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domenica 19 maggio 2013

PINO AMATO, UCCISO 33 ANNI FA. IL FIGLIO: "MIO PADRE DIMENTICATO DA TUTTI"

L’articolo che segue è tratto dal mio libro “COME NUVOLE NERE” (Melampo editore)
 
“Qui Brigate rosse. Un nucleo armato dell’organizzazione ha giustiziato l’assessore regionale Dc al Bilancio e alla Programmazione, Giuseppe Amato”. È il 19 maggio del 1980, la rivendicazione arriva puntuale con una telefonata all’agenzia Ansa poco dopo l’agguato a Pino Amato, esponente di punta della Democrazia cristiana campana. Amato, 49 anni, vicino alla corrente andreottiana, viene crivellato di proiettili all’interno di una Fiat 131 alle 9,40, in vico Alabardieri. L’autista dell’assessore regionale, Ciro Esposito, reagisce ai terroristi e spara ferendone uno. Dopo un conflitto a fuoco per le strade della città, vengono catturati quattro esponenti della colonna napoletana delle Br: Bruno Seghetti, Maria Teresa Romeo, Salvatore Colonna e Luca Nicolotti (…)


 
(...) Pino Amato esce dall’edificio in cui abita con la famiglia, in via Chiaia 145, un palazzo nobiliare dove ci sono anche gli appartamenti dello stilista Mario Valentino, del gallerista Lucio Amelio e di un giovane regista, Mario Martone. Poco dopo l’auto con a bordo l’assessore regionale comincia il solito tragitto per raggiungere il palazzo della Regione, a Santa Lucia. Quella mattina all’altezza di vico Alabardieri, nei pressi del ristorante “Umberto”, una Fiat 500 blu blocca il traffico. Alla guida una donna che cerca di fare manovra per parcheggiare, ma non vi riesce. Anche la Fiat 131 interrompe la sua marcia verso la Regione. All’improvviso, la ragazza scende dall’auto e si avvicina a quella dove viaggia Pino Amato. Con lei anche un giovane sui trent’anni che indossa impermeabile e occhiali neri. La donna, invece, indossa un giubbotto scuro e porta con sé una enorme borsa. Si avvicina e scruta dentro la Fiat 131, guardando dritto negli occhi Pino Amato: “È lui, è proprio lui”, dice con decisione. L’uomo con l’impermeabile estrae una grossa pistola con un caricatore bifilare e preme il grilletto. Spara ma non si odono rumori perché l’arma, una Beretta da guerra, è stata modificata, ha un silenziatore ricavato da un gonfiatore di bicicletta imbottito di lana di vetro. Colpisce da vicino l’assessore. Più di dieci colpi, in fronte, sulla tempia, sullo sterno, nell’emitorace sinistro. Pino Amato muore subito (…)



(…) “A Napoli i morti non si seppelliscono mai. Le persone per affetto finiscono per fare peggio. Ma del dolore della mia famiglia e di quello di gente come me, non importa niente a nessuno. Mio padre – dice con amarezza  il figlio Arnaldo – è stato dimenticato. Il suo esempio di uomo politico e amministratore locale è stato letteralmente rimosso dalla memoria collettiva.(…)”

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