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martedì 11 dicembre 2012

LA LETTERA IMMAGINARIA DI MARCELLO TORRE, SINDACO DI PAGANI, AI SUOI FAMILIARI

E' una lettera che ho inviato ai familiari di Marcello Torre, Lucia e Annamaria (la moglie e la figlia), quando mi hanno chiesto di ricordarlo in occasione del 32° anniversario della sua uccisione. Ho immaginato Marcello che da lassù scrive ai propri cari. (raffaele sardo)



Miei cari,


è da un po’ che non ci vediamo e di questo me ne rammarico. Però non ho affatto dimenticato i vostri volti, il vostro sguardo e, soprattutto, il vostro sorriso. E devo dirvi che il mio amore per voi è tuttora intatto. Sapete, in quel giardino dove mi hanno colpito l’11 di dicembre, ci ritorno ogni anno, esattamente in quella data. Mi danno il permesso per quel giorno, ma da lì non posso muovermi. So che passerete anche voi per mettere un fiore vicino alla lapide all’ingresso del giardino e dire una preghiera. Perciò aspetto. Nell’attesa del vostro arrivo, passeggio lungo il viale che percorrevo a piedi con la borsa in mano, dove Annamaria e Giuseppe, i miei piccoli tesori, mi correvano incontro per abbracciarmi quando tornavo dal lavoro. Poi me ne vado lentamente sotto gli alberi di arancio carichi dei loro saporiti frutti. Il loro profumo nell’aria fresca del mattino crea un’armonia di colori che rende il luogo carico di magia. E’ ancora bello il nostro aranceto. Quando è carico di frutti poi, so che il Natale è alle porte. Anche il loto è ancora lì. E’ invecchiato. I suoi rami rinsecchiti sembrano gridare aiuto. Ma è generoso come sempre quando porta i frutti. Quanti ricordi mi vengono in mente soffermandomi davanti. Giuseppe e Annamaria amavano giocare proprio vicino al loto. C’era anche Puffy, quel cagnolino così vispo e impertinente. Mi pare di sentire ancora le voci e il cane che non smetteva mai di abbaiare. Sotto il loto Giuseppe e Annamaria si riposavano stanchi e felici dopo le corse tra l’erba e la polvere. Spesso lo maltrattavano sfregiandolo con il temperino per scrivere i loro nomi, e quelli degli amici. E tu, Lucia, sempre pronta e a rimproverarli. Li guardavo correre e giocare dalla finestra. Se cadevano a terra il cuore mi sussultava e sembrava salirmi in gola fin quando non li vedevo rialzare. “Meno male, non è niente” dicevo tra me. Le voci dei miei bambini mi tenevano compagnia quando ero nel mio studio. Stavo combattendo contro forze molti più grandi di me. Sapevo che era pericoloso, ma non potevo rinunciare. Quella spensieratezza, quelle voci, quei sorrisi erano la mia energia per affrontare le sfide che avevo davanti. Non avrei avuto il coraggio di guardarvi più in faccia se mi fossi tirato indietro. Per voi e per i figli di tutti i miei concittadini volevo finalmente, una Pagani, la mia città, civile e libera. E per questo sono stato sempre disposto a dare la vita.


Quella mattina dell’11 dicembre me la ricordo bene. Erano da poco passate le sette. Mi stavano aspettando fuori il cancello. Me la dovevano far pagare. Non ve l’ho mai detto, anche se forse tu Lucia l’hai capito che ero stato minacciato. Presi il caffè dal nostro giardiniere, come facevo ogni mattina, in attesa dell’auto dei vigili urbani che mi avrebbe portato in Comune. Arrivò anche Franco, il mio collaboratore. Preferii farmi accompagnare da lui. Ma non ci diedero il tempo di uscire dal vialetto. Erano in due e col volto coperto. Prima un colpo di lupara e poi altri colpi di pistola. Non so quanti ne furono sparati. Ma ogni colpo che penetrava dentro la carne, scavava come un trapano. Faceva freddo, ma io sentivo caldo in tutto il corpo. Facevo fatica a respirare. Poi, all’improvviso, sentii un silenzio totale. Né rumori, né urla, né frastuoni. E non sentivo nemmeno più il dolore. Le ferite erano scomparse e riuscivo a vedere il mio corpo nell’auto, dall’alto. Stavo abbandonando il mio corpo sulla terra per andare in un’altra vita. Partivo per un luogo dove non si fa più ritorno. Ora sono proprio in un bel posto. Qui il giorno e la notte non esistono. Non esiste il tempo. Si sentono solo voci di bambini che giocano felici. Si sente il profumo dei fiori d’arancio e dei gelsomini. Ci sono donne che tengono in braccio i figli e raccontano loro le favole. Si odono canti molto belli di fanciulle dai volti angelici. E c’è una luce molto forte e molto dolce che avvolge tutto lo spazio di questo luogo.


Oh, Lucia, Lucia. Mia dolce e amata consorte, lo so che in questi anni hai versato tutte le lacrime che avevi. Ma sei stata forte nonostante le avversità. Ti ho sentita piangere molte volte di notte, quando i bambini già dormivano. Ti ho visto imprecare contro la vita che ti aveva riservato un sorte che non volevi. Sono venuto spesso in punta di piedi in quei momenti. Ero con te, credimi, per non farti sentire persa, abbandonata, umiliata. E ti sarò sempre vicino fin quando non arriverà il momento di raggiungermi.


E tu, Annamaria, così fragile e generosa, mai doma e sempre pronta a reagire, sappi che non mi hai mai deluso. Sono fiero e orgoglioso di te.


Ho saputo anche di quello che è accaduto per l’intitolazione della strada e di tanti altri fatti che sono avvenuti nella mia Pagani. Ne ho sofferto. Anche io mi sono sentito deluso e abbandonato. E’ come se mi avessero ucciso di nuovo. Per fortuna tanta gente si è indignata, arrabbiata e ha avuto anche il coraggio di reagire. E voi tra loro. Voglio dirvi, però, di non piangere per me, perché qui sono felice. Siate sempre degni del mio sacrificio e non smettete mai di lottare per la verità e la giustizia.


Ah, dimenticavo, Giuseppe è con me. Vi chiede scusa, ma ora è sereno e chiede anche a voi di rasserenarvi. L’11 dicembre Giuseppe sarà ad aspettarvi nel giardino degli aranci, sotto l’albero di loto.

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