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lunedì 19 marzo 2012

DON GIUSEPPE DIANA: 20 ANNI DALLA PUBBLICAZIONE DEL DOCUMENTO "PER AMORE DEL MIO POPOLO"

Ripropongo un mio articolo sui vent'anni del documento "Per amore del mio popolo" che fu causa della morte di don Giuseppe Diana, ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Questo articolo è stato pubblicato dal  sito: www.ilfattoquotidiano.it il 24 dicembre 2011. 

A Natale del  1991, don Giuseppe Diana pubblicava il documento: “Per amore del mio popolo”. La curia di Casal di Principe lo distribuirà ha distribuito nuovamente il 25 dicembre scorso al popolo dei fedeli proprio come quel Natale. Lo ha fatto per riannodare il filo della memoria con un martire della Chiesa, ma anche per indicare una via d’uscita a quanti ancora oggi sono imbrigliati nella rete dell’illegalità e della violenza. Quel documento, che è di un’attualità straordinari (riproposto inq uestigiorni anche dalla Diocesi di Aversa, che finalmente lo ha fatto suo) fu una delle cause della uccisione di don Diana per mano della Camorra, avvenuta il 19 marzo del 1994.

Il parroco della chiesa di San Nicola di Bari di Casal di Principe tuonava contro la politica e le sue collusioni con la camorra. Puntava il dito contro la sua chiesa che non parlava con voce chiara. Denunciava la presenza di un’imprenditoria collusa e corrotta. Ma lo faceva quasi in solitudine, in un clima di violenza diffusa che ha prodotto decine e decine di morti. Don Peppino credeva nella “forza della parola”. La usava per spiegare, convincere e disarmare i giovani che erano affascinati dalla violenza camorristica. Alzava la voce per difendere la parte più debole del suo popolo. L’amore per la sua gente e la sofferenza di tante famiglie lo aveva spinto ad uscire dalla sagrestia per cercare di impedire a tanti giovani di percorrere i sentieri che portavano direttamente alla morte. E per questo era diventato il simbolo del riscatto della propria terra. Non glielo hanno perdonato. Ha pagato con la vita il coraggio di ribellarsi.

“La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana”. Scriveva don Diana in quel documento del 1991. Fotografava la vita nelle contrade del suo territorio con una chiarezza unica: “I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”. Conosceva fin troppo bene la sofferenza di tante mamme che temevano di vedere distrutte le vite dei propri figli. Perciò scriveva: “Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra”. Era consapevole che la Chiesa deve svolgere un ruolo di primo piano nel costruire la speranza. Perciò parlò con le parole dei Profeti. Utilizzò le parole di Ezechiele per richiamare la denuncia. Le parole di Isaia per guardare avanti. Le parole di Geremia per richiamare la Giustizia sociale” e la “Genesi” per vivere nella solidarietà.

La politica la metteva sul banco degli accusati: “E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale”. Si appellò soprattutto ai suoi confratelli, ai Cristiani, al popolo di Dio, per aprire un varco nei clan della camorra che nel 1991 apparivano, nonostante le divisioni, come un unico monolite di violenza. Si appellò soprattutto al Popolo di Dio e ai sacerdoti:

“Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. (…) Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.

E’ stato ucciso per quello che ha scritto. Ma il suo sangue è stato il seme che ha dato buoni frutti. Ora, il territorio che in tanti conoscevano come il regno della camorra, sta cambiando pelle grazie anche al suo martirio e sta cambiando anche nome: Casal di Principe non è il paese di Sandokan, ma è il paese di don Peppino Diana.

STRAGE DI USTICA: BLOCCATI ANCORA UNA VOLTA I RISARCIMENTI AI FAMILIARI DELLE VITTIME

Ci risiamo. Ancora problemi per il risarcimento ai familiari delle vittime della strage di Ustica. Per avere una risposta dallo Stato dovranno aspettare ancora tre anni gli 81 familiari delle vittime della strage del Dc-9 che si inabissò nel mare di Ustica il 27 giugno nel 1980. Tre anni che si aggiungono ai 31 trascorsi dal misterioso disastro. La corte d'appello che dovrà decidere se confermare o meno la condanna milionaria dei ministeri dei Trasporti e della Difesa ha rinviato al 2015 il processo. Ma intanto ha deciso il congelamento del verdetto di primo grado: i parenti di chi nella tragedia dell'Itavia perse la vita, per ora, non incasseranno i risarcimenti. Sospesi in attesa della pronuncia sull'impugnazione del verdetto che riteneva colpevole lo Stato di non avere garantito la sicurezza del volo e di avere negato a chi la chiedeva la verità sul disastro. Un'impugnazione che, secondo la corte, non sarebbe manifestamente infondata e che richiederebbe un'accurata valutazione. A far pendere la bilancia per la sospensione dei risarcimenti c'è poi - scrive il collegio presieduto da Rocco Camerata Scovazzo - «la considerevole entità della somma oggetto della condanna». Insomma i 110 milioni liquidati pesano: recuperarli dalle parti in caso di accoglimento dell'appello dell'avvocatura dello Stato sarebbe difficile. E comunque, il debitore - cioè lo Stato - avrebbe un grave danno dall'adempimento«. »La decisione della corte d'appello di Palermo in realtà non ci sorprende: la sospensiva è in un certo senso comprensibile vista l'estrema importanza della somma liquidata in primo grado ai familiari delle vittime«, commenta Daniele Osnato, legale di 68 delle 81 parti costituite al processo.»

"Quello per cui davvero ci rammarichiamo - spiega - è il rinvio del processo al 2015. Dalla strage di Ustica sono passati quasi 32 anni: quanto tempo devono attendere le persone per avere una risposta?«. Un'attesa lunga decenni quella dei familiari delle vittime che fu stigmatizzata anche dalla sentenza di condanna dei ministeri. Il giudice riconobbe »il loro interesse a conoscere come e perchè i congiunti sono morti e anche perchè tale conoscenza sia stata così evidentemente preclusa per trent'anni«. In parole povere nel verdetto venne riconosciuta l'esistenza di un diritto alla verità leso e quindi da risarcire. »L'esigenza di sapere la verità - scrisse il giudice - «è indispensabile per poter definitivamente seppellire i morti e compiutamente elaborare il lutto che è conseguito al disastro aereo di Ustica». A ricostruire un pezzetto di quella verità il magistrato di primo grado ci provò: e nero su bianco scrisse che la notte del 27 giugno del 1980, sui cieli di Ustica, c'era un'azione di guerra. Una conclusione tutt'altro che scontata e negata per anni.

«Vengo a sapere che a Palermo c'è stata la sospensiva rispetto al pagamento al quale erano stati condannati i ministeri dei Trasporti e della Difesa nei confronti dei parenti delle vittime della strage di Ustica. Senza entrare nel merito tecnico della decisione, debbo comunque rilevare una grande difficoltà da parte di governi e apparati dello Stato nel prendere atto della verità sulla strage di Ustica e sulle sue conseguenze». Lo afferma Daria Bonfietti, presidente dell'Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica. «In questa occasione, però - aggiunge - mi permetto anche di sottolineare come il Governo sia stato ben sollecito nel ricorrere e nel proporre la sospensiva rispetto alla sentenza del tribunale civile di Palermo, e non sia attivo nello stesso modo nel chiedere a Stati amici ed alleati - Francia, Belgio, Germania e Stati Uniti - la risposta alle rogatorie (che giacciono inevase da due anni) della Procura della Repubblica di Roma, che ha riaperto le indagini dopo le dichiarazioni del presidente emerito Francesco Cossiga, il quale attribuiva la causa della tragedia ad un attacco di aerei francesi».

LE INIZIATIVE PER RICORDARE DON GIUSEPPE DIANA. IL VESCOVO DI AVERSA: "PENSEREMO ANCHE AL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE"

Il  vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, ha presentato stamane nella sala della curia, l’opuscolo “…poiché il cielo rosseggia”. Una pubblicazione  che contiene il documento scritto 20 anni fa da don Giuseppe Diana, insieme ai sacerdoti della Foranìa di Casal di Principe: “per amore del mio popolo”. La Diocesi di Aversa, con questa pubblicazione ha fatto suo il documento pubblicato a Natale del 1991 (meglio tardi che mai!), un documento che conserva ancora tutta la sua forza dirompente. “Con questa iniziativa – ha affermato il vescovo Spinillo -  vogliamo sottolineare la contrapposizione stridente che esiste tra i falsi messaggi della camorra e il messaggio di Gesù Cristo. Questo documento  ci indica anche un cammino  che la comunità vuole seguire”. Nel corso dell’incontro ha fatto capolino  la richiesta di aprire il processo di beatificazione per don Diana. Il Vescovo, che ha candidamente risposto: “Non ci abbiamo mai pensato”, si è detto però disponibile ad aprire la strada alla beatificazione di don diana se lo vogliono i fedeli.

L’iniziativa della Curia aversana ha aperto la serie di manifestazioni pera ricordare il diciottesimo anniversario della morte del sacerdote di Casal di Principe, ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994, nel giorno del suo onomastico, nella parrocchia di San Nicola di Bari, perché ritenuto «colpevole» di provare a risvegliare la coscienza dei suoi concittadini e di denunciare i soprusi dei camorristi.

Stamane, in contemporanea all’iniziativa di Aversa, se n’è tenuta un’altra a Pomigliano D'Arco. Un corteo è sfilato per le vie della città per ricordare don Diana.    La manifestazione. La giornata si è conclusa con lo spettacolo teatrale "CRAVATTARI" di Fortunato Calvino


Lunedì 19 marzo tutte le scuole della Campania saranno chiuse proprio  per ricordare la morte di don Diana. Sempre lunedì il  gruppo “I Care” di Trentola Ducenta incontra Alex Zanotelli per celebrare la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo di don Giuseppe Diana


 Sempre lunedì sera, ma alle ore 19, nella chiesa di San Nicola a Casal di principe, Messa solenne celebrata dal Vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, con i parroci della diocesi.


 Tra le iniziative in programma, il giorno 20 marzo verranno resi noti i nomi dei vincitori del «Premio don Peppe Diana» organizzato da Libera Caserta e dal Comitato don Peppe Diana; andrà a persone che nei più svariati campi si sono distinti nell'inviare messaggi di legalità, come faceva costantemente don Peppe. Il 21 marzo, invece, le due associazioni insieme si sono fatte promotrici di un'iniziativa presso 90 istituti scolastici campani dalla denominazione «Stessa ora, stesso giorno». In tutti gli istituti infatti verrà proiettato il film-documentario «Oltre Gomorra. Il tesoro dei boss». L'argomento della manifestazione sarà il rifiuto della criminalità e il rispetto delle regole della società civile.


Sabato, 24. Marzo, infine, a Benevento, per iniziativa degli scout “Agesci Benevento 2”, “Non tacerò – In memoria di don Peppe Diana” una intera giornata di riflessione e informazione sul tema della legalità.

A GENOVA CON LIBERA 100MILA PERSONE A FIANCO DEI FAMILIARI DELLE VITTIME INNOCENTI

Novecento nomi pronunciati come in una lenta, dolorosa via crucis hanno chiuso la grande manifestazione voluta da Libera per la 17/ma Giornata della memoria e dell'impegno per le vittime di mafia a Genova. In 100 mila hanno invaso la città per dire no alla criminalità organizzata. Protagonisti i parenti delle vittime, quasi tutti provenienti dalle regioni più a rischio come la Sicilia, la Calabria e la Campania, ma è stata l'Italia del coraggio e della consapevolezza a scendere in piazza per ricordare quel «popolo di viventi» strappato alla vita da Cosa nostra, dalla 'ndrangheta e dalla camorra. Novecento nomi: accanto a Rizzotto, Impastato, Borsellino, Falcone, agli agenti delle loro scorte, a Chinnici, Dalla Chiesa, i nomi di uomini, donne e ragazzi sconosciuti. E sono sconosciuti anche i ragazzi che oggi hanno invaso Genova per dire no alla violenza della mafia. «Siete meravigliosi» ha detto don Luigi Ciotti alla fine del corteo, dopo che in tanti si sono alternati sul palco a leggere quei nomi che sono scolpiti uno dopo l'altro nella memoria dell'antimafia più vera. «Il costante impegno nel rinnovare il ricordo delle donne e degli uomini vittime della criminalità mafiosa contribuisce a sottrarre alle organizzazioni criminali spazi e occasioni di penetrazione e di consolidamento nella società» ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato a don Ciotti stamani. Ed è vero: qui, tra questa gente che cammina con la fotografia del proprio caro massacrato appesa al collo, con un Tricolore in mano, con uno striscione con le parole di Falcone, la mafia non ha aria da respirare, non ha acqua di coltura, non ha terreno da conquistare.

Genova dice in questo modo da che parte sta: questa città che trovò la forza di liberarsi da sola dai nazifascisti dice che ci si può liberare anche dalle infiltrazioni che ammorbano l'economia nel nord Italia. Perchè la mafia non è più «quella con la coppola e con la lupara. Oggi è ben altro. La vera forza della mafia - ha detto don Ciotti - non sta dentro la mafia ma fuori da essa, in quella zona grigia costituita da segmenti della politica, delle professioni e dell'imprenditoria». Anche il sindacato può costruire armi efficaci contro la criminalità organizzata. Ricordando Placido Rizzotto, sindacalista ucciso 64 anni fa con altri suoi 42 compagni per le idee che difendeva in una Corleone avvelenata dalla cosca di Liggio, Maurizio Landini (Fiom) propone un «nuovo modo di combattere l' illegalità che passa attraverso una estensione dei diritti e l' applicazione in modo esplicito e trasparente delle leggi nel nostro Paese. I sindacati - ha concluso - devono mettere un impegno maggiore su questo terreno in termini di contratti e intervento». Al termine della manifestazione, i 100 mila sono sfiniti di stanchezza ma fieri e felici: tanti ragazzi hanno ascoltato quei 900 nomi con gli occhi lucidi e c'è ancora qualcuno che alza un cartello con incise le parole di Giovanni Falcone: 'Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fà.

(fonte ANSA).

FUNERALI DI STATO PER PLACIDO RIZZOTTO. LO HA DECISO IL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Saranno funerali di Stato per Placido Rizzotto, il sindacalista della Cgil rapito dalla mafia il 10 marzo del 1948. Il Consiglio dei ministri ha condiviso la proposta del Presidente del Consiglio Mario Monti di celebrare funerali di Stato per Rizzotto, figura emblematica della lotta contro la mafia, una volta terminati gli accertamenti tecnici sui resti recuperati. Lo rende noto il comunicato di Palazzo Chigi. «Siamo molto soddisfatti e contenti della decisione presa dal Consiglio dei ministri per i funerali di Stato di Placido Rizzotto». Ha detto  il sindaco di Corleone, Nino Iannazzo, subito dopo avere appreso la notizia che il Consiglio dei ministri ha dato l'assenso ai funerali di Stato per il sindacalista di Corleone ucciso 64 anni fa da Cosa nostra e i cui resti sono stati identificati solo nei giorni scorsi dalla Polizia scientifica di Palermo. «È un gesto di riconoscimento del governo Monti anche per la città di Corleone, - ha aggiunto - per i grandi cambiamenti che si sono registrati negli ultimi anni». E conclude: «È un atto che dà ancora più rilievo all'attività degli inquirenti e della Polizia scientifica che ha riconosciuto i resti del povero Rizzotto».

Felice della decisione del Consiglio dei Ministri anche il nipote del sindacalista ucciso dalla mafia. «Davvero? Hanno accolto la richiesta dei funerali di Stato per mio zio? Mi sta dando una notizia bellissima. Grazie. Sono veramente felice». Placido Rizzotto, nipote omonimo del sindacalista ucciso a Corleone 64 anni fa da Cosa nostra, apprende dall'Agenzia ADNKRONOS della decisione del Consiglio dei ministri di celebrare i funerali di Stato. «Sono contentissimo - prosegue Rizzotto junior - avevo formalizzato appena ieri la richiesta dei funerali di Stato e già oggi il Consiglio dei ministri ha accolto questa richiesta. Era impensabile. Mi sorprende questa celerità. Questo mi fa capire che Plcaido Rizzotto è diventato, negli anni, un vero e proprio simbolo per tutta l'Italia, non solo per noi familiari o per il sindacato. Questa è la cosa più bella di tutti».

Placido Rizzotto si trova a Genova con l'associazione Libera per celebrare la giornata delle vittime di mafia. «Lo dirò subito ai miei 'fratellì di Libera - dice ancora emozionato al telefono - Voglio ringraziare di cuore il Governo e tutti coloro si sono prodigati per ottenere questo risultato». Ma Rizzotto ringrazia anche la «Polizia scientifica e il Commissariato di Corleone» perchè «solo grazie alla loro insistenza, al loro lavoro e alla loro professionalità si è riusciti a recuperare prima e poi a identificare i poveri resti di mio zio».


«È un successo dell'Antimafia critica che non ha mai dimenticato il nesso velenoso del nostro paese tra la mafia e la politica». Così Vito Lo Monaco, presidente del Centro La Torre, commenta la decisione del Governo di proclamare i funerali di Stato per Placido Rizzotto. «I funerali di Stato per Placido Rizzotto sanciscono la svolta dell'azione di contrasto delle istituzioni avviata con la storica legge Rognoni-La Torre che ha identificato il reato di associazione di stampo mafioso e la natura speciale del rapporto con la politica della mafia. Sono passati trent'anni da quella legge, ci sono state tante altre stragi. Fare luce sui rapporti mafia-politica - continua Lo Monaco - significa dare compiutezza alla democrazia del nostro Paese. La mafia, come scrisse La Torre nella sua Relazione di minoranza della Commissione Antimafia del 1976, è un fenomeno afferente le classi dominanti. Se si condivide questo punto di vista è più facile mettere a nudo tutte le cosiddette »entità esterne« presenti in tutti i fatti tragici del nostro Paese»

«Il Governo ha dimostrato grande sensibilità nell'accogliere la richiesta di migliaia di cittadini per commemorare con funerali di Stato Placido Rizzotto». È quanto dichiara il presidente degli europarlamentari Pd, David Sassoli, che per primo, su Twitter, aveva fatto partire la richiesta di funerali di Stato per il sindacalista ucciso 64 anni fa dalle mafie i cui resti sono stati recentemente identificati. «Si tratta - ha aggiunto - di un riconoscimento importante, dovuto non solo all'uomo e alla sua battaglia, ma anche alla nostra Storia e a quella gran parte del Paese che, oggi come allora, reclama legalità e libertà da tutte le mafie. La mafia voleva far sparire per sempre Placido Rizzotto. Con la decisione di oggi - conclude Sassoli - lo Stato dimostra di avere una memoria più lunga e di saper essere più forte della criminalità».
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, in un messaggio su Twitter ha scritto: «Funerali di Stato per Placido Rizzotto. Ne siamo contenti e orgogliosi».

FAMILIARI VITTIME GEORGOFILI, TEMIAMO DEPISTAGGI SOFISTICATI SULLA STRAGE

«Per la prima volta abbiamo paura di tentativi di depistaggi sofisticati sulla verità per la strage di via dei Georgofili. Abbiamo sempre fortemente creduto in Gabriele Chelazzi e lo faremo fino alla fine dei nostri giorni sia come uomo, ma soprattutto come magistrato sagace, intelligente e preparatissimo, infatti Gabriele Chelazzi dopo attenta ricostruzione fissa la data del fallito attentato dell'Olimpico il 31 ottobre 1993. Sarà poi Gaspare Spatuzza, il pentito dell'ultima ora, colui che rivoluzionerà i processi per l'uccisione del Giudice Borsellino, a fissare una nuova data per il fallito attentato all'Olimpico nel 23 gennaio 1994. Per ora noi dobbiamo credere in ultima battuta a Gaspare Spatuzza, anche se come abbiamo sempre detto, siamo pronti in ogni momento a ricrederci se risulterà poco o male informato». Lo afferma, in una nota, Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. «Inoltre - aggiunge Maggiani Chelli - è la motivazione di sentenza del processo a Tagliavia che in primo grado sancisce la nuova data del fallito attentato all'Olimpico, dopo di che ce ne corre dal cavalcare la nuova data del 23 gennaio 1994, giorno nuovo del fallito attentato all'olimpico, quale movente politico dei neri contro i rossi, ovvero della 'strategia della tensionè come ha lasciato intendere ieri sera l'on. Veltroni a 'Servizio Pubblicò di Michele Santoro. Per citare Gabriele Chelazzi che più volte lo ha detto a noi, diciamo: 'mai innamorasi di una tesì perchè potrebbe far comodo».

«Antonio Scarano, il collaboratore di giustizia che sosteneva che la data dell'Olimpico era il 31 ottobre 1993, data peraltro molto pertinente con i passaggi da 41 bis a carcere normale messi in atto in 'tutta solitudinè dal prof. Conso ai primi di novembre 1993, è morto anzitempo e non può più essere messo a confronto con Gaspare Spatuzza. Crediamo quindi a Spatuzza sicuramente sì, ma siamo terrorizzati da chi in una data, quella del 23 gennaio 1994, identifica tutta la Verità sulle stragi del 1993, che invece è ancora in parte da scrivere e la verità non sarà completa fintanto che il governo del 1993 non si deciderà a dire attraverso i suoi uomini di allora, tutto ciò che è accaduto il quel maledetto maggio ,senza opportunismi personali o quelli legati alla ragion di stato», conclude Maggiani Chelli.

lunedì 12 marzo 2012

"JOE PETROSINO UCCISO A REVOLVERATE. MUORE UN MARTIRE"

Joe Petrosino, partì da Padula per trovare fortuna in America, ed è diventato il più famoso dei poliziotti italiani d'oltreoceano. E' ancora oggi ricordato negli USA come un martire nella lotta contro il crimine organizzato.
La storia che segue, è tratta dal mio libro "Al di là della notte", ed. Tullio Pironti

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Quattro piccole stanzette. Si aprono una nell’altra dopo aver salito alcune scale nel centro storico di Padula. Si entra in un mondo che sembra rimasto intatto come qualche secolo fa. Alzando lo sguardo si vedono case incastonate nella roccia. Rifugi di pastori. Piccole finestre con le luci accese che si animano di ombre come nei presepi viventi. È qui che il 30 agosto 1860 nacque Giuseppe Petrosino. Dentro la casa, il letto, la culla, la valigia di cartone, la cucina, le travi di legno del soffitto. Gli arredi e gli ambienti sono rimasti quasi uguali. Il tempo in queste stanze ha le lancette ferme. Appese ai muri le foto sbiadite, gli articoli di giornale, le onorificenze. Sembra di vederlo ancora in questi piccoli ambienti il piccolo Giuseppe, mentre corre da una stanza all’altra.


Ci visse fino a tredici anni, fino a quando, nel 1873, insieme al padre Prospero, ed a tutta la famiglia, partì per l’America su uno di quei bastimenti che imbarcavano migliaia di persone. Carnai galleggianti che facevano viaggiare anche i sogni degli italiani che guardavano all’America come alla terra dove tutto è possibile. Le poche notizie che arrivavano dagli emigranti, passavano di bocca in bocca: «In America si può diventare anche ricchi. Ci sono tante occasioni per fare soldi». Ma, una volta arrivati nel “Nuovo Mondo”, non tutti ce la facevano. Diventare ricchi significava lavorare sodo. Anche per questo, non tutti stavano sempre dalla parte giusta, quella della legalità. Il padre di Petrosino negli Stati Uniti va a fare il sarto. Il mestiere che faceva anche a Padula. E come tutti gli artigiani di Little Italy è taglieggiato dagli altri connazionali.


 
Qui la malavita ha anche un nome americanizzato, «Black hand», la Mano Nera, perché quando inviava lettere anonime per chiedere il pizzo le firmava con un’immagine di una mano di colore nero. Pur di sopravvivere il papà di Petrosino si adattò e pagò il pizzo. Giuseppe, che qui tutti chiamavano Joe, per aiutare la famiglia si mette a fare lo strillone. Vende giornali per tutta Little Italy. Poi fa anche il lustrascarpe davanti alla centrale di polizia. Conosce molti agenti che passavano da lui per farsi pulire le scarpe. Presenta la domanda di arruolamento. Vuole diventare poliziotto. Fare il poliziotto è stato sempre il suo sogno. Ce l’aveva nel sangue. Conosceva a memoria già tutti i gradi della polizia. Ma la domanda di assunzione viene respinta. Joe, allora, non si dà per vinto. La ripresenta più di una volta, ma è sempre la stessa storia. Il risultato finale non cambia. C’è sempre qualcosa che gli sbarra la strada. Riesce, però, a farsi assumere come spazzino nel dipartimento di polizia. Anche così si rivelerà una pedina importante nella prevenzione del crimine. Per strada si riescono a sapere molte cose. I poliziotti lo utilizzano come informatore.


 
Joe, però, non demorde dai suoi obiettivi. Vuole diventare poliziotto a tutti gli effetti. «In quegli anni», racconta il pronipote Nino Melito, che a Padula conserva gelosamente la sua memoria, «il Dipartimento è in mano agli irlandesi. E solo immaginare un italiano con la divisa è un sogno». Nel suo quartiere, intanto, la Mano Nera mette radici. Vito Cascio Ferro, piccolo boss di origine siciliana, venuto insieme a Joe in America, controlla tutta la malavita. Nel frattempo Joe si guadagna la fiducia della polizia con un episodio singolare: armato della sola scopa da spazzino, salva il Capo della Polizia da un attentato. Finalmente il sogno di Joe si avvera. Viene assunto come poliziotto nel 1883. Avrà una carriera straordinaria grazie alla sua grinta e alla sua intelligenza nel contrastare il crimine.


Per lui c’è l’appoggio incondizionato di un assessore alla polizia, Theodore Roosevelt, lo stesso che poi diventerà presidente degli Stati Uniti. Roosevelt lo nomina prima sergente, poi detective, infine tenente. Una carriera rapidissima, grazie alle sue doti innate di investigatore. Petrosino nel 1905 riesce ad ottenere anche una squadra formata da poliziotti tutti italiani, l’Italian Branch. L’ideale per capire la malavita italiana e combattere la Mano Nera. Il suo obiettivo è quello di prendere il capo della criminalità italiana, Cascio Ferro. Sarà come una sfida personale. Il duello dura anni. Petrosino viene in Italia per continuare le sue indagini. Passa dai suoi familiari a Padula. Sarà anche l’ultima volta che incontrerà il fratello Michele. La visita doveva avvenire in gran segreto.


I giornali, invece, ne parleranno abbondantemente. Lo tradirà qualcuno a lui molto vicino. Petrosino avrà dei sospetti che confiderà al fratello. Ma non farà in tempo a scoprire il traditore. E così il grande investigatore, il poliziotto di Padula, Joe Petrosino, proprio quello in cui si rivedevano tutti gli italiani onesti, viene ucciso a Palermo il 12 marzo 1909. Accade tutto alla fermata del tram di piazza Marina, alle 20,45, quando arrivano tre uomini armati. Sapevano di trovarlo lì. La soffiata era giusta. Non perdono tempo. Appena lo individuano, lo circondano e da vicino sparano quattro colpi davanti a decine di testimoni. Uno andrà a vuoto. Altri tre lo raggiungono in punti vitali: al volto, alle spalle e alla gola. Per Petrosino non c’è scampo. I killer scappano facendosi largo tra la folla spaventata dagli spari. Joe è a terra. Rantola. Perde sangue dalla bocca. Qualcuno si avvicina. Lo riconosce. Grida: «È Petrosino, è Joe Petrosino, il poliziotto che arresta quelli della Mano Nera». Petrosino muore quasi subito. Finisce così, in una piazza affollata del centro di Palermo, la vita e la carriera del poliziotto italoamericano cacciatore di mafiosi. Ma in quel momento nasce anche un mito: quello del poliziotto che aveva osato sfidare la mafia. Il mandante dell’omicidio, molto probabilmente, fu il capo della Mano Nera, Vito Cascio Ferro. Ma nessuno è stato mai in grado di provarlo.

Con la morte di Joe Petrosino la mafia siciliana diventa più potente. Il governo americano mise una taglia di 10.000 lire, per chi avesse fornito utili informazioni sui mandanti e gli assassini. Ma non ne arriveranno mai. I funerali di Joe Petrosino si svolsero a Palermo il 19 marzo, poi la salma fu reclamata da Theodore Roosevelt, presidente degli Usa, dove il 12 aprile del 1909, si svolsero i secondi solenni funerali con gli onori di un capo di Stato. Dietro il feretro sfileranno circa 250 mila persone. Un numero enorme di cittadini, segno della popolarità e della riconoscenza del popolo americano nei confronti di Joe Petrosino. Il console americano a Palermo, quando seppe della morte di Petrosino, telegrafò al governo degli Stati Uniti questo testo: «Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire».

venerdì 9 marzo 2012

RITROVATI A CORLEONE I RESTI DI PLACIDO RIZZOTTO, SINDACALISTA CGIL UCCISO DALLA MAFIA NEL 1948

La Polizia scientifica di Palermo ha attribuito i resti di uno scheletro, trovato nel settembre 2009 a Corleone, al sindacalista della Cgil Placido Rizzotto, rapito dalla mafia il 10 marzo del 1948 e poi ucciso. I resti ossei erano stati trovati dagli agenti del commissariato di Corleone in una foiba della località Rocca Busambra. Comparati a quelli - riesumati - di un congiunto di Rizzotto, morto anni fa per per cause naturali, è stato possibile risalire all'identità del partigiano e sindacalista. Esponente del partito socialista, Rizzotto fu rapito a 34 anni mentre stava andando a una riunione politica. Impegnato a fianco del movimento contadino, che lottava contro la mafia e il latifondo, da segretario della Camera del lavoro di Corleone organizza la rivolta per l'occupazione delle terre che erano in mano ai mafiosi, sostenuti dal boss nascente Luciano Liggio, che farà sparire il corpo di Rizzotto, ritrovato dopo alcuni mesi. Liggio sarà assolto per insufficienza di prove, mentre Giuseppe Letizia, un bambino che faceva il pastore e che assistette all'assassinio, fu ucciso anche lui. Delle indagini si occupa l'allora giovane capitano dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, che arresta due mafiosi, Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che prima confessano l'omicidio e poi si rimangiarono tutto. Anche per loro venne usata la formula dell'assoluzione per insufficienza di prove. Stamattina alle 11 i dettagli della vicenda che ha portato ai risultati della scientifica saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alla questura di Palermo.

 «Finalmente, dopo 64 anni, Placido Rizzotto, martire della lotta per la democrazia e per la libert… in Sicilia, potr… avere la sua tomba e i cittadini democratici un luogo dove portare un fiore e versare una lacrima». Cos in una nota la Cgil nazionale commenta la notizia del ritrovamento del corpo di Placido Rizzotto, il segretario della camera del lavoro di Corleone assassinato dalla mafia il 10 marzo del 1948, nel ringraziare «per il brillante risultato la Polizia di Stato e la Magistratura, che hanno condotto indagini rigorose, coronate da questo importante successo». Il sindacato di corso d'Italia fa sapere inoltre che sta ricordando «Placido Rizzotto a Corleone con delle iniziative cominciate oggi e che si concluderanno domani, con una manifestazione in piazza Garibaldi. Sar… questa l'occasione, dopo il ritrovamento dei resti di Rizzotto, per riconfermare l'impegno della memoria che costruisce futuro. Nel nome di Rizzotto, continua la lotta per combattere la mafia, per la confisca dei suoi beni e per il loro uso sociale», conclude la Cgil.
 
(FONTE: ANSA).

lunedì 5 marzo 2012

PASQUALE MANDATO AGENTE DI CUSTODIA, UCCISO DA FEROCI CRIMINALI

Un omicidio teatrale. Questo è stato l'assassinio dell'Agente di Custodia, Pasquale Mandato. La mattina del 5 marzo del 1983, addirittura tre auto  per eseguire l'omicidio di un uomo inerme fuori il carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ucciso perché faceva il suo dovere.

La storia che segue è tratta dal mio libro "Al di là della notte" - ed. Tullio Pironti

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Come ogni mattina il maresciallo degli agenti di custodia Pasquale Mandato era sceso puntuale dall’autobus che lo aveva portato da Portici, dove abitava con la famiglia, fino a Santa Maria Capua Vetere, in piazza San Francesco. C’era la fermata proprio lì, vicino al vecchio carcere. Un salto al tabacchino per comprare un foglio di carta protocollo e poi a prendere servizio per un’altra giornata di lavoro. Erano appena passate le otto. Da casa era partito qualche ora prima. Si alzava sempre di buon’ora per arrivare puntuale sul posto di lavoro. Da Portici a Santa Maria Capua Vetere, doveva salire su un paio di mezzi pubblici per arrivare al carcere. C’era abituato e non gli pesava più di tanto. Piuttosto erano le preoccupazioni per i figli che lo tenevano in apprensione. Il primo, Francesco, aveva venticinque anni e studiava ancora all’Università. Il secondo, Attilio, venti anni, era anche lui studente e disoccupato. Come pure la terza figlia, Maria Grazia, quindici anni. Ogni mattina si fermava vicino all’edicola per consultare «Il bollettino dei concorsi», per vedere se c’era un bando che potesse riguardare il primogenito, Francesco. Era fidanzato ed era già pronto per mettere su famiglia. Ma senza lavoro era impossibile fare un passo del genere. Quella mattina, uscito dal tabacchino, Pasquale Mandato doveva percorrere solo pochi metri per arrivare al carcere, ma non riuscì a farli perché dall’angolo di corso Umberto, dove si incrocia con piazza San Francesco, si avvicinarono due Renault e un’altra auto. Gli arrivarono quasi addosso.

Si abbassarono i finestrini ed uscirono fuori pistole e fucili a canne mozze che cominciarono a sparargli contro. In pochi attimi il corpo di Pasquale Mandato fu raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco. Lo colpirono al torace, al collo e alla testa. Pasquale cadde a terra in una pozza di sangue. Era quasi morto. Un killer scese da una delle autovetture per sparargli il colpo di grazia. Uno sfregio ulteriore al corpo di un servitore dello Stato. Una sfida in piena regola fatta con rozza teatralità. Una diecina di killer per ammazzare una persona inerme era una cosa mai vista, se non negli attentati fatti dai gruppi terroristici. Moriva così, sabato 5 marzo 1983, Pasquale Mandato, cinquantatré anni, sposato e con tre figli. Ucciso davanti al carcere dove lavorava. Era l’ennesima vittima che il corpo degli agenti di custodia pagava come tributo all’intransigenza dimostrata nei confronti della criminalità organizzata.

Pasquale Mandato venne soccorso da alcuni agenti di custodia che si trovavano in un bar vicino. Lo trasportarono inutilmente nell’ospedale Melorio di Santa Maria Capua Vetere perché era già morto. L’autopsia, eseguita dal prof. Michele Pilleri nell’obitorio del nosocomio, riscontrò sul corpo dieci ferite da arma da fuoco. «Il giorno prima», racconta la sorella Rosina, «andammo con Pasquale e la moglie, Anna, da Portici a Pietrelcina, il nostro paese di origine, dove c’era ancora viva mia mamma e una mia sorella, Teodorina. Andammo a prendere provviste per portarle a casa nostra a Portici. Notai che già quel giorno una macchina ci seguì e ci sorpassò in più di una occasione. Non collegammo, però, quella macchina a qualcuno che volesse uccidere Pasquale.

Nessuno ci fece caso, anche se mio fratello aveva già ricevuto minacce. Mio fratello lavorava all’ufficio matricola del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Era il vicecomandante delle guardie. Ed era uno molto ligio al dovere. Queste cose le abbiamo messe assieme dopo l’omicidio di mio fratello. Quel giorno, evidentemente, non vollero sparare perché in auto c’ero anch’io e mia cognata». Il maresciallo Pasquale Mandato, nativo di Pietrelcina (Benevento), il paese dov’è nato Padre Pio, era sposato con Anna Gelosi (avevano un anno di differenza, Pasquale cinquantatré anni e lei cinquantadue). Si erano conosciuti a Portici, dove Pasquale aveva frequentato la scuola degli agenti di custodia dopo un primo periodo a Cairo Montenotte.

A Santa Maria Capua Vetere il maresciallo Mandato era giunto nel 1976, proveniente da Taranto. Aveva già maturato una lunga esperienza in varie carceri italiane. Era stato a Parma, dove nacque il primo figlio, Francesco. Poi il trasferimento a Napoli, nel carcere di Poggioreale. Successivamente nell’isola di Pianosa, in Toscana. A Pozzuoli, nel carcere femminile e poi a Taranto. Nella città pugliese, insieme ad altri due suoi colleghi, aveva domato un incendio appiccato da un detenuto nella propria cella, evitando il propagarsi del fuoco all’interno del padiglione del carcere. E per questo il 19 aprile del 1975 aveva ricevuto una Lode Ministeriale. Il 2 giugno 1980, invece, gli era stato conferita l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica italiana dall’allora presidente Sandro Pertini. Da alcuni anni era il responsabile dell’ufficio matricola a Santa Maria Capua Vetere e rivestiva il grado di maresciallo e vicecomandante delle guardie carcerarie.

«La morte di mio padre ha distrutto tutta la famiglia», spiega il primo figlio, Francesco, «mia mamma è rimasta scioccata. I miei fratelli, più piccoli di me, hanno sofferto tantissimo. Io forse sono stato quello che ha retto di più alla tragedia che ha investito la nostra famiglia perché all’epoca avevo venticinque anni. Quella mattina me la ricordo bene. Stavo andando all’università. Prima però passai dal meccanico per prendere l’auto della mia fidanzata, la mia futura moglie. Mi telefonarono a casa dei miei suoceri per avvisarmi. E poi arrivarono alcuni colleghi di papà. La sera prima parlai la mia ultima volta con papà. Dovevo presentare una domanda per partecipare ad un concorso pubblico. Avrebbe scritto lui stesso la domanda per mio conto mentre era al lavoro. Infatti, prima di entrare nel carcere, quella mattina passò dal tabacchino per comprare un foglio di carta protocollo.

Tre auto lo circondarono per ammazzarlo. Uno spiegamento di forze inutile, nei confronti di un uomo disarmato e mite come mio padre. Evidentemente quello era un modo per mostrare i muscoli da parte dei camorristi nei confronti dello Stato. Mi hanno raccontato che uno dei killer scese dall’auto e sparò il colpo di grazia a mio padre. Un’ulteriore e inutile violenza. A dare il colpo di grazia si ritenne fosse stato Michelangelo D’Agostino, originario di Cesa, poi divenuto collaboratore di giustizia [D’Agostino fu anche uno degli accusatori di Enzo Tortora]. Papà non mi aveva mai detto di aver ricevuto minacce. Ma dopo la sua morte trovammo nella tasca di una giacca un biglietto dove c’era scritto che era stato minacciato. Evidentemente voleva tenere la famiglia lontano dalle sue preoccupazioni».

Proprio il pentito D’Agostino all’inizio di luglio del 2008 è ritornato nelle cronache dei giornali perché omicida del sessantaquattrenne Mario Pagliari, ex pescatore e titolare dello stabilimento balneare Apollo di Pescara. Quell’episodio ha fatto di nuovo scattare nella famiglia Mandato sentimenti di angoscia, riportando tutti con la mente a quel 5 marzo del 1983. «Pensavamo fosse in carcere, come tutti gli assassini», dice ancora Francesco Mandato. «Invece abbiamo sentito in TV la notizia che aveva ucciso un imprenditore e poi si era dato alla fuga. Sapere libero l’assassino di nostro padre ha fatto ritornare in tutti noi figli, familiari, il ricordo di quei momenti. E sono momenti brutti che non auguro a nessuno. La nostra è stata un’esperienza dolorosa e devastante. Così mio fratello Attilio ha scritto alla presidenza della Repubblica contro quello che ritenevamo un’offesa ai familiari delle sedici vittime che ha fatto questa persona. Questo signore non si è mai fatto vivo con noi, né ha chiesto mai perdono per quello che ha fatto. Attilio ha preso carta e penna e ha scritto a Giorgio Napolitano, perché qualcosa non funziona nella giustizia: “Presidente”, è scritto in quella lettera, “non sa quanto sangue freddo si deve avere apprendendo queste notizie. Invece, io e i miei fratelli avremmo solo bisogno di vivere in pace. Io sono cattolico e sono contro la pena di morte, ma un minimo di pena ci deve essere per tutti. Altrimenti questa non si può chiamare giustizia. Mio padre lo porto sempre con me dal giorno in cui è stato ucciso. Porto la sua foto su un anello che non ho mai tolto, perché il dolore non è mai andato via”».

La camera ardente fu allestita negli uffici della direzione del carcere. Attorno alla moglie di Pasquale Mandato, Anna, ed ai figli Attilio, Franco e Maria Grazia si strinsero i compagni di lavoro del maresciallo. Al rito funebre, officiato dal vescovo di Capua, monsignor Diligenza, nella parrocchia di San Pietro, a Santa Maria Capua Vetere, parteciparono oltre diecimila persone. Tra cui anche il sottosegretario alla giustizia, on. Giuseppe Gargani, il comandante della divisione “Ogaden’’ dei carabinieri, Siracusano, e numerose altre autorità politiche e militari della regione. La salma, poco prima di entrare nella chiesa, ricevette gli onori militari di una compagnia di allievi della scuola guardie di custodia di Portici. La vedova del maresciallo, Anna, seguì compostamente il rito funebre e nel salutare le autorità, disse: «Fate in modo che quest’uomo, vittima del dovere, sia l’ultimo caduto nella lotta contro la delinquenza». La salma fu tumulata nel cimitero di Portici in una nicchia all’interno di una congrega. Il consiglio comunale di Santa Maria Capua Vetere il giorno dopo i funerali si riunì in seduta straordinaria per discutere il problema della violenza organizzata, mentre in tutto il Casertano mercoledì 9 marzo 1983 si svolse uno sciopero generale contro la camorra indetto dai sindacati Cgil, Cisl e Uil. Alla famiglia Mandato, tra i tanti messaggi, giunse anche quello del presidente del Senato, Tommaso Morlino: «Con grande sdegno per l’ulteriore agguato criminoso in cui è rimasto vittima oggi il loro caro congiunto, esprimo, anche a nome del Senato della Repubblica, sentimenti di sincera, commossa solidarietà».

Il 10 dicembre 2005 nel corso della Festa della Polizia Penitenziaria
tenuta nel nuovo carcere di Santa Maria Capua Vetere, è stata scoperta una lapide che ricorda il maresciallo Pasquale Mandato. Il 15 ottobre 2008 al maresciallo maggiore scelto del disciolto Corpo degli agenti di custodia Pasquale Mandato è stata assegnata la medaglia d’oro al merito civile, con questa motivazione: «Mentre si recava presso la Casa circondariale dove prestava servizio, veniva mortalmente raggiunto da numerosi colpi di fucile e di mitraglietta esplosigli contro in un vile e proditorio agguato della criminalità organizzata, sacrificando la vita ai più nobili ideali di coraggio e di spirito di servizio. Santa Maria Capua Vetere (CE), 5 marzo 1983».

mercoledì 29 febbraio 2012

PREMIO ANGELO VASSALLO PER I COMUNI FINO A 5000 ABITANTI

UN PREMIO PER I PICCOLI comuni nel nome di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso il 5 settembre 2012. L'ha istituito l'Associazione Nazionale Comuni d'Italia (ANCI), insieme a Legamebiente, Libera e altre assocazioni. La riunione per il lancio dell'iniziativa si è svolta oggi a Napoli, nella Sala Megaride di Castel dell'Ovo, in occasione del Consiglio Nazionale dell'Anci. Tra i presenti Giuseppe Cicala, delegato Anci alle Politiche della Legalità, Mauro Guerra, coordinatore nazionale consulta piccoli Comuni, Stefano Pisani, sindaco del Comune di Pollica e Sebastiano Venneri di Legambiente. Con la riunione di oggi, dichiara il delegato alla legalità Giuseppe Cicala, «si dà il via al Bando 'Angelo Vassallò promosso da Anci e Legambiente, insieme Libera, Slowfood e FederParchi, che viene ufficialmente pubblicato a partire da domani 1 marzo e destinato a tutti i Comuni con popolazione non superiore ai 5.000 abitanti, singoli e associati che potranno concorrere presentando i progetti realizzati e mirati allo sviluppo locale, al rispetto e alla valorizzazione dell'ambiente all'insegna della trasparenza amministrativa».


«Il Premio - ricorda ancora Cicala - ha un forte valore simbolico e intende valorizzare attraverso la buona politica il contrasto alle illegalità». Nel mettere in evidenza l'essenza del Premio, Mauro Guerra, coordinatore nazionale consulta piccoli Comuni, ha ricordato che «sono migliaia gli amministratori di piccoli Comuni che quotidianamente mettendosi al servizio del bene comune combattono contro le mafie». «Lo spirito del Premio è proprio quello di valorizzare le buone pratiche adottate dai piccoli Comuni, come migliore esempio del contrasto alla criminalità, favorendo lo sviluppo delle comunità locali. Crediamo che questo Premio - conclude Venneri - possa contribuire a dare visibilità alle centinaia di buone pratiche, anche ambientali, realizzate dai piccoli Comuni in continuità con l'esperienza amministrativa di Angelo Vassallo».

martedì 28 febbraio 2012

RIMOSSO TRA PROTESTE MONUMENTO ABUSIVO A LUIGI SICA, UCCISO PER FUTILI MOTIVI NEL 2007

Rimosso il piccolo monumento funebre eretto per ricordare Luigi Sica invia Santa Teresa degli Scalzi. “Era abusivo” per le autorità. Ma chi ha conosciuto il ragazzo, ucciso nel 2007 da due coetanei per futili motivi, non ci sta.

La rabbia per un gesto che ha quasi del sacrilego. E il sospetto per la denuncia di qualcuno che è rimasto nell'ombra. Da ieri mattina Luigi Sica, il sedicenne assassinato cinque anni fa, non ha più il suo piccolo monumento funebre. ''Vergogna'' grida la gente assiepata attorno ai tecnici che a colpi di martello smantellano la piccola cappella costruita su una pila di mattoni in via Santa Teresa degli Scalzi. ''E' uno scempio, è uno schifo - dicono - Quello è come un figlio nostro. E con i problemi che abbiamo in questa città si curano proprio di questo''. Più composto invece il dolore di Ciro, il padre di Luigi. La moglie Anna è rimasta a casa, non ha voluto aggiungere dolore a quella terribile sofferenza che da 5 anni la piega. Ciro resta stretto tra i due figli, Annarita e Giovanni. A ogni colpo di martello gli occhi si riempiono sempre più di lacrime. ''Ringraziamo la persona che ci ha fatto questa cattiveria'', dice il padre del ragazzo.

E' una persona di cui nessuno conosce il nome, quella che ha presentato la denuncia alla Polizia municipale, ma i sospetti sono tanti. Qualcuno parla anche della famiglia di uno dei due assassini che a breve potrebbe uscire di galera e tornare nel quartiere. Intanto la III Municipalità ha deciso di 'adottare' il piccolo monumento. ''Siamo stati costretti a toglierlo perché effettivamente abusivo - spiega il presidente, Giuliana Di Sarno - ma siamo in attesa dell'autorizzazione per l'occupazione di suolo pubblico e intanto collocheremo il tabernacolo nel cortile d'ingresso della Municipalità''. La Di Sarno ha anche avviato la richiesta all'assessore alla Sicurezza del Comune, Giuseppe Narducci, per il riconoscimento di Luigi Sica come vittima della criminalità comune. Ma restano tanti dubbi su questa denuncia che ha portato alla rimozione dell'edicola. Chi poteva avere interesse a fare una cosa del genere si domandano tutti. In una zona dove, tra l'altro, a voler applicare alla lettera le leggi si finirebbe col chiudere e mettere i sigilli a quasi tutte le case e ai negozi. ''Uscire le mattine e vederlo qui me lo faceva sentire vicino - dice la sorella di Luigi, Annarita - Spero che arrivi presto questa autorizzazione e che possa ritornare il suo monumento che per i giovani di questo quartiere così difficile era anche diventato un simbolo positivo''.

DIECI STORIE PROPRIO COSI' AL SAN CARLO DI NAPOLI

Si chiama “Dieci storie proprio così”, lo spettacolo che domani andrà in scena al San Carlo di Napoli e che racconta le storie di vittime innocenti della criminalità. «Una quasi opera contemporanea, un esperimento in musica che si avventura all'interno del dibattito sulla legalità, cercando di restituire un senso a questa parola così difficile, complicata, 'abusata’, elusa, ogni giorno». Così Emanuela Giordano, regista teatrale e autrice della drammaturgia, descrive il suo nuovo spettacolo 'Dieci storie proprio cosi « in scena al Teatro San Carlo di Napoli domani alle 11, e in replica tutti i giorni, sempre alle 11, fino a sabato 3 marzo, per la stagione Educational 2011-2012. 'Dieci storie proprio cosi» sono dieci storie di impegno civile, come quelle, tra gli altri, di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Don Giuseppe Diana, Giancarlo Siani, di dolore e di riscatto raccontate senza enfasi o intenti celebrativi. Le storie si intrecciano tra loro in una sorta di Spoon River in cui le voci di giovani attori napoletani diventano coro organico di queste testimonianze. Il Massimo partenopeo unisce per l'occasione tutte le sue forze: orchestra e coro di voci bianche (entrambi diretti da Stefania Rinaldi), la scuola di ballo diretta da Anna Razzi, il corpo di ballo diretto da Alessandra Panzavolta, tecnici e maestranze. «Quasi un corpo unico - sottolinea la regista - le cui energie sono impiegate in un lavoro di collaborazione per promuovere un progetto speciale in cui musica, canto, e coreografia si mettono al servizio di piccole e grandi storie che costituiscono il mosaico complesso del nostro vivere civile. Ecco perchè come sintesi dello spirito di questo lavoro è stata scelta la frase del filosofo Hegel Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione». «Sono le storie delle nostre famiglie, della nostra personale tragedia e del nostro impegno», aggiunge Paolo Siani, presidente della Fondazione Polis e fratello del giornalista del Mattino Giancarlo Siani. «Noi, i familiari delle vittime innocenti della criminalità - aggiunge - vi raccontiamo con il lavoro di Emanuela Giordano, che non siamo scappati, pur avendo subito il torto più grande di tutti, perchè siamo convinti che possiamo farcela. Attraverso il ricordo dei nostri cari, con l'impegno dei giovani, con la partecipazione delle Istituzioni e attraverso la bellezza dell'arte vogliamo credere nel cambiamento».

CHIESTI TRE ERGASTOLI PER L'UCCISIONE DI PETRU, IL MUSICISTA ROMENO ASSASSINATO A NAPOLI

Tre ergastoli per l'uccisione di Petru Birlandeanu sono stati chiesti dal pm Michele Del Prete nel corso del processo nei confronti di Marco Ricci e Maurizio e Salvatore Forte, accusati di essere gli autori dell'omicidio musicista romeno. Petru suonava la fisarmonica per le strade di Napoli per sbarcare i lunario. Fu ucciso da un proiettile vagante nella stazione della Cumana, nel quartiere di Montesanto, davanti agli occhi della moglie il 26 maggio del 2009, mentre alcuni sicari cercavano di ammazzare il boss rivale. La sua morte fu filmata telecamere di sicurezza, nella stazione della Cumana. Secondo l'accusa, Ricci e i due Forte, cugini tra loro, facevano parte del gruppo di otto killer che, partiti dal quartiere di Ponticelli, dove era ancora egemone il clan Sarno, scorrazzarono sparando per le strade di Montesanto in segno di disprezzo nei confronti del boss rivale Marco Mariano, da poco scarcerato. Il processo è in corso davanti alla III corte d'assise, presieduta da Carlo Spagna. Nel corso dell'udienza di oggi hanno discusso anche gli avvocati di parte civile: Fabio Maria Ferrari, che rappresenta il Comune di Napoli, ed Elena Coccia, che assiste i familiari della vittima. Nell'udienza del 12 marzo replicheranno gli avvocati della difesa.

MORTO JOSEPH AYIMBORA, SOPRAVVISSUTO ALLA STRAGE DI CASTEL VOLTURNO

È morto per cause naturali, nella località protetta in cui si trovava, Joseph Ayimbora, il cittadino ghanese sopravvissuto alla strage di Castel Volturno del settembre 2008 che con la sua testimonianza indirizzò le indagini verso il boss Giuseppe Setola e i suoi uomini. La sera della strage, Ayimbora si trovava assieme con altri immigrati africani nella sartoria «Ob Ob exotic fashion», presa di mira dai killer del clan dei Casalesi. Si finse morto e riuscì in questo modo a beffare gli assassini. Nelle ore successive, il ghanese riferì alla polizia dettagli preziosi per l'identificazione di Setola e degli altri componenti del commando, Davide Granato, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Antonio Alluce, tutti condannati di recente all'ergastolo tranne Alluce, condannato a 30 anni. Ayimbora ha poi testimoniato al processo, recentemente mandato in onda dalla trasmissione Rai «Un giorno in pretura». Secondo il medico legale che ha esaminato la salma, l'uomo è stato stroncato da un aneurisma. Il pm Cesare Sirignano ne ha comunque disposto l'autopsia.

(fonte: ANSA).

giovedì 23 febbraio 2012

ANTONIO SALZANO, IL MARESCIALLO DEI CARABINIERI UCCISO DALLA CAMORRA FIN DENTRO CASA SUA

Quello del maresciallo dei CC Antonio Salzano, è uno dei delitti più efferati della camorra, perché ucciso a casa sua, all'una di notte, davanti alla sua famiglia. L'omicidio il 23 febbraio del 1982.

La  storia che segue, è tratta dal mio libro "Al di là della notte", ed. Tullio Pironti

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Quando suona il citofono sobbalzano dal letto sia Antonio che Maria Rosaria. È da poco passata l’una di notte. «Chi sarà mai a quest’ora?», chiede la moglie. Antonio Salzano, invece, che è un maresciallo dei carabinieri, non si meraviglia che qualcuno a quell’ora possa bussare alla sua porta. Era già capitato. Antonio si avvia in pigiama verso il citofono. «Chi è?», chiede. Dall’altro capo del citofono risponde una persona che probabilmente il maresciallo conosce. Così apre la serratura del cancello automatico di una anonima palazzina del Parco Azzurro, in via Lauzieres, n. 20, a San Giorgio a Cremano. Poi apre anche il portoncino per far entrare la persona che ha citofonato. La moglie, ancora nel letto, sente la porta aprirsi e, subito dopo, cinque colpi di pistola. Tutti in rapida successione. Sono colpi di una 38 special. Il maresciallo dei carabinieri Antonio Salzano viene colpito allo stomaco, al petto, al collo. Quando è già a terra, l’ultimo colpo è alla tempia. Lo finiscono senza pietà. L’assassino esce di corsa e si infila in una macchina dove lo stanno aspettando dei complici. Una sgommata di ruote e via di corsa. Per le strade strette di San Giorgio a Cremano. Muore così a quarantatré anni, nella notte del 23 febbraio 1982, il maresciallo dei carabinieri Antonio Salzano, originario di Afragola.

«Antonio, Antonio, cos’è successo? Antonio…». La moglie del maresciallo, Maria Rosaria Langella, quarant’anni, si alza dal letto e comincia a gridare terrorizzata dagli spari. Pensa già al peggio. Arriva vicino alla porta e trova il marito a terra col viso e il petto insanguinato. Maria Rosaria urla, chiede aiuto. Corrono i due figlioletti che stanno dormendo nella loro stanzetta. Hanno sentito il rumore, gli spari, il trambusto e le grida della mamma. Bruno e Cristiano, undici e sei anni, arrivano in pigiama a piedi nudi vicino all’ingresso, visibilmente spaventati. Vedono la mamma che piange e urla vicino al corpo del padre insanguinato. Gli occhi stralunati. Tutti e due impauriti. Vedono il sangue sul volto del papà. Restano muti a osservare il corpo senza vita del padre. Maria Rosaria si accorge della presenza dei figli. «Tornate a letto. Tornate a letto. A papà ci penso io. Adesso lo porto in ospedale». Poi chiama un suo amico avvocato, arriva qualche conoscente. Cercano di soccorrere il maresciallo. Ma Antonio Salzano è già privo di vita. Arrivano i carabinieri del 113. Chiamano il giudice di turno. Arrivano anche i superiori del maresciallo scuri in volto e preoccupati per l’escalation di violenza che sta colpendo la Campania e Napoli in particolare dove dall’inizio del 1982 sono già cinquantanove i morti ammazzati. Più di uno al giorno. A riavvolgere il nastro del film della giornata, ci sono quattro morti da registrare. Due a Ottaviano (Antonio Visone e Ciro Menzione), il maresciallo Salzano a San Giorgio a Cremano e un detenuto, Antonio Giaccio, detto «Scialò», ammazzato nelle camere di sicurezza del palazzo di Giustizia di Napoli. Ad ucciderlo con una rivoltella è stato un altro detenuto, Michele Montagna, che ha ferito anche uno dei capi camorra più noti, Gennaro Licciardi, detto «’a scigna». Vendetta di bande rivali. Da alcuni anni si fronteggiano il cartello camorristico della «Nuova Famiglia» (Bardellino, Alfieri, Nuvoletta, Zaza, Giuliano e altri), e la «Nuova Camorra Organizzata » di Raffaele Cutolo. Scenario di questo scontro l’intero territorio campano. In palio c’è il controllo del mercato delle sigarette di contrabbando, ma anche la torta appetitosa degli appalti del dopo terremoto e il controllo del mercato della droga.

Qualcuno cerca di mettere l’uccisione del maresciallo Salzano proprio in relazione con quanto è successo poche ore prima nelle camere di sicurezza a Napoli. Alle 2,30 di notte giunge una telefonata anonima al quotidiano «Il Mattino»: «…il maresciallo Salzano, che ha fornito le armi ai detenuti». Si sentono nitide solo queste parole nella telefonata. Niente di più. Si cerca di buttare fango sul carabiniere che era addetto al «Nucleo traduzioni e scorta detenuti», facendo balenare l’ipotesi che le armi con le quali era stato ucciso Antonio Giaccio e ferito Gennaro Licciardi, in qualche modo sarebbero state fatte passare dal maresciallo Salzano. Giaccio e Licciardi erano appartenenti alla «Nuova Famiglia». Michele Montagna un cutoliano. In realtà nella camera di sicurezza furono trovati anche quattro coltelli che servirono a ferire Licciardi gravemente e, presumibilmente, furono anche altri a partecipare alla spedizione punitiva nei confronti di Licciardi e Giaccio. Quel giorno Michele Montagna arrivò vestito con vari strati di indumenti. Molto probabilmente aveva nascosto le armi addosso.

Un articolo pubblicato dal quotidiano «l’Unità» il 24 febbraio 1982 descrive il “mercato” delle armi a Poggioreale e di come era facile farle passare: «…una pistola costa due milioni. Un coltello a serramanico dalle cento alle duecentomila lire. I soldi per comprare le armi entrano insieme alla biancheria pulita, ai pacchi viveri che i parenti dei circa 1.500 detenuti portano durante le ore di visita. [...] Anche i processi diventano occasione per far correre di mano in mano coltelli e “altro”. A quelli più importanti, oltre ai parenti, sono presenti anche i “cumparielli” che si avvicinano a baciare i boss attraverso le gabbie. È in questi momenti che spesso passano i soldi. Controlli? È difficile. La legge, dentro Poggioreale, la fanno loro, i detenuti più potenti. Le guardie giurate spesso hanno paura. Tre loro colleghi in poco più di un anno sono già morti». Michele Montagna affermò di avere ucciso e ferito da solo Giaccio e Licciardi. E sotto il verbale sottoscritto davanti agli inquirenti, scrisse: «Montagna Michele, inviato da Dio per uccidere satana».

Il ministro di Grazia e Giustizia Clelio Darida, nel rispondere ad una interrogazione parlamentare di Falco Accame, l’11 ottobre del 1982, escluse che il maresciallo Salzano fosse coinvolto nel passaggio delle armi a Poggioreale per permettere la vendetta dei cutoliani.

Intanto la vita di Rosaria e dei suoi due figli, Bruno e Cristiano, è andata avanti senza il marito e senza il padre. Col dolore sopportato nel silenzio del tempo che scorre inesorabile. Solo un gesto non si è mai affievolito: quello di portare un fiore ogni giorno sulla sua tomba.

"LUNGHI CAPELLI". OGGI LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI POESIE DI ANGELA PROCACCINI

Sarà presentato nel pomeriggio alle ore 18,00, presso il circolo Canottieri a Santa Lucia (Napoli) il volume di poesie di Angela Procaccini, “Lunghi Capelli” (Alfredo Guida Editore). Angela, per chi non la conoscesse, è la mamma di Simonetta Lamberti, la bambina uccisa a soli dieci anni in un agguato di camorra mentre era in macchina col suo papà. Nelle poesie di Angela c’è tutta la sofferenza, il dolore  e la dolcezza di una mamma che ha perso la cosa più cara al mondo. All’evento, organizzato da Serena Lamberti, partecipano Melita Cavallo e Maria Franco. Moderatore dell’incontro, il giornalista Ermanno Corsi. Le letture delle poesie saranno di Tina Femiano.  Al pianoforte Carmine Piccolo.

venerdì 17 febbraio 2012

FEDERICO DEL PRETE. SINDACALISTA DEGLI AMBULANTI, UCCISO DALLA CAMORRA DIECI ANNI FA A CASAL DI PRINCIPE

Federico del Prete, sindacalista dei commercianti ambulanti, fu ucciso dalla camorra  a Casal di principe il 18 febbraio del 2002. Domani due manifestazioni lo ricorderanno. La prima alle 9,30 a Casal di Principe, al teatro per la legalità e lo sviluppo. E' promossa dal Consorzio "Agrorinasce" in collaborazione con l'Associazione "Mò Basta!". Qui sarà presentato in antepirma il libro  "A Testa Alta! Storia di camorra e di resistenza" di cui è autore da Paolo Miggiano.

Nel pomeriggio la seconda manifestazione a Mondragone promossa dal'associazione Libera. Inizio ore 15.30. presso la chiesa di san Nicola.  Interverrà il presidente di Libera don Luigi Ciotti, con il magistrato  Raffaello Magi,  Tano Grasso, presidente onorario della Federazione che raggruppa le associazioni antiracket e antiusura italiane, Nino Daniele, presidente dell'Osservatorio sulla camorra e sulla legalità, Lorenzo Diana, presidente Rete per la legalità e Michele Capomacchina, commissario straordinario del Comune di Mondragone.

Il brano che segue è tratto dal mio libro "La Bestia. Storie di delitti, vittime e complici" ed. Melampo

" (...) Mancava qualche minuto alle 19,30. Poco prima alcuni commercianti ambulanti avevano lasciato il piccolo ufficio di Federico Del Prete. Una stanza a piano terra e con una porta a vetri. Ai muri dell’ufficio qualche manifesto del sindacato. Una piccola bacheca per gli appuntamenti. E dietro le sue spalle un croficisso appeso. Fuori l’ufficio una targa con la scritta Snaa, il sindacato dei commercianti ambulanti, i “mercatari”, come si chiamano tra loro. Federico l’aveva fondato qualche anno prima, quando aveva conquistato la fiducia di molti dei frequentatori dei mercati, come lui. Aveva denunciato gli abusi ai danni di quelli che frequentavano la fiera settimanale di San Giovanni  a Teduccio.

La telefonata che stava facendo Del Prete non era breve. La voce tesa tradiva la tensione che aveva accumulato nei giorni precedenti. La porta dell’ufficio non era chiusa. Non c’era una serratura di sicurezza, né un filtro per presenze indesiderate. Da questo punto di vista quella stanza era un porto di mare. Chiunque avesse voluto entrarvi, poteva farlo senza problemi. Federico si era slacciato la cravatta. Al telefono si stava accaldando, il nodo gli dava fastidio. Ma non se la toglieva mai, perché nonostante non fosse molto alto, aveva un fisico snello, la cravatta gli stava bene. E mentre continuava a parlare al telefono, una persona entrò di botto dando una spinta violenta alla porta, materializzandosi davanti a lui. Aveva in mano una pistola calibro 7,65. Federico lo guardò. Restò impietrito. Capì che era un killer della camorra. Non se l’aspettava anche se da qualche settimana aveva cominciato a temere seriamente per la sua vita. Ebbe appena il tempo di rendersi conto di ciò che stava per accadere. Forse urlò. Forse dall’altro capo del telefono si sentì quello che stava accadendo. Poi, cinque colpi in rapida successione lo colpirono allo stomaco e al torace, lasciandolo per terra, senza vita. Si consumò tutto in pochi istanti. I colpi risuonarono nella stanza. Pochi attimi e il killer girò le spalle. Due passi veloci ed era sulla strada. Fuori lo aspettava una macchina. C’erano i suoi complici dentro. Tenevano il motore accesso. “Andiamo. E’ fatta”, disse il killer. Una sgommata e via.

Nel giro di qualche minuto l’auto venne inghiottita dai vicoli. Probabilmente fatta sparire da qualche parte, smontata pezzo per pezzo o bruciata nella sterminata campagna che circonda Casal di Principe. L’obiettivo della camorra era raggiunto. Il segnale, per tutti quelli che avevano deciso di seguire Federico, era chiaro: fatevi i fatti vostri. Il giorno dopo sarebbe cominciato il processo contro il vigile urbano di Mondragone, Mattia Sorrentino, arrestato perché accusato di  riscuotere il pizzo nella fiera settimanale per conto del clan La Torre. L’aveva denunciato proprio Federico del Prete. Sorrentino, come ogni anno, a dicembre,  riscuoteva 500mila lire di “pizzo” da tutti gli ambulanti che frequentavano la fiera settimanale. Una “usanza” che i commercianti subivano da tempo, ma non avevano mai pensato di dover denunciare l’estorsione  per paura di ritorsioni.

Il primo ad arrivare sul luogo nella sede del sindacato in via Baracca, dopo il delitto, fu Vincenzo, il figlio primogenito di Federico, nato dal suo secondo matrimonio. Da poco era diventato maggiorenne e aiutava il padre nell’attività sindacale. “Quel 18 febbraio di sei anni fa – racconta con un filo d’emozione Vincenzo mentre si tira su il suo ciuffetto di capelli che gli cala sulla fronte -  me lo ricordo come se fosse ora. Ero nel bar poco distante e, come ogni sera, verso le 19,30 portavo il caffè a mio padre nel suo ufficio. Quella sera aveva voluto essere lasciato solo. Ma io il caffè glielo portai lo stesso. Lo vedevo preoccupato.”

Vincenzo temeva già da qualche tempo che sarebbe potuto accadere qualcosa a suo padre. Lo percepiva, anche se non lo sapeva, perché il padre teneva la famiglia fuori  dalle sue iniziative più pericolose. Ma un figlio riesce a capire quando il padre è ansioso e preoccupato. “Non mi aveva detto niente, ma avevo intuito che qualcosa non andava. Sapevo che mio padre faceva delle cose per aiutare i suoi colleghi e ci voleva coraggio per farle. Lui ne aveva”.

“ I colpi di pistola non li udii. E perciò quando entrai e lo vidi a terra tutto insanguinato, mi si gelò il sangue nelle vene. Cominciai ad urlare a  con tutta la forza che avevo in corpo: “Aiuto, aiuto, chiamate qualcuno, aiutatemi. Hanno sparato a mio padre”. Non capivo più niente. Gli occhi mi si annebbiavano. Non poteva essere vero. Quello li a terra era mio padre, perché me lo avevano ucciso?”

Quelle di Vincenzo erano grida di disperazione. Prendeva a calci la porta, quasi la sfondava, bestemmiava. Per la rabbia diede un pugno nella vetrata, la mandò in frantumi e si fece male ad una mano.  Ma niente, nessuno accorreva in suo aiuto.  “Quello che mi è rimasto impresso di quella sera, è il fatto che io urlavo, ma le mie grida non sortivano nessun effetto. Nessuno arrivava. Era come se io facessi parte di una scena di dolore che andava solo vista e non partecipata. Eppure cominciava a venire gente fuori l’ufficio di mio padre. C’era chi aveva sentito i colpi  di pistola e aveva capito cos’era avvenuto.”

martedì 14 febbraio 2012

A SCANDICCI (FI) GIARDINO PUBBLICO INTITOLATO A RITA ATRIA

La città di Scandicci contro "Cosa Nostra". Una raccolta di fondi tra scuole e asili per sostenere Libera con la vendita di arance coltivate nei terreni confiscati alle cosche (18/2), una gara podistica dedicata alla lotta contro la criminalità organizzata (19/2) e l'intitolazione di un giardino pubblico alla memoria di Rita Atria, giovanissima testimone antimafia che si tolse la vita dopo la morte del giudice Paolo Borsellino (18/5). Queste le tre iniziative contro 'Cosa Nostrà, in programma a Scandicci, presentate a Firenze, tra gli altri, dall'assessore regionale alle politiche giovanili Salvatore Allocca, dal sindaco di Scandicci Simone Gheri e da rappresentanti di Libera. Questi eventi sono inseriti nel progetto 'Libera, la tua terrà, promosso da Comune di Scandicci, con il patrocinio della Regione, per sostenere le attività dell'associazione antimafia fondata e presieduta da don Luigi Ciotti.

Quanto alla corsa podistica del 19 febbraio, si tratta della Mezza Maratona di Scandicci, che quest'anno affianca al proprio nome lo slogan 'Di corsa contro la mafià. Insieme a questa gara, ci sarà anche una passeggiata 'della legalita«, ai partecipanti della quale verrà consegnata una t-shirt con logo antimafia ideato dagli alunni delle scuole medie di Scandicci. Il ricavato delle iscrizioni di questa seconda corsa servirà per creare una nuova cooperativa di LIbera che gestirà i beni sequestrati nella provincia di Agrigento dal giudice Rosario Livatino, ucciso nel 1990 dalle cosche. »La Regione ha investito e continua a investire molte risorse sul tema del contrasto alle mafie per sensibilizzare soprattutto i più giovani: in questo senso, l'impegno del Comune di Scandicci è da considerarsi molto importante«. »Ho sempre pensato che sostenere Libera fosse un dovere civico - ha poi aggiunto Gheri - Contribuire allo sviluppo delle iniziative di questa associazione è un'esperienza di formazione della coscienza civica e civile«. Alla presentazione, tenuta nella sede della presidenza regionale ha assistito, tra gli altri, anche il disegnatore Sergio Staino.
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