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giovedì 13 dicembre 2012

DOPO 33 ANNI PIENA LUCE SULL'OMICIDIO DEL MARESCIALLO CALOGERO DI BONA ."COSÌ I BOSS DECISERO LA SUA FINE"

 Fu sequestrato e ucciso perché sospettato dalla mafia di aver picchiato in carcere un uomo d’onore. Dopo 33 anni la Dia di Palermo fa luce sull’omicidio del maresciallo Calogero di Bona, maresciallo delle guardie carcerarie nel carcere palermitano. Fu la cosca capeggiata dal capomafia Rosario Riccobono  a volere quell’omicidio. Calogero Di Bona,  fu sequestrato e strangolato il 28 agosto del 1979, al termine del suo turno di lavoro perché ritenuto responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da un uomo d'onore, Michele Micalizzi, fidanzato con la figlia di Riccobono. Il maresciallo Di Bona era nato a Villarosa il 29 agosto del 1944. Il giorno dopo  avrebbe compiuto trentacinque anni. Per molti anni su questo delitto è calato il silenzio come tanti delitti di mafia, ma le indagini condotte dalla Dia e coordinate dalla Procura di Palermo hanno permesso di fare luce sui molti lati oscuri dell’omicidio Di Bona.


La Dia si è avvalsa della testimonianza di alcuni collaboratori di giustizia, particolarmente vicini agli indagati o pienamente inseriti nel mandamento criminale capeggiato dal sanguinario Riccobono, “anche al fine di attribuire puntuali ed inequivoche responsabilità penali in capo agli odierni indagati”.  

Nell’uccisione del maresciallo Di Bona risultano coinvolti, a vario titolo, diversi uomini d’onore, alcuni dei quali oggi deceduti, ed in particolare, oltre al boss Riccobono, mandante ed esecutore dell’omicidio, due dei suoi uomini di fiducia, Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga, noto “necroforo” al soldo di Cosa nostra. Lo Piccolo, catturato nel 2007, dopo 25 anni di latitanza, ai vertici di Cosa nostra palermitana dopo la cattura di Bernardo Provenzano, sconta la pena dell’ergastolo ed è sottoposto al regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario. Liga, arrestato nel '93, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Tommaso Natale (PA), ha svolto sin dagli anni ’70, con piena partecipazione criminale, anche il ruolo di “necroforo” dell’organizzazione mafiosa. Presso il suo podere, luogo di ritrovo abituale per gli aderenti al sodalizio criminale, ubicato nel fondo De Castro, sono state uccise decine di persone e ne sono stati eliminati i cadaveri mediante scioglimento nell’acido e successivo incenerimento dei resti all’interno di forni di proprietà dello stesso adibiti alla produzione del pane.

«Non sono stati reperiti atti che suffragassero questo evento - spiegano gli inquirenti - ma si è accertato che lo stesso Micalizzi era stato condannato, nel 1979 alla pena di otto mesi di reclusione, proprio perché riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario».

Le indagini della Dia hanno dimostrato, però, che l’omicidio del maresciallo Di Bona risulta comunque legato a questo episodio, avvenuto all’interno delle mura del carcere palermitano dell’Ucciardone il 6 agosto 1979, quando una giovane ed inesperta Guardia carceraria fu dirottata presso la famigerata IV sezione del carcere dove si trovavano ristretti numerosi uomini d’onore ritenuti maggiormente pericolosi, che al tempo stesso fungeva da infermeria. La giovane guardia, il maresciallo Di Bona,  notava che alcuni reclusi si muovevano “ troppo liberamente”. Perciò avrebbe provato a richiamare quelli più indisciplinati, nel tentativo di farli rientrare nelle rispettive celle. Per tutta risposta un paio di loro lo aggredirono violentemente, tanto da costringerlo ad immediate cure, prestate presso la stessa infermeria del carcere. Sarebbe stato naturale avviare nei confronti dei detenuti un provvedimento disciplinare e contestuale deferimento all’Autorità Giudiziaria, ma così non avvenne.

«L’unico detenuto individuato senza incertezze dalla vittima, non scontò di fatto alcuna sanzione disciplinare e, probabilmente, se le cose fossero andate come illecitamente pianificato, non avrebbe subito nessuna conseguenza penale per quel gravissimo comportamento - dicono gli investigatori - Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una cruda e spietata missiva, scritta da anonimi agenti carcerari, venne inviata intorno alla metà di agosto del 1979 alla Procura della Repubblica, al Ministero di Grazia e Giustizia e a due quotidiani cittadini, che, però, la pubblicarono soltanto dopo l’avvenuta scomparsa di Di Bona».

Nella lettera anonima, le guardie lamentavano non solo la mancata punizione del detenuto, etichettato con epiteti diffamatori, reo della vile aggressione in danno del loro compagno di lavoro, ma anche “il potere di mafia” esercitato dai boss all’interno delle antiche mura borboniche dell’Ucciardone.

«La giustizia degli uomini avrebbe agito con lentezza e con esiti incerti, al contrario, il “tribunale” della mafia, frattanto entrato in possesso della missiva, ancor prima della pubblicazione da parte degli organi di stampa, sentenziò in maniera rapida e spietata - dicono ancora gli investigatori - Ebbe, infatti, da qui inizio un escalation di episodi intimidatori nei confronti degli appartenenti all’Istituto Penitenziario cittadino, nell’ambito di una vera e propria controffensiva, che culminerà, appunto, nel sequestro e successivo omicidio del sottufficiale, “portato” al cospetto di Cosa nostra, al fine di indicare gli autori di quella missiva, che, “oltraggiando ” Micalizzi e l’intera organizzazione criminale, fornì l’input per altri provvedimenti penali, anche a carico di Micalizzi».

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