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martedì 23 dicembre 2014

TRENT'ANNI FA LA STRAGE RAPIDO 904 - RICORDATE A NAPOLI LE 16 VITTIME. DON CIOTTI: "UNA DEMOCRAZIA MALATA"

A trent'anni dalla strage del Rapido 904, una cerimonia commemorativa, come avviene tutti gli anni,  si è tenuta presso la stazione di Napoli da dove partì quel treno in cui morirono 16 persone.  Una corona di fiori è stata deposta al binario 11 della stazione Garibaldi  da dove a mezzogiorno del 23 dicembre 1984,  il treno  si avviò verso Milano ma senza mai arrivarci. Rosaria Manzo, presidente dell'associazione vittime del Rapido 904, ha ricordato che «ancora oggi attendiamo la verità dalle aule dei tribunali. Tutti noi - ha aggiunto - lottiamo per i nostri diritti, con l'orgoglio di chi chiede rispetto e di chi ha come obiettivo la ricerca della verità». La prossima udienza del processo in corso a Firenze è fissata - come riferito - il 13 gennaio 2015. «Non ci fermeremo - ha proseguito Rosaria - davanti al nome dell'esecutore o del mandante, vogliamo sapere il perché e se c'è stato un groviglio tra politica, mafie, camorra e movimenti eversivi di destra e di sinistra. Vogliamo - ha proseguito - la chiarezza, il Paese tutto ha bisogno di una sentenza definitiva che sancisca la certezza del diritto». La cerimonia è stata preceduta dalla consegna, da parte del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, di medaglie della città ai familiari delle 16 vittime napoletane che persero la vita a bordo del Rapido 904. Alla commemorazione, tra gli altri, hanno partecipato l'assessore regionale Pasquale Sommese, rappresentanti istituzionali dei Comuni di Somma Vesuviana e di Ischia, il questore di Napoli Marino, la Fondazione Polis, il Coordinamento campano dei familiari delle vittime innocenti della criminalità e il presidente di Libero don Luigi Ciotti.

«Serve una grande rivoluzione culturale che costringa lo Stato ad aprire quelle stanze in cui sono nascoste tante verità»,  ha detto il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Una giornata, quella di oggi, che - ha sottolineato il sindaco - «non è solo di ricordo e di memoria, ma anche momento per chiedere a chi deve di ricercare verità e giustizia perché - ha aggiunto - uno Stato che ha paura della verità non è forte e non è democratico».  in Italia  - Ha ricordato il sindaco di Napoli - sono «troppi i fatti per cui ancora oggi non c'è giustizia e in cui si intrecciano politica, mafie e movimenti eversivi. Napoli - ha concluso de Magistris - ha un grande cuore e vuole lottare per la giustizia, per dare speranza a chi stenta ad avere fiducia nelle istituzioni e per cacciare chi all'interno dello Stato si è macchiato di collusione e di sangue»


«In Italia c'è una democrazia malata e un pò pallida perchè non è possibile che non si conosca la verità su alcuna strage». ha tuonato, il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, dal palco eretto sotto la stazione Garibaldi a Napoli.   In Italia il 75 per cento delle stragi avvenute è ancora senza verità: «La verità - ha proseguito - è la condizione della democrazia anche se nella nostra Costituzione questa parola, verità, manca e allora - ha aggiunto - la scriviamo noi nelle nostre coscienze». Una parola 'verita« che - ha sottolineato il presidente e fondatore di Libera - »è scomoda per gli assassini e per chi in tutti questi anni ha coperto i motivi delle tante stragi impunite e che attendono giustizia«. Ma, da don Ciotti, è venuto anche un invito a tutti "all' impegno a cui la memoria ci sfida perchè non dobbiamo solo commuoverci, ma dobbiamo muoverci tutti di più per cercare la verità che è il miglior modo per rendere vivi i morti". 

mercoledì 17 dicembre 2014

MENA MORLANDO, LA RAGAZZA CHE BALLAVA DI DOMENICA. DA 34 ANNI SENZA GIUSTIZIA

La storia è tratta dal mio libro “Come Nuvole Nere” – Melampo editore


“Mena, scendi tu a portare questi panni in lavanderia? Però, mi raccomando, chiedi se vengono pronti entro un paio di giorni”. Pia è la mamma di Mena Morlando; maestra elementare e madre di quattro figli, ha altro da fare e da pensare a pochi giorni dal Natale. È il 17 dicembre del 1980. Sono appena passate le 18,30 e sta preparando la cena per la famiglia, quando la figlia afferra il sacchetto con i panni e si avvia. La lavanderia è ad appena un centinaio di metri dalla casa dei Morlando, un’abitazione in via Monte Sion, quasi al centro di Giugliano, il più popoloso dei comuni a nord di Napoli. Mena ha 25 anni, ed è l’unica figlia femmina. Come sua madre e sua nonna, d’altronde. Si è diplomata all’istituto Magistrale da qualche anno e sta studiando per partecipare al concorso per l’insegnamento nelle scuole pubbliche. Vuole diventare insegnante come sua madre e come sua nonna. Per il momento fa un po’ di supplenze nelle scuole private, in attesa di poter lavorare di più. Studia quasi tutti i giorni per superare il concorso e per entrare in ruolo. Va a lezioni private: la mamma l’ha affidata a una sua collega. La ragazza non vuole perdere l’occasione che può dare una svolta alla sua vita. Per il resto, è una donna normalissima, come altre della sua età. Aspetta di trovare un ragazzo che le voglia bene per poi sposarsi. Il corredo già ce l’ha. Pia, la mamma, ha cominciato a prepararglielo sin da quando Mena era piccola. Comprava un po’ alla volta delle lenzuola, biancheria, pentole per la cucina. Nelle famiglie napoletane il corredo è una tradizione che si tramanda da sempre, al pari del casatiello e della pastiera. Quando una ragazza si sposa, non può mancare. E sono soprattutto le mamme a mantenere questa tradizione, quando in casa c’è una figlia femmina. Non è che i figli maschi non contino, ma tra donne si stabilisce un rapporto diverso.

Mena ama la musica, canta spesso le canzoni degli anni Settanta e aspetta con ansia la domenica: con i fratelli ha adibito una casa sfitta di proprietà della famiglia a luogo di ritrovo per gli amici, dove ci si incontra per ballare nei giorni di festa. Cinquanta lire a testa per comprare patatine, aranciate e coca-cola e si balla fino all’ora di cena. Insomma un posto per dare avvio a qualche flirt tra ragazzi. La provincia non offre molto di più. “Mamma allora io vado”. Mena scende le scale e sul portone incrocia il terzo dei suoi fratelli, Francesco. Sta tornando da Napoli, dove ha sostenuto un esame all’università. Ha cinque anni in meno di lei ed è iscritto a Medicina. “Dove stai andando?”, chiede Francesco alla sorella. “Vado in lavanderia”, risponde lei mostrando il sacchetto. Mena si allontana di alcune decine di metri. Percorre il vicoletto che dalla casa dei Morlando porta alla chiesa di Sant’Anna in poco meno di un minuto. Sta pensando al giorno di Natale, forse riuscirà a organizzare una festa con gli altri ragazzi per ballare e stare insieme.

All’improvviso ha un soprassalto: sente sparare, sembrano mortaretti. I ragazzi in questo periodo ne sparano a bizzeffe. Ma lei non si è abituata, le fanno sempre un certo effetto. Stavolta, però, Mena si sbaglia, non sono mortaretti, è proprio una sparatoria. La ragazza non ha il tempo di accorgersi di niente, sente solo urlare da una parte all’altra della strada. Si trova tra due fuochi senza capire il perché. Vorrebbe mettersi in salvo, ma non fa in tempo a scappare: viene colpita da un proiettile calibro 9 dietro il collo, dal basso verso l’alto. Il proiettile esce dalla fronte, il sangue schizza ovunque. Brandelli di carne esplodono tutt’intorno. Mena cade a terra mentre il sangue comincia a sgorgare dalla fronte e dal collo. Muore all’istante portando con sé i suoi sogni. Niente più concorso. Niente più ragazzo. Niente più matrimonio. Niente balli. Niente amici. La vita di Mena Morlando si chiude una settimana prima del Natale del 1980.


Francesco Morlando
“Sono stato l’ultimo a parlare con mia sorella Mena – Francesco Morlando, il fratello, non ha dimenticato nulla di quella sera – e ancora oggi non riesco a capacitarmi di come possa essere accaduto. Era irreale allora e mi sembra tuttora impossibile, la sua morte. Avevo parcheggiato l’auto, il tempo di salire in casa, attraversare la cucina, la sala da pranzo e posare la borsa coi libri sulla mia scrivania e ho sentito un trambusto provenire da fuori, pensavo fossero i soliti botti che anticipano le feste, dato che era quasi Natale. Ma sentivo anche voci concitate. Mi sono affacciato al balcone e a una decina di metri ho visto che alcune persone accompagnavano mio fratello Marco, sostenendolo per le braccia. Ho fatto il percorso a ritroso passando per la cucina. ‘Cosa c’è. Cosa sta accadendo?’, chiedeva mamma. ‘Niente, stai tranquilla. Scendo io un attimo a vedere’. Non riuscivo a capacitarmi di quello che avevo visto. Sono sceso e sono andato incontro a mio fratello. Ma è stato lui a precedere le mie domande: ‘Mena è morta. L’hanno uccisa’. ‘Ma cosa dici? L’hanno uccisa?’. 

Ricordo che cercavo di raggiungere il posto dov’era il corpo di Mena, correvo verso il cancello della chiesa, venti metri più avanti, ma alcune persone mi impedirono di procedere. Qualcuno aveva già coperto il corpo con un lenzuolo. Non riuscivo a crederci, l’avevo lasciata pochi attimi prima, il tempo di fare cinquanta metri a piedi ed era stata uccisa, un minuto dopo. Sono tornato indietro perché nel frattempo mia mamma era scesa in strada. Sono riuscito a bloccarla per non farla andare sul posto, ma lei aveva capito che era accaduto qualcosa di grave. Non so come ho fatto a trovare la forza di dirle che il corpo di Mena era a terra senza vita. Sembrava tutto così assurdo... Poi ho pensato a papà. Era dal medico e lo studio del medico era cento metri più avanti rispetto al luogo dove avevano ucciso mia sorella: per tornare a casa sarebbe passato da lì. Allora ho pregato un mio amico d’infanzia di andare a prenderlo con una scusa e accompagnarlo a casa facendo un percorso un po’ più lungo, senza passare dal luogo della sparatoria. Nel giro di un quarto d’ora tutta la famiglia era riunita a casa, incredula di quanto accaduto. A volte mi sono chiesto: se l’avessi trattenuta a parlare per qualche altro minuto, forse lei non si sarebbe trovata al centro di una sparatoria tra gruppi camorristici rivali. Tutti dubbi e domande che forse non hanno un senso, ma che da quella sera ho sempre nella mia mente”.


La famiglia Morlando fino a quel momento ha vissuto nella normalità più assoluta, senza grandi problemi, se non quelli quotidiani di tutte le famiglie. La mamma di Mena, Pia Franchini, è originaria di San Leucio, una frazione di Caserta, discende da un ramo della famiglia Landi, proprietaria di un’antica seteria. Insegna a Giugliano, nella scuola elementare che si trova proprio al centro di piazza Gramsci. Gli ultimi dieci anni li ha fatti nella città dove abita. Il papà di Mena, Gennaro, è impiegato alle Poste e lavora nella sede di Giugliano. Mena è la prima figlia, nata nel 1955. Poi, un anno dopo, arriva Marco. Francesco, il terzo fratello, è del 1960 e Angelo, l’ultimo dei figli, nasce esattamente dieci anni dopo Mena, nel 1965. “Ci chiudemmo in casa – ha gli occhi tristi Francesco mentre continua il drammatico racconto – poi dopo un’ora arrivò la Polizia a perquisire l’abitazione, trattandoci quasi come criminali. Perquisirono la stanza dove Mena dormiva, che era la stanza di tutti noi fratelli. C’era l’angolo dove Mena aveva le sue cose: libri, peluche, diari. Non dissero niente, fu una cosa senza alcun garbo. Ci sentivamo violentati, non capivano il nostro dolore. Il giorno dopo i giornali parlarono di delitto passionale. 

E Mena diventò ‘la maestrina’. Un appellativo che autorizzava a pensare di tutto su mia sorella. Accennarono anche a un tentativo di suicidio di Mena avvenuto anni prima, ma tutt’altro che vero. Come non erano veri i motivi addotti dai giornali alla base dell’assassinio di mia sorella. Sul quotidiano Il Mattino era scritto che era stato proprio il camorrista Francesco Bidognetti a sparare a mia sorella. Forse era ferito e scappava. Non so se sia vera la notizia che qualcuno si sia fatto scudo con il corpo di Mena, perché la dinamica dei fatti nessuno mai ce l’ha riferita. Forse non la conoscono nemmeno gli inquirenti. O forse è nelle relazioni allegate all’istruttoria del giudice istruttore Felice Di Persia. Ma non è mai trapelata all’esterno. Abbiamo appreso alcune notizie solo a mezzo stampa e osservando il corpo di Mena quando è stata tumulata”. “Ci vuole poco a infangare la memoria e la reputazione di una persona – fa Francesco – basta un giornalista poco affidabile. Il Mattino inviò un corrispondente da Napoli perché quel giorno non c’era quello locale. Noi tentammo di far passare la verità sui giornali facendo scrivere degli articoli di rettifica. Ma il danno era fatto”.

“Poi Mena, non essendo una persona nota, è caduta nel dimenticatoio. Ogni tanto compariva qualche trafiletto, magari dicevano ‘arrestato tizio, implicato nell’omicidio della maestrina di Giugliano’. Ma non abbiamo mai avuto notizie dirette e non credo che ci sia stata la reale volontà di indagare sulla nostra tragedia, sulla sua morte è caduto l’oblio. Quegli articoli ferirono i miei genitori e tutta la nostra famiglia, è come se, dopo morta, Mena l’avessero uccisa un’altra volta. Le hanno tolto anche la dignità. Una violenza inaudita, che abbiamo dovuto sopportare per anni. In realtà – afferma Francesco – la sparatoria era un regolamento di conti tra Francesco Bidognetti, boss emergente della camorra casalese in soggiorno obbligato a Giugliano, e vecchi esponenti della Nuova Camorra Organizzata, come Battista Marano, che era legato al clan Mallardo, affiliati al boss Raffaele Cutolo.

E Mena si era trovata per puro caso in mezzo a una sparatoria tra bande di camorra rivali. Al commissariato lavorava il mio ex suocero e mi diceva sempre: ‘Sicuramente non è un delitto passionale, ma non si sa com’è accaduto’. Solo mesi dopo fummo convocati dal giudice istruttore, Felice Di Persia, che però non ci chiese nulla. A papà disse solo: ‘In un eventuale giudizio voi volete costituirvi parte civile?’. Papà rispose di sì. E questo è l’unico nostro contatto con la giustizia”. “Una cosa che ogni tanto penso che vorrei fare, è quella di scrivere a Francesco Bidognetti, il boss dei casalesi. Non so se devo passare attraverso il ministero della Giustizia, ma lo farò. Se fosse in un carcere qui vicino, sarei anche disposto ad andare a trovarlo per farmi dire la verità su quella sera. Ma senza spirito di odio o di vendetta. Anche se mi dicesse: ‘Guarda, ho sparato io. È stata una sventura, una disgrazia, s’è trovata lì...’. Insomma, vorrei quella verità che non ho mai saputo. Dopo trent’anni l’accetterei con assoluta serenità”.

Dopo i funerali di mia sorella iniziò una vita triste. Tra dicembre e aprile sono dimagrito di trentasei chili, stavo chiuso in una stanza tutto il giorno, non mangiavo e non uscivo. Dal giorno dopo la morte di Mena, sono sempre tornato a casa alle sei di sera. Sapevo che
in casa c’erano due persone la cui vita si era fermata lì. I miei genitori si trascinavano avanti stancamente: aspettavano il giorno per la notte, la sera per la mattina, per loro la vita non aveva più senso. Nel successivo mese di giugno, mia mamma ebbe un ictus, che la costrinse su una sedia a rotelle. Le fu data la pensione anticipata, a soli 55 anni. Ricordo ancora la diagnosi: ‘emorragia extra cerebrale in zona subaracnoidea’. All’inizio era lucida e così tentammo con la fisioterapia di recuperare la sua autonomia. Lei si impegnava, ma quando capì che non sarebbe tornata come prima, si lasciò andare; è rimasta in quelle condizioni per dieci anni. Il sorriso spento sulle labbra”.

“Tre figli maschi e una donna disabile su una sedia a rotelle: una situazione davvero triste e diffi cile. Ci siamo ritrovati io e mio fratello Marco a lavare mia mamma che, come tutte le donne, era gelosa del proprio corpo e della propria intimità, ci teneva alla discrezione, soprattutto nei confronti dei figli. In quelle condizioni si sentiva ulteriormente umiliata perché noi la dovevamo accudire. Si sentiva violata, senza dignità”.

“Ogni Natale la nostra tragedia si rinnovava. Già dal 15 dicembre in poi, a casa nostra c’era un clima pesante. Natale è il momento in cui le famiglie si riuniscono, stanno insieme, ma quel posto vuoto a tavola, il posto di Mena, non potevi nasconderlo. Da allora il Natale non l’ho più avvertito come una festa. Mia mamma è deceduta nel 1990, a 65 anni. A papà dopo un anno dalla morte di Mena fu diagnosticata una cirrosi epatica; era anche diabetico, ogni due-tre mesi c’era bisogno di trasfusioni di sangue, e all’epoca non era facile trovarne. Così sono diventato donatore. Papà aveva 56 anni, un anno in più di mia madre. Erano entrambi ancora giovani, si potevano godere un altro pezzo della loro vita. Invece non è andata così”. “Andavo al cimitero tutti i fi ne settimana, lì abbiamo una cappella di famiglia. Per me era una gioia andarci, non una sofferenza. Andavo sereno, da solo. Mi chiudevo dentro e parlavo ad alta voce. Ancora adesso lo faccio, è come andare a trovare qualcuno in ospedale che però sta bene e non sta morendo. Io parlo normalmente con mia sorella”.

“La cosa che mi ha ferito di più in questi anni, non è stata tanto non conoscere la verità dei fatti, quanto quegli articoli di giornale che parlavano di delitto passionale: la dignità tolta a mia sorella è la cosa che non ho mai accettato. E soprattutto mi ha dato fastidio il fatto che sia stata dimenticata da tutti. Io ho odiato questo paese, sono scomparso da Giugliano per vent’anni. Ho sempre detto ai miei fi gli: ‘Andate via da qui perché questa è una terra maledetta’. C’è stata omertà da parte di persone che hanno assistito all’omicidio di mia sorella e non hanno voluto mai parlare. Capisco la paura, ma qualcuno poteva inviare anche una lettera anonima, invece niente. Passavo da Giugliano solo per andare al cimitero la domenica. 

Poi sono tornato, e nel 2003 ho aperto lo studio nella casa dove avevo abitato con i miei genitori. Ho impiegato trent’anni per cercare di dare dignità a questa ragazza che troppe persone ricordavano ancora come la ragazza uccisa per motivi passionali. Ho cominciato a pormi questo problema tra il 1997 e il 1998, e dicevo tra me: ‘Come è possibile che mia sorella non debba avere la sua dignità?’. Nonostante il dolore, qualcosa mi spingeva a percorrere questa strada. Le persone intorno mi dicevano: ‘Ma chi te lo fa fare. Vai solo ad aprire una ferita’. Ma io sentivo dentro di me che bisognava aprire un varco nella memoria, per ricordare Mena Morlando. Ho fatto questa battaglia in silenzio, da solo, ed è stata dura, perché Mena non è stata una vittima eccellente, la sua morte non ha colpito l’opinione pubblica”.

giovedì 9 ottobre 2014

IL LIBRO DEL VESCOVO NOGARO: "DON PEPPINO DIANA IL MARTIRE DI QUESTA TERRA"

“Don Peppino Diana è il martire di questa terra”. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, scandisce bene le parole dal pulpito della chiesa del Buon Pastore, in piazza Pitesti, in un incontro promosso dal parroco don Antonello Giannotti, per presentare l’ultimo libro del vescovo: “Peppino Diana, il martire di Terra di Lavoro” (edizioni il pozzo di Giacobbe). Ad ascoltarlo quasi un migliaio di persone, venute apposta per lui, per sentire le parole del vescovo degli immigrati, di colui che  si è sempre opposto a tutte le guerre italiane mascherate da missioni di pace. Ma sono venuti, soprattutto, per sentire  le parole del vescovo che ha difeso don Peppino Diana anche nei momenti difficili, quando titoli di giornali tentavano di infangare la memoria di don Diana, ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Nogaro è restio a parlare, come sempre. Si alzano tutti in piedi per acclamarlo. Lui, come un bambino emozionato, stenta a trovare le parole: “Vorrei far arrivare a papa Francesco queste parole.  Con il martirio di don Peppino, il Sud non è come prima.   A vent’anni dalla morte don Diana è sempre più amato dal popolo. La sua morte dà un nome di gloria a tutti gli umiliati della storia, a tutti coloro che hanno “fame e sete di giustizia” e vengono perseguitati”.


A parlare del libro anche Adele Vairo, dirigente del Liceo Manzoni di Caserta; Pietro Rocco, direttore della pastorale diocesana e la cugina di don Diana, Marisa, attuale vice sindaco a Casal di Principe, nella giunta guidata da Renato Natale. “Ringrazio a nome della famiglia monsignor Nogaro, che è stato l’unico a difendere don Diana, mentre tutta la chiesa arretrava”. Ha detto Marisa Diana. E’ stato poi  il professor Sergio Tanzarella, che ha curato la prefazione del libro,  a rivelare che nel 1991 quando fu pubblicato il documento “Per amore del mio popolo”, firmato oltre che da don Diana, dagli altri parroci della Foranìa “I preti furono ripetutamente “invitati” a ritirare la firma da quel documento. Ma voi pensate che siano stati i camorristi a fare quell’invito? No furono i colletti bianchi di Casal di Principe, San Cipriano, Casapesenna. Architetti, ingegneri, commercialisti, avvocati che ritenevano fosse una vergogna un documento del genere, perché a quei tempi si continuava a dire che la camorra non esisteva”.

“Don Diana è il padre e il martire  di Terra di Lavoro e nessuno potrà mettere a tacere la sua testimonianza. Don Diana è il “crocifisso” che fa risorgere le nostre terre”. Ha chiosato infine Nogaro che si batte da tempo perché la chiesa riconosca don Peppino anche ufficialmente come un martire e dunque per beatificarlo. Ma ci tiene a precisare: “Per me, e per chi l’ha conosciuto, don Diana è già Beato”.

mercoledì 3 settembre 2014

ANDREA MORMILE, IL MARESCIALLO DEI FALCHI UCCISO DALLA CAMORRA IL 3 SETTEMBRE 1982 A FRATTAMINORE

Il brano è tratto del mio libro: "Come nuvole nere" - Melampo edizioni

La piazza  di Frattaminore è affollata come un formicaio. I bar e i circoli brulicano di gente. Chi si siede sulle panchine,  chi  prende il caffè, chi chiacchiera,  chi passeggia.  E qui che gli uomini preferiscono stare fino a tardi, soprattutto in quelle serate di fine estate dove il clima è mite e l’aria è pervasa dai profumi dei primi mosti di vino asprinio e vino fragola. E‘ qui che la sera del 3 settembre 1982 quattro killer della camorra cercano un uomo da uccidere. E’ Andrea Mormile, 31 anni, un giovane maresciallo di Polizia che non vuole delinquenti nel suo territorio. Non ha paura di nessuno e ha già fatto arrestare diverse persone che non rispettano la legge. Intralcia anche gli affari del clan che qui ha il nome di Giuseppe Puca, “ ‘o Giappone”, ras in ascesa di Sant’Antimo, legato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. I camorristi sanno bene che la piazza è il luogo di ritrovo per eccellenza. Se hai da dire qualcosa ad un amico o vuoi incontrarlo, è qui che devi cercarlo, nella piazza, in mezzo a tante altre persone. I quattro killer sono in una “Jetta” Wolkswagen di colore verde scuro.  La spedizione di morte è partita da Sant’Antimo appena il sole si è abbassato e ha cominciato ad allungare le ombre. Quasi alla stessa ora  Andrea Mormile scende  dal secondo piano di uno stabile ubicato a Orta di Atella, una stradina poco distante dalla piazza di Frattaminore. Andrea è in cerca di un suo conoscente. Si dirige verso la piazza. Cammina insieme ad un altro amico fraterno.  Si stanno recando a piedi al circolo sportivo “Armando Picchi”, il grande capitano dell’Inter degli anni ’60.  I killer sanno che il loro uomo arriverà in piazza prima di cena. Qui si conoscono tutti. Andrea abita ad Orta di Atella non lontano dal centro  di Frattaminore, il paese di sua moglie, Pina Pellino. Hanno tre figli piccoli: Paride, 10 anni, Alessandro 9 anni e Morena, 5 anni. 

L’auto dei killer si muove piano per i vicoli stretti del paese, dove la gente d’estate è abituata a sedersi fuori le abitazioni per trovare refrigerio e per scambiare qualche parola con i passanti. Loro tirano dritto. Sono tutti armati. Conoscono bene la zona. Sanno come muoversi. Sanno che tutti i vicoli arrivano in piazza, come i corsi d’acqua che alimentano un lago. Le case da queste parti non hanno soluzione di continuità, sono costruite una addosso all’altra e confondono anche i confini dei Comuni.

Orta di Atella e Frattaminore sorgono una di fronte all’altra, in un’area dove 300 anni prima di Roma c’era già l’antica città Osca di Atella. E’ un posto pieno di storia. Qui  sono nate le “Fabulae atellane”,  le radici della commedia dell’arte italiana. Orta di Atella e Frattaminore sono divise solo da una strada provinciale: la Aversa-Caivano, che squarcia in due il cuore dell’antica Atella. Comincia alle spalle della stazione ferroviaria della città normanna e termina nel rione verde di Caivano.

Andrea Mormile non si è minimamente accorto di essere controllato a poca distanza da alcune persone a bordo di un’auto che li segue a passo d’uomo. Per strada tutti quelli che incrocia lo salutano con rispetto. Lo conoscono in tanti. E’ in servizio alla 1^ Sezione della Squadra Mobile della Questura di Napoli. E’ nei “Falchi”,  “l’antiscippo”. Sono poliziotti in sella a motociclette di grossa cilindrata che girano per i quartieri  di Napoli per prevenire rapine e scippi nei confronti dei turisti. Impossibile prendere i ladri inseguendoli con le auto. Così hanno istituito il gruppo dei “Falchi” per muoversi più agilmente per cercare di acciuffare gli scippatori nei tortuosi vicoli della città. Hanno licenza di vestirsi diversamente da tutti gli altri poliziotti: capelli lunghi, barba incolta, giubbotto in pelle, pantaloni a zampa di elefante, occhiali da sole Ray-Ban. L’abbigliamento li fa assomigliare più ai ladri che alle guardie. E’ il loro modo di confondersi tra la gente dei vicoli. Andrea ha i capelli lunghi e ricci. Porta spesso un  giubbotto di pelle e una camicia a quadroni sbottonata sul petto, da dove fuoriesce sempre un medaglione  o una catena  bene in vista. Ha uno sguardo severo che incute timore. Per tutti è “il maresciallo Mormile”. I gradi  di maresciallo li ha conquistati sul campo con una pericolosa operazione di servizio. Il 24 aprile del 1980 non esita ad infilarsi  nella filiale del Credito Italiano di Corso Lucci a Napoli, dov’è in corso una rapina con delle persone in ostaggio. Si finge cliente  e ingaggia un conflitto a fuoco con i rapinatori. Sventa la rapina e libera gli ostaggi. Gli vengono conferiti i gradi d maresciallo direttamente dalle mani del capo della Polizia, Giovanni Coronas, insieme al suo collega Antonio Piccirillo.

“Quella sera  del 3 settembre 1982 non la dimenticherò mai – racconta Pina Pellino, la moglie di Andrea che oggi ha cinquantasettenne anni -  Andrea era tornato da lavorare nel pomeriggio. Per lui non c’erano orari. Mangiava quando tornava. L’agguato avvenne verso le otto di sera. “Scendo perché mi devo incontrare in piazza con degli amici a Frattaminore”, mi disse. Nel frattempo io ero rimasta a casa, in attesa di andare più tardi a fare una visita a degli amici che avevano un bambino con problemi di salute. E’ sceso e non è più tornato. Mentre ero a casa è venuta mia sorella attorno alle  20,30. Aveva sentito che era successo qualcosa, ma non sapeva nemmeno lei che era morto. “Vestiti e scendi con  me – urlò -  perché Andrea è stato coinvolto in una sparatoria”. Pensavo fosse una rapina in un negozio in piazza, non un agguato diretto a lui. Nel frattempo ho bussato alla porta di mia cognata, la sorella di Andrea, che abitava sul mio stesso pianerottolo. Quella sera da lei c’era un altro mio cognato, Stefano, uno dei fratelli di Andrea, anche lui poliziotto. “E’ successo qualcosa ad Andrea. C’è stata una sparatoria in piazza a Frattaminore”. Praticamente me lo sono tirato in ascensore e lì gli ho detto quello che sapevo. Dalla mia abitazione la piazza distava un cinque minuti in auto, era vicinissima. La piazza era gremita di gente. Così siamo andati direttamente nel vicino ospedale di Frattamaggiore, per accertarci delle sue condizioni”. Pina abbassa la testa e si mette la faccia tra le mani. Pensare a quei tragici momenti  non è facile.
“In ospedale c’era un suo amico fraterno. “Dove sta mio marito?” ho chiesto. E lui: “Non ti preoccupare lo hanno portato in ospedale a Napoli”. La cosa mi è parsa strana, perché non si separava mai da Andrea.  “Se lui è qui – pensavo tra me e me -  Andrea non può essere da qualche altra parte, perché loro due sono inseparabili”. Ho capito subito che era morto. Mio cognato, invece,  è entrato e l’ha visto.  E ugualmente non mi ha detto niente. Nessuno se l’è sentita di mettermi subito di fronte alla tragicità del fatto”.  Pina non ce la fa ad andare avanti a raccontare. Troppo doloroso ricordare. Ci pensa Paride a continuare il racconto, il primogenito della famiglia che ora fa il poliziotto a Napoli. E’ nei “Falchi”, proprio come il papà.

“E’ arrivata un’auto, una “Jetta” Wlkswagen verde scura, con quattro persone a bordo. Facevano parte di un gruppo camorristico legato al boss Raffaele Cutolo. A bordo c’era Giuseppe Puca di Sant’Antimo, detto “ ‘o Giappone” e altri tre suoi affiliati. Voleva affermare la sua “sovranità” su questo territorio. Papà camminava a passo lento insieme al suo amico. Non si era accorto di essere seguito. Sono scesi dall’auto e  hanno aspettato che arrivasse a tiro. Prima gli hanno sparato alle spalle con una mitraglietta, cogliendolo di sorpresa. Poi, una volta caduto a terra, gli sono andati vicino e gli hanno sparato un colpo in fronte, per avere la sicurezza che morisse. Nell’agguato è stato ferito alle gambe anche la persona con cui  papà stava camminando e una signora di 66 anni,  che era seduta fuori il palazzo.  L’azione dura solo qualche minuto. La gente scappa impaurita. L’auto dei killer parte a grande velocità. Ma  a causa del fondo stradale scivoloso, l’auto perde il controllo e finisce contro un marciapiedi. Una ruota scoppia e l’auto si ferma di colpo. I killer scendono dalla vettura e armi in pugno bloccano una Simca che in quel momento stava transitando nei pressi della piazza di Frattaminore. Aprono lo sportello del guidatore e lo scaraventano sulla strada e scappano velocemente. La Simca verrà ritrovata dalle parti di Scampìa, a Napoli, nel quartiere Marianella. La “Jetta”, invece, risulterà rubata due giorni prima sulla strada che da Afragola  porta a Frattamaggiore ad una persona di Calitri. Poco dopo si sparge la voce dell’uccisione di Andrea Mormile. I suoi compagni dei Falchi arrivano in forze e in pochissimo tempo nella piazza di Frattaminore c’è di nuovo il caos. Cominciano a sparare all’impazzata per la rabbia. Mettono il paese sotto sopra, giurando che gli assassini l’avrebbero pagata.

“L’hanno ucciso perché mio padre si faceva rispettare – dice Paride – Papà si è incrociato in diverse occasioni con questo signore e non ha mai avuto paura. Papà non si teneva niente. Non voleva che in paese ci fossero ladri o che arrivasse gente a fare rapine ai commercianti. Se qualcuno chiedeva aiuto era il primo a dare la disponibilità. Era conosciutissimo in giro. Era il maresciallo Mormile, un punto di riferimento importante. Lui, l’assassino, invece, ha pensato che uccidere un poliziotto era come prendere dei punti nel campo criminale”. 

A Napoli non sarebbe mai morto – aggiunge Pina con un tono di voce rassegnato  si scontrava con i Giuliano a Forcella, ma era sempre rispettato.  Eppure aveva arrestato molti esponenti della famiglia Giuliano. Quando uscivano da galera avevano ancora più rispetto per mio marito. Solo con quelli di Sant’Antimo poteva accadere una cosa del genere. Il corpo di mio marito – continua il racconto la moglie di Andrea -  l’ho rivisto solo dopo tre o quattro giorni, un po’ prima dei funerali, quando l’hanno ricomposto e ricordo come se fosse adesso il colpo di pistola in fronte. Queste cose ero abituata a vederle in Tv.  Erano gli anni di piombo. “Sono cose che accadono ad altri” pensavo inconsciamente. Mai mi sarei aspettata che una cosa del genere potesse capitare anche a me, alla mia famiglia, a mio marito. Non ci pensavano minimamente. E, invece, quando ti capita, rimani scioccata e  capisci anche la tragedia che ha colpito altre famiglie…”

L’agguato ad Andrea Mormile viene in parte anche oscurato dai mezzi di comunicazione. La notizia dell’uccisione del maresciallo di Polizia passa in secondo piano quando a Palermo, la stessa sera, alle 21,15 un commando mafioso uccide il  Prefetto  Carlo Alberto Dalla Chiesa, la sua giovane moglie, Emmanuela Setti Carraro e l’agente di polizia che gli  faceva da scorta, Domenico Russo, un ragazzo di Santa Maria Capua Vetere.

domenica 24 agosto 2014

LIBERO GRASSI, UN IMPRENDITORE CHE NON SI PIEGO' ALLA MAFIA

Pagò con la vita il prezzo della sua libertà dal condizionamento della mafia. Libero Grassi, imprenditore palermitano, assassinato il 29 agosto del 1991, ebbe il coraggio di parlare pubblicamente contro la mafia. E lo fece nella trasmissione di Michele Santoro, “Samarcanda”, nell’aprile del 1991. “Non mi piace pagare. È una rinuncia alla mia dignità d'imprenditore”. Disse in quell’intervista “Io non sono pazzo a denunciare. Io non pago perché non voglio dividere le mie scelte con i mafiosi, perché io ho fatto semplicemente il mio mestiere di mercante”.

In una intervista raccolta dall’agenzia ADNKronos, è la moglie, Pina Misano, a ricordare la sua uccisione e la scelta di non pagare.


“Il suo più grande insegnamento è stata la coerenza, la capacità di non tradire mai i propri valori. Una qualità che rivedo anche nei miei figli «dice la vedova Pina Maisano. Una coerenza portata sino alle estreme conseguenze. Se ripenso agli ultimi giorni insieme - racconta ancora - lo ricordo preoccupato. Era sottoposto a continue pressioni, continue chiamate, messaggi, minacce. La lettera, le denunce pubbliche erano un modo per cercare solidarietà per sentirsi meno solo. Ma su questo si sbagliò. Non ricevette nessun appoggio. Anzi. Qualche imprenditore disse persino che la morte se l'era cercata. Una cosa vergognosa”.

Era solo Libero. Solo nel rifiutare il pizzo, “l’obolo” mensile, che tutti pagavano in silenzio. Ma, soprattutto, era solo nella sua ostinata denuncia. Nel volere a tutti i costi parlare di mafia in una città assopita dopo anni di omertà e connivenza. Cosa nostra non esiste, gli imprenditori siciliani non pagano il pizzo, dice il presidente di Confindustria di allora. La sua impresa, la Sigma, era sana, produceva biancheria intima ed aveva un bilancio in attivo. »La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all'Ucciardone” - scrive Grassi in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera -. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “Guardati tuo figlio”, “Attento a te”«. »Il mio interlocutore - racconta - si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli”.

Ma lui, quell'uomo austero, convinto sostenitore della libertà d'impresa non ci sta. Non si piega, non accetta, non ammicca. E la sua ribellione la grida. Forte e chiara perché possa varcare i confini di Palermo e della Sicilia. Prende carta e penna e il 10 gennaio del 1991 scrive al Giornale di Sicilia. È una lettera indirizzata al suo «Caro estortore». «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore - dice Libero Grassi - di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui».

Poche parole. Troppe per Cosa nostra. Una sfida a viso aperto da punire. Una pena esemplare, pubblica, plateale. Perché quell'uomo austero non sia di esempio ad altri, perché la ribellione non diventi contagiosa. Il 29 agosto del 1991 Salvatore Madonia lo attende sotto casa, in via Alfieri, e lo uccide sparandogli alle spalle. Per quell'omicidio molti anni dopo fu condannato all'ergastolo e, come lui, altri boss del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano. «Libero è stato ucciso - dice Pina Maisano - perché pubblicamente ha parlato di mafia, perché era un elemento di disturbo nel tran tran che si era creato, perché la mafia era un tabù e se di una cosa non si parla quasi non esiste. Invece, Libero ne parlava, le toglieva importanza, quasi la declassava». Ad uccidere materialmente Grassi fu la violenza del piombo mafioso, ma le colpe, le responsabilità di quella tragica morte vanno ricercate altrove. Nel silenzio, nell'indifferenza di una città troppo fragile per resistere all'esempio eversivo della dignità e del rispetto delle regole. Ci sono voluti 13 anni perché Palermo si risvegliasse, perché nascesse il primo comitato antiracket, AddioPizzo, “i miei nipoti” li chiama Pina, e a distanza di tre anni “LiberoFuturo”, la prima associazione di imprenditori e liberi professionisti che hanno detto no al pizzo.


«Magistrati e forze dell'ordine lavorano bene, i capi di Cosa nostra sono tutti al 41 bis - dice la vedova Grassi -. Cosa nostra è in difficoltà e la riscossione del pizzo non è più la fonte principale di sostentamento economico dei boss, che sono tornati a traffici più remunerativi, come quello della droga. Oggi siamo in una situazione migliore rispetto a 20 anni fa. Abbiamo un presidente della Regione e un sindaco che sono persone perbene di cui io mi fido». Eppure, assicura, «c'è ancora molto da fare». Soprattutto sul fronte dell'educazione delle giovani generazioni. Sull'etica della legalità. «Occorre cominciare dai ragazzi, far capire che comportarsi in maniera etica produce vantaggi. E poi è necessario stare accanto agli imprenditori che denunciano, far sentire loro quella solidarietà, che Libero non avvertì mai. Probabilmente se avesse trovato persone solidali la storia sarebbe stata un'altra. Le cose sarebbero andate diversamente» conclude amara. E del pioniere della legalità restano le parole. «È una questione di dignità».

giovedì 24 luglio 2014

IL RICORDO DEL CARABINIERE SALVATORE NUVOLETTA AL FESTIVAL DELL'IMPEGNO CIVILE, CON "IL TAPPETO DI IQBAL"

Aveva vent’anni quando  Salvatore Nuvoletta, carabiniere in servizio a Casal di Principe, fu ammazzato per ordine di Francesco Schiavone, Sandokan.   Fu ucciso nella sua Marano, da un commando al servizio del clan Nuvoletta, affiliati a Cosa Nostra siciliana. Era il 2 luglio del 1982. Ieri è stato ricordato a Casal di Principe, in una tappa  del festival dell’impegno Civile, dove in un terreno confiscato proprio a Francesco Schiavone, nelle adiacenze del Santuario della Madonna di Briano,  è stato scoperto un cippo di marmo che ricorda l’omicidio del giovane carabiniere. Alla cerimonia erano presenti l’anziano padre, Ferdinando Nuvoletta, i fratelli, Gennaro ed Enrico, il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, il capitano della compagnia dei carabinieri di Casal di Principe, Michele Centola, il  parroco del Santuario della Madonna di Briano, don Paolo dell’Aversana e i responsabili di Libera, Gianni Solino e Comitato don Diana, Valerio Taglione. 

“Lo conoscevo quel giovane carabiniere – ha detto il sindaco Renato Natale – ci incontravamo dallo stesso barbiere. Era tra quelli che facevano di tutto per impedire alla camorra di averla vinta.  E ha pagato con la vita quel suo impegno. Quand’ero sindaco nel 1994 – ha ricordato Natale – dopo l’omicidio di don Diana ricevetti una lettera da Ferdinando Nuvoletta, il papà si Salvatore. Esprimeva le sue condoglianze alla città e alla fine si rammaricava perché Casal di Principe non aveva mai tributato nessuno riconoscimento al figlio ucciso dai camorristi. Scrissi al padre facendogli la promessa che Salvatore lo avremmo onorato come meritava. Oggi siamo qui, dopo vent’anni a mantenere fede a quella promessa, perché abbiamo deciso di intitolargli la nuova scuola che andremo ad edificare a Casal di Principe”. Commosso il padre i suoi fratelli, dalle parole del primo cittadino. Commozione che ha coinvolto il numeroso pubblico presente quando sono stati letti brani dedicati alla vicenda  di Salvatore Nuvoletta. Le cronache giudiziarie vogliono che il giovane carabiniere r fu “venduto” dal suo maresciallo, Gerardo Matassino, che lo indicò come la persona che uccise in un conflitto a fuoco “Menelik”, Mario Schiavone, imparentato con Sandokan, e per questo condannato a morte dal clan. Ma quel giorno Salvatore Nuvoletta  era in caserma a fare da piantone e non  a sparare i camorristi. 

La tappa del festival è stata animata dai giocolieri de “Il Tappeto di Iqbal”. Ragazzi organizzati in cooperativa sociale che arrivano da Barra, difficile periferia napoletana. Con i loro numeri circensi i ragazzi hanno giocato con adulti e bambini. Anche il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, ha indossato naso rosso e maglietta di Iqbal. Poi uno spettacolo teatrale,  rappresentato in Campania per la prima volta,  con il quale hanno raccontato un pezzo della loro storia. Un’esperienza di recupero di ragazzi a rischio, tra le più significative della regione che però rischia di chiudere se non adeguatamente sostenuta. 


venerdì 11 luglio 2014

RICORDATO A CASTEL VOLTURNO RAFFAELE GRANATA. IL PM SIRIGNANO: "LA CAMORRA PUO' RISORGERE SE NON VOLTIAMO PAGINA"

“Attenti, la camorra casalese è stata messa alle corde, ma non è sconfitta. Le cose sono cambiate, ma possono cambiare ancora in senso negativo se oggi non cogliamo questa importante occasione per voltare pagina”. Cesare Sirignano, magistrato della Dda Napoletana, invita a non sottovalutare la capacità di “risorgere” della camorra, in un territorio che conserva ancora tutto l’humus che l’ha fatta crescere e proliferare. Lo fa durante una iniziativa della Federazione Antiracket Italiana nel Comune di Castel Volturno, per ricordare Raffaele Granata, proprietario del lido “La Fiorente”, ucciso l’11 di luglio del 2008 dal gruppo criminale di Giuseppe Setola durante  nove mesi di terrore in cui furono ammazzate 18 persone. Con Sirignano, a ricordare Granata, ci sono anche  il nuovo Commissario Nazionale Antiracket, Santi Giuffrè, il presidente onorario della Fai, Tano Grasso, Il commissario Regionale Antiracket, Fanco Malvano, il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, Il sindaco di Castel Volturno, Dimitri Russo e Luigi Ferrucci, presidente dell’associazione antiracket di Castel Volturno. In sala ad ascoltare, insieme ai figli di Raffaele Granata, ci sono i familiari di Domenico Noviello  e Antonio Ciardullo, altre vittime del gruppo criminale di Setola. Con loro il  rappresentante dei familiari delle vittime innocenti della provincia di Caserta, Salvatore Di Bona. 


Questo è il luogo in cui la camorra ha fatto più danni  - dice nella sua prima uscita pubblica Dimitri Russo, il nuovo sindaco di Castel Volturno  -  Oggi devo constatate che gran parte di quella feccia umana è stata spazzata via grazie al lavoro delle forze dell’ordine.  Tuttavia non bisogna mai abbassare la guardia”. Luigi Petrucci, Presidente Associazione Antiracket Castel Volturno “Domenico Noviello”, invita gli imprenditori a denunciare. “Oggi è più facile rispetto ad alcuni anni fa perché lo Stato è più presente”. Per Franco Malvano Commissario regionale Antiracket “Bisogna rafforzare la cultura del contrasto che manca, ma non possiamo aspettare che il problema lo risolvano magistrati e forze dell’ordine. La politica deve impegnare più risorse. Anche i beni confiscati devono essere recuperati. Quando sono abbandonati sono l’immagine di un’inefficienza dello Stato”.

Ma è Cesare Sirignano a insistere sulla possibile rinascita delle organizzazioni criminali. “Sono stati conseguiti dei risultati straordinari sulla camorra, solo che la cultura camorristica è ancora molto radicata. Vi sono le condizioni per una ripresa dell’organizzazione criminale, perché restano immutate le condizioni che l’hanno generata: Non c’è sviluppo, non c’è impegno vero dal punto di vista nazionale per queste zone. Non ci sono impegni che possano contribuire ad uno sviluppo culturale oltreché economico. E’ difficile pensare che una cultura così radicata possa essere cancellata con le sentenze. Bisogna cogliere questo momento veramente straordinario e fare sul serio”.

Il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, è attento alle parole del magistrato. E lo sottolinea così: “Ci sono stati molti successi nei confronti della criminalità organizzata. Questo lo voglio rivendicare col Modello Caserta. Sono d’accordo che non bisogna sottovalutare l’opportunità di voltare pagina e cogliere la grande opportunità che ha il territorio in questo momento. Ci sono forti retaggi di tipo culturale che vanno recisi”.

A mettere in risalto altre contraddizioni nella lotta alla camorra è Tano Grasso, che punta il dito contro gli imprenditori del territorio. “C’è una risposta straordinaria dello Stato, ma c’è altrettanto una risposta straordinaria in negativo da parte del mondo imprenditoriale casertano. L'assenza nella lotta alla criminalità delle associazioni imprenditoriali sterilizza anche l'azione dello Stato. Noi delle associazioni siamo una piccola avanguardia – sostiene Grasso -  Significativa, importante, ma in questa immensa provincia casertana gli imprenditori antiracket che si organizzano, sono una esigua minoranza. Se gli imprenditori non capiscono che devono ribellarsi al pizzo, l’organizzazione criminale si ricostruisce. Così è avvenuto ovunque”


Giuseppe Granata
Per questo il commissario Nazionale Antiracket ha invitato gli imprenditori a fare una precisa scelta di Campo. “Se prima poteva esserci una giustificazione morale perché lo Stato era assente, oggi chi non lo fa non ha più giustificazioni”. “Mio padre in 79 anni non è mai andato in ferie, ha sempre lavorato - ha concluso Giuseppe Granata, il figlio di Raffaele –  Ricordo ancora le parole che allora ci disse il dottor Sirignano: “Non chiudete l’attività. Portatela avanti come se fosse un simbolo”. Lo abbiamo fatto nel solco della legalità perché mio padre non si è mai piegato alla camorra – conclude emozionato Giuseppe Granata – e noi vogliamo continuare a portare avanti il suo esempio”.

mercoledì 2 luglio 2014

IL VESCOVO NOGARO: "LA GENTE HA GIA' PROCLAMATO SAN PEPPINO DIANA DI TERRA DI LAVORO"

“Se la chiesa non lo canonizza, lo canonizziamo noi don Peppino Diana, perché lui è di una santità autentica, genuina: la santità del popolo”. Raffaele Nogaro, il vescovo emerito di Caserta, ritorna su una vicenda che per la chiesa casertana è una questione ancora aperta: la beatificazione del sacerdote ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. Lo fa nella sua Caserta, in un bene confiscato assegnato al centro Nausica, nel corso di una tappa del festival dell’Impegno civile, l’iniziativa promossa dal Comitato don Peppe Diana e Libera. “Mi interessa relativamente la santità canonica da parte della chiesa – continua a dire Nogaro, che da qualche mese è ritornato a parlare in pubblico dopo una lunga degenza - A me piace di più il Don Diana santo del popolo, perché lui si è incarnato nel popolo. Mi piacerebbe tanto che la gente del sud lo ricordasse come “San Peppino Diana di Terra di Lavoro”. 

Nogaro racconta la sua amicizia con don Diana, che il 4 luglio avrebbe compiuto 56 anni. “Alla fine degli anni ’80 me ne parlò il vescovo di Aversa, Giovanni Gazza, uomo del nord come me. Don Peppino era suo segretario particolare già da qualche anno. Alla conferenza episcopale Campana Gazza mi è venuto incontro per confidarsi un po’, perché si sentiva a disagio nell’ambiente meridionale, dove invece io mi sono trovato bene sin dall’inizio nonostante fossi friulano. “Ho paura per lui perché fa affermazioni che non sono permesse. Troppo pesanti”. Anche per Gazza le prese di posizione di don Diana erano fuori dal coro. Ma don Diana era già lanciato lungo la strada che aveva scelto di percorrere.  Naturalmente questa franchezza, questa limpidità di un uomo di chiesa – ricorda con particolare fervore Nogaro -  mi ha entusiasmato subito. E quando Gazza me lo ha presentato, mi ha detto, scherzando, “qui c’è un pazzo come te, solo tu puoi aiutarlo a  comportarsi bene”, subito siamo diventati amici. Abbiamo avuto una frequentazione molto intensa. Eravamo sintonizzati perché il suo pensiero coincideva col mio. Entrambi pensavamo che la Chiesa era collusa con la camorra. La camorra che si è sviluppata in modo così brutale, a livello fisico, e che è diventata un costume. Ha corrotto le coscienze, avviene dappertutto questo, ma una mentalità camorrista specifica purtroppo è stata possibile perché è stata quasi confortata nelle sue azioni più malvage da una Chiesa che forse non capiva la situazione in quel momento. 

Tutto questo a me pareva che fosse una vergogna. Quando don Diana mi ha fatto vedere il documento che aveva scritto  “Per amore del mio popolo” ne sono stato felice. Nella parte in cui parla della camorra, la descrive come il nichilismo dell’umanità perché - e si rivolge agli uomini di chiesa – il principio che dovrebbe governare e dirigere il nostro rapporto con le persone è quello dell’amore per il fratello. Mentre la camorra è il principio opposto: l’odio per il fratello. Il principio della supremazia dell’egoismo, dell’individualismo. Il nichilismo che naviga nel nostro pensiero contemporaneo, è stato messo in atto, rivissuto da queste forme camorristiche che troviamo nelle nostre terre. Don Diana, lo so bene, non era un prete disciplinato – si accalda Nogaro -  ma credeva, pregava, annunciava Cristo, aveva la religione dell’amore del prossimo. Che è quella genuina, è quella del Vangelo, quella di Papa Francesco che dice che la Chiesa è un ospedale da campo e deve provvedere a sostenere  nell’emergenza  tutti quelli che hanno bisogno, amici o nemici non importa. Ecco Don Diana faceva le cose che oggi sostiene Papa Francesco. Perciò dico che la sua è autentica, è quella vicina al popolo. E se la chiesa non lo canonizza, poco male, perché per la gente don Diana è già santo.

lunedì 23 giugno 2014

STORIE PER BENE: GIGI DI FIORE PORTA TONINO CANGIANO E ANGELO RICCARDO AL FESTIVAL DELL'IMPEGNO CIVILE A CASAPESENNA

Mettiamo qualche via Dante e via Boccaccio in meno a Casal di Principe e più via Antonio Cangiano e Angelo Riccardo". Gigi Di Fiore, giornalista del quotidiano “Il Mattino” e tra i maggiori conoscitori del fenomeno camorristico, strappa un applauso nell’angusta sede di Legambiente a Casapesenna, alla presentazione del suo libro “L’Impero dei casalesi”, nell’ambito del festival dell’Impegno Civile. La tappa è dedicata a due vittime della criminalità di Casapesenna: Antonio Cangiano, ferito dalla camorra il 4 ottobre del 1988, costretto su una sedia a rotelle e morto in seguito a quelle ferite il 26 ottobre del 2009. L’altra vittima innocente è Angelo Riccardo, un giovane di vent’anni ucciso “per caso” il 21 luglio 1991,  durante un regolamento di conti tra camorristi, mentre transitava in auto per le strade di San Cipriano di Aversa. E’ sabato pomeriggio, ma all’iniziativa  c’è un bel po’ di gente, nonostante il caldo e il poco spazio. Ci sono due sindaci, Renato Natale, di Casal di Principe e   Marcello De Rosa di Casapesenna. Gianni Zara, ex sindaco e avvocato della Federazione Antiracket. Insieme a Mauro Baldascino del Comitato don Peppe Diana, i tre figli e la moglie di  Antonio Cangiano e il fratello di Angelo Riccardo.

“Abbiamo scelto di parlare di questo libro – dice nell’introduzione Nicola Diana, presidente di Legambiente Casapesenna -  perché parliamo  anche di camorra e di questi tempi non è mai troppo”. “Siamo alla settima edizione di un festival – ha spiegato Mauro Baldascino - E la sua specificità è che è il primo festival che viene svolto completamente sui beni confiscati alla camorra. Sono circa quaranta le tappe di quest’anno che hanno come filo conduttore: “Le storie per Bene”.  Sono tante le storie per bene e noi le vogliamo ricordare.  Perciò ci stringiamo attorno ai familiari delle vittime, di Cangiano e Riccardo, perché questi loro lutti, questo loro dolore, deve servire anche a noi per darci la forza per riscattarci”.

“Io penso che la politica in questo territorio deve fare una cosa sacrosanta: ristabilire la normalità – ha detto Marcello De Rosa, il nuovo  sindaco di Casapesenna, nel suo intervento di saluto –  Dobbiamo essere prima noi, amministratori locali, a dare l’esempio. Solo così facendo possiamo rendere protagonisti del cambiamento tutta la cittadinanza”. Il sindaco, però, non ha spiegato perché il Comune non si è costituito parte civile al processo che vede imputati l’ex sindaco Fortunato Zagaria, l’ex Consigliere comunale, Amato e il boss Michele Zagaria, per le minacce contro un altro ex sindaco, Giovanni Zara.

“L’episodio del ferimento di Antonio Cangiano – ha sottolineato Pasquale Iorio, moderatore dell’incontro – non è stato valutato nella sua reale gravità. Ora che siamo ad una svolta storica in questi territori, bisogna governare l’impegno”. Propone per questo un evento nazionale per ricordare Antonio Cangiano.

Renato Natale, neo sindaco di Casal di Principe, ci tiene a sottolineare che non si sente ospite alla manifestazione, ma padrone di casa. “Sono qui come membro di Libera e del Comitato don Peppe Diana. Sono qui come parte integrante di queste organizzazioni che da anni promuovono il festival dell’Impegno civile. Ho dedicato la vittoria di Casal di Principe ai familiari delle vittime. Provvederemo a che tutti i nomi delle vittime vengano ricordati nei  luoghi pubblici della città. I cittadini devono avere nuovi valori e nuovi modelli di riferimento”.

Tocca poi al presidente di Legambiente, Nicola Diana, leggere le parole che Renato Natale scrisse in occasione della morte di Antonio Cangiano: “Siamo colpevoli, siamo tutti colpevoli dei suoi 21 anni di sofferenza. E’ colpevole questa terra che chiede ai suoi figli migliori sacrifici estremi come quelli di Tonino. Una morte come fu per don Peppe Diana. Siamo colpevoli delle troppe assenze dell’indifferenza che ha circondato il suo calvario. Ma lo siamo anche su ciò che lo ha preceduto. Il silenzio sulle cosche, le complicità. Siamo colpevoli per non aver denunciato, di non aver gridato il nostro no ai criminali. Perché abbiamo lasciato solo Tonino e pochi altri come lui”.  

Nell’introduzione al dibattito, Pasquale Iorio, sottolinea che il libro di Di Fiore “racconta l’intreccio dettagliato tra la camorra, l’economia, la politica e le istituzioni. E’ stata questa la cappa che ha portato all’isolamento di Tonino Cangiano. Gigi di Fiore, inviato speciale del “Mattino”, è uno studioso non solo del fenomeno criminale legato alla camorra, ma è anche studioso della storia d’Italia del risorgimento e dell’Unità d’Italia che vide crescere un fenomeno di malessere sociale come il Brigantaggio. In quella radice Di Fiore individua alcuni fenomeni che vedono la presenza della mafia in Sicilia,  la ‘ndragheta in Calabria e la camorra in Campania”.

 “Bisogna ricordare le vittime e non le persone che hanno ammazzato – esordisce Di Fiore nel suo intervento -  Quello che dice il mio amico Paolo Siani, è molto giusto: Oggi nessuno ricorda i killer di Giancarlo Siani, ma tutti ricordano chi è Giancarlo. Perciò – insiste – bisogna mettere qualche via Dante e via Boccaccio in meno e più Antonio Cangiano e Angelo Riccardo tra i nomi delle strade. Sarebbe poi auspicabile che nelle varie fiction che passano in Tv, seguissero l’impostazione dei film americani che raccontavano del Vietnam, dove  la figura del Vietcong era solo un’ombra,  una sagoma che passava. In quei film, invece, si vedeva nitidamente il dramma dei soldati americani. Mi auguro perciò che quando ci si dovrà occupare di queste vicende, le persone negative siano solo delle sagome”. Il giornalista del Mattino  sottolinea che alla fine del libro c’è un forte messaggio di speranza. “Ho usato le parole di quella ragazza, Raffaella Mauriello, che alla festa della polizia del maggio 2008, alla presenza di Manganelli, disse “Io sono stanca di essere identificata col nome dei casalesi come termine negativo, voglio che il nome del mio paese non sia più associato ai criminali, ma alla gente  della mia città, al luogo in cui si è nati, ma non ad un clan”.

Arriva poi la testimonianza di Angela Cangiano, la primogenita di Tonino. Legge una lettera accorata che ha indirizzato al padre. “A te che ci hai sempre incoraggiato a non rinunciare mai ai nostri sogni, ad essere sempre noi stessi, a camminare sempre dritti per la nostra strada. Tante volte mi dicevi: “ Voi dovete essere cittadini attivi. E’ sbagliato disinteressarsi delle cose che accadono nel vostro paese e non solo”. Credevi molto in noi giovani, perché dicevi che i giovani erano portatori di nuove idee e affrontavano i problemi con la mente libera, libera dai compromessi. Grazie. Grazie per il tuo modo di essere. Hai sempre rifiutato vincoli e condizionamenti. Hai sempre sognato un mondo migliore. Sei sempre stato il nostro punto di riferimento, la nostra forza. Fisicamente non sei più tra noi, ma posso dire che sei vivo. Vivo in noi e in quanti hai trasmesso i tuoi ideali e i tuoi modi di dire d i fare. Siamo fieri di essere i tuoi figli. Lo siamo sempre stati e per te non possiamo che chiedere giustizia”.  La lettera è anche l’occasione per Pasquale Iorio per ricordare quando Tonino Cangiano gli diceva: “Io devo sempre poter guardare in faccia i miei figli con orgoglio”. “Questa tua lettura me l’ha fatto ricordare con commozione”. Dice Iorio riferendosi alla figlia.

L’avvocato Gianni Zara snocciola i suoi ricordi: Era il dicembre 2008, allora ero sindaco di Casapesenna,  mi recai a casa di Tonino Cangiano, perché in quel periodo – sottolinea Zara -  erano capitate cose che stanno uscendo ultimamente sui giornali e se non fosse stato per il suo coraggio e per avermi dato quella forza, non avrei fatto tutto quello che poi è stato fatto. Devo molto a Tonino”. Zara continua nel rammentare quei mesi difficili: “Nel 2008 fu anche la prima volta che a Casapesenna si realizzò una tappa del festival dell’impegno civile  promosso dal Comitato don Diana. Ci fu una manifestazione nel bene confiscato a Luigi Venosa e fu forse l’inizio della fine di quell’amministrazione comunale. Oggi sono contento oggi di vedere molte facce di cittadini di Casapesenna, a differenza di allora. Finalmente una parte di cittadini ha capito e scelto da che parte stare.”

Dopo la testimonianza di un ragazzo di origini siciliane che legge un testo che ricorda come fu ucciso Angelo Riccardo,  Pasquale Cirillo, referente del presidio di Libera di Casapesenna, racconta di quando frequentava l’azione cattolica e la parrocchia del paese. “I parroci preparavano corsi biblici, non tanto per formarci, ma per dare risposte a gruppi di ragazzi che frequentavano altri centri religiosi, come il caso di Angelo Riccardo che era Testimone di Geova. Ho conosciuto Angelo perché avevo frequentato un corso anti Testimoni di Geova. Io dicevo al parroco: “ma quei ragazzi sono dei giovani perbene, portano le cravatte, camicie a maniche lunghe. Ma è possibile che a Casapesenna con tutti problemi che abbiamo, dobbiamo prendercela con questi ragazzi?” Ho incontrato Angelo diverse volte per andare a mangiare una pizza e non certo per dargli quel volantino che la parrocchia aveva preparato. Si aveva paura di uscire di casa perché c’erano i killer della camorra che sparavano all’impazzata fuori al bar col kalashnikov e il problema non poteva essere il  testimone di Geova. Eppure – dice Pasquale Cirillo -  se la chiesa avesse fatto vent’anni quello che fa oggi, forse qualcosa sarebbe cambiato prima. Il nostro impegno nacque proprio in quei tempi difficili – sono sempre i ricordi di Cirillo -  A scuola non mi avevano mai parlato di camorra. Perciò è inaccettabile che un ragazzo a vent’anni debba morire così”. I ricordi di Cirillo si intrecciano anche con l’amicizia con Tonino Cangiano. “Ho fatto l’amministratore nel 93/94, come delegato della parrocchia. Tonino fu il primo a portare le regole in questo paese. Non si era mai parlato di Piano Regolatore Generale, di tributi. Tonino cominciò a farlo con determinazione. Diceva anche che i giovani dovevano avere luoghi per incontrarsi, voleva l’isola pedonale. Perché, dovete sapere che  da queste parti c’era l’abitudine di incontrarsi con le ragazze in modo alquanto strano. Qui negli anni 90 le ragazze camminavano a piedi e i maschietti a fianco nelle macchine. E, specie se dovevi andare a Casal di Principe e avvicinare una ragazza, ci si doveva andare con un’auto grande. C’era chi andava a fittarle. Oppure si doveva andare da un amico che aveva la Mercedes e si diceva: “mi fai andare a casale a parlare con quella ragazza?” Non erano neanche ragazze di famiglie per bene. Ma quella era la cultura dell’epoca. Tonino Cangiano – ricorda Cirillo -  voleva fare l’isola pedonale perché diceva che i giovani dovevano incontrarsi, parlarsi di persona a non nelle macchine. La facemmo l’isola pedonale”.



Le conclusioni della giornata sono affidate a Rossella Muroni, direttrice nazionale di Legambiente: “La notizia di Renato Natale sindaco a Casal di Principe ha emozionato tutta l’Italia. Chi si batte per la rinascita di queste terre, sa bene che su questi luoghi si gioca la credibilità di un intero Stato. Perché quello che è stato permesso in questi territori è una sconfitta dello Stato in senso generale. Perciò va recuperata innanzitutto la credibilità delle istituzioni. Recuperare la credibilità che renderebbe onore al sacrificio di persone come Antonio Cangiano. La corruzione, insieme ai reati penali contro l’ambiente,  è uno dei grandi problemi di questo paese. Il governo Renzi su questo dovrebbe dare prova di decisionismo”.
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