis e i nomi di tutte le vittime della camorra della provincia di Caserta.

La manifestazione in ricordo di Gennaro De Angelis è stata promossa da Libera, "Comitato don Peppe Diana", coop. "Carla Laudante", la Pro Loco di Cesa, e le associazioni "Vinci", "Cesarinasce", Labor Mentis", "Attiviamocinsieme", Coordinamento Campano familiari vittime innocenti e Fondazione Polis 
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